Istanbul, bella e capricciosa

Scintillante come sei, Istanbul, non puoi che far innamorare. Eppure, la prima volta che ti vidi eri diversa: sempre caotica e vivace, ma come ricoperta da un sottile strato di polvere. Una sorta di filtro che ti faceva assomigliare a una vecchia cartolina sbiadita dall’innegabile fascino un po’ fané. Era il 1980, anno in cui ci fu il terzo colpo di stato della tua storia e anno in cui mi persi irrimediabilmente in te, città bella e capricciosa.

Quando mi chiedono perché bisognerebbe scegliere di visitarti, consiglio di vedere due film: Hamam di Ferzan Ozpetek (qui la colonna sonora) e Un tocco di zenzero (qui la colonna sonora). Entrambi raccontano in maniera chiara e poetica il senso di perdita che si prova quando si è costretti a lasciarti. Ogni scena è una pennellata data con i colori che più ti caratterizzano: quelli dei bazar, delle spezie, delle architetture, delle maioliche. Le medesime tinte, dopo aver visto i film, vorrai andare a cercarle di persona per imprimerle il più possibile negli occhi, nella memoria.

La prima visita, di norma, parte da Sultanahmet con la Moschea Blu, Aya Sofia, la Basilica Cisterna e il Topkapı Sarayı, il palazzo imperiale, dove merita trascorrere qualche ora tra gioielli lucenti, giardini ombreggiati e motivi ottomani. Ma è all’alba che bisogna svegliarsi se si vuole vedere la vera anima di Istanbul: è alle prime luci del mattino, infatti, che la città lentamente si sveglia rivelando i suoni più intimi. Le ruote dei carrelli che scorrono sull’asfalto mentre trasportano le merci per i negozi, il tintinnio dei bicchieri a forma di tulipano per il çay, il mormorio delle preghiere, gli sbadigli, i günaydın (buongiorno) detti con un filo di voce. All’alba Istanbul è una città silenziosa, che non ha niente da dimostrare. E profuma di simit, le tipiche ciambelle al sesamo.

Poi le vie si animano così come i mercati, si sentono le urla di richiamo per i clienti e il fragore del traffico da cui sfuggire nei quartieri meno conosciuti e frequentati. Basta andare a Balat e Fener per immergersi nella più tipica atmosfera ottomana, tra case a sbalzo colorate e un po’ scrostate, oppure a Moda per un pranzo tipico vista mare o, ancora, rifugiarsi in un hamam. Avvolti nel peştemal, il tipico telo di cotone che potrete acquistare un po’ ovunque, bisogna avere la pazienza di rimanere sdraiati sulla piattaforma centrale di marmo, mentre goccioline d’acqua calda cadono sul corpo e guardare i giochi di luce tra il vapore e il sole, che filtra dai fori nel soffitto a volta. Seguono il peeling, effettuato tramite un guanto ruvido, e il savonage, insaponatura fatta da un massaggiatore.

Quando giunge il tramonto, infine, bisogna andare in uno dei locali a Kadıköy o Üsküdar, sotto il ponte Bebek, e attendere che il Bosforo si tinga di arancione sorseggiando un buon bicchiere di vino prodotto con Okuzgozu, un vitigno autoctono dal gusto caldo e avvolgente.

Se a un uomo venisse concessa la possibilità di un unico sguardo sul mondo, è Istanbul che dovrebbe guardare.

[Alphonse de Lamartine | 1780-1869]

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