Un nuovo inizio in Vietnam

 

Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”. Con tutte le difficoltà nel mettere in pratica questo principio, sono d’accordo nel diffondere l’idea che la gentilezza sia un’arma molto più potente della rabbia, della vendetta e dell’aggressività.

Prima di partire per il Vietnam ho cercato libri che potessero farmi immergere nell’atmosfera ancor prima di salire sull’aereo, eppure non ho trovato altro che guerra. A parte L’amante di Marguerite Duras (di cui sono particolarmente appassionata), non ci sono titoli che non richiamino bombardamenti, fuoco, fiamme e distruzione. Io, però, andavo in Vietnam sì per lavoro ma anche per ritrovare un po’ di quella bellezza di cui ho dovuto privarmi negli ultimi mesi e non potevo credere di dovermi arrendere a quell’immagine triste, che mi restituiva la letteratura mondiale.

Mentre ero via avrei voluto avere l’energia per scrivere ogni giorno le mie impressioni come ha fatto il collega Leonardo Merlini nel suo Diario Vietnamita (leggete i suoi dispacci, se vi va, per un quadro realistico, ironico e colto della situazione), ma ho sempre bisogno di tempo per lasciar sedimentare le sensazioni come sabbia sul fondo del mare.

Ricordo le mani della massaggiatrice sulla mia pelle accaldata e il mare in sottofondo, mentre lasciavo andare ogni tensione. Ricordo la musica ad alto volume nello skybar più alla moda di Saigon e il mio corpo che si muoveva anche grazie all’effetto del Mojito. Sento ancora la carezza dell’acqua calda del mare mentre, faccia in giù, osservo un grigio giardino di coralli e la schiena si arroventa sotto i raggi del sole tropicale. E poi il cibo: il pesce che in un attimo passa dal respirare al piatto, l’onnipresente coriandolo (che o si odia o si ama), gli involtini di fogli di riso e la frutta succosa. Ricordo le strade affollate di motorini, la pace delle spiagge di Phú Quốc, l’aroma di pepe (ottimo anche nei cocktail), le acque torbide e piene di fascino del Mekong.

Ma ricordo anche la guerra, quella raccontata nel museo di Saigon da cui si esce sofferenti e increduli. Un racconto schietto fatto soprattutto di immagini, che fa comprendere la durezza di carattere dei vietnamiti: una risolutezza, che ne ha fatto un popolo libero. In Vietnam la guerra è finita, ma si conservano le cicatrici e si evidenziano, come fanno i giapponesi con le ceramiche rotte nella tecnica kintsugi: un vaso rotto non si butta ma se ne evidenziano le crepe con una pasta dorata per rappresentare l’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite.

Così farò io: non mi vergognerò delle ferite perché mi hanno resa unica e, in qualche modo, preziosa.

Per leggere il mio racconto su Phu Quoc CLICCA QUI.

 

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