La cucina peruviana a Torino si gusta da Vale un Perù
Un locale colorato e luminoso, situato in una zona un po' defilata ma non lontana dal Centro, che conosco bene: in Borgo San Paolo sono nata e cresciuta. Vale un Perù è nato nel 2012 e, da allora, oltre a proporre i deliziosi piatti tipici della cucina sudamericana, informa e fa cultura attraverso il cibo.

I due deliziosi proprietari, Patricia e Miguel, accompagnano ogni preparazione a una storia, un aneddoto che fa meglio comprendere una delle gastronomie più complesse e raffinate al mondo. Non solo ceviche, che comunque non può mancare nel menù, ma anche causa (sformato di patate), lomo (filetto di manzo), amancer andino (crocchette di quinoa rossa)e dolci tentazioni che non fanno rimpiangere alcun tiramisù. La varietà di sapori peruviani è data sopratutto alla presenza di territori tanto diversi tra loro: c'è il mare, ma anche il deserto, le alte vette della Cordigliera delle Ande e la foresta amazzonica.
Iniziare il pasto con un pisco sour è quasi un must: questo delizioso cocktail, a base di un distillato d'uva con almeno 38% di alcol, nacque grazie a Victor Morris, immigrato da Salt Lake City giunto in Perù nel 1913 che volle valorizzare il prodotto locale proponendo una nuova versione del Whiskey Sour. Il pisco è il sapore stesso del Perù; per produrlo non viene usato altro che mosto fresco, e questo permette di conservare la purezza assoluta della bevanda. È il prodotto locale per antonomasia e viene considerato un regalo del Perù al resto del mondo.
Curiosità: Il primo sabato di febbraio viene celebrata la "Giornata del Pisco Sour" mentre la quarta domenica di luglio è dedicata alla "giornata del Pisco".
Da non dimenticare, inoltre, sono i Super Food (tra cui cereali, peperoncini ed erbe) che fanno del Perù un luogo davvero unico.

In questo locale dove nulla è lasciato al caso - Miguel ha infatti imparato dai grandi chef che diffondono il valore della cucina peruviana nel mondo - ci si sente a casa: buon cibo, ottima compagnia e ambiente accogliente. Cosa volere di più?
Dal 25 febbraio troverete nuovi piatti in menù e tre proposte di degustazione: Ande (100% vegetariano, a 25 €), Pacifico (di mare, a 28 €) e Costa (un mix tra carne, ortaggi e verdure tipiche, a 25 €).
Vale un Perù | Via San Paolo, 52/B Torino | t 0113835253 | chiuso sabato a pranzo




La gentilezza è una cosa semplice
Oggi, in treno, ho conosciuto Rhita. Non smetteva di ringraziarmi per averla fatta sedere accanto a me "Perché sai" mi ha detto "di questi tempi quando vedono che sei straniera si girano dall'altra parte, se sei fortunata.".
Le sue lunghe dita ambrate tamburellavano sullo zaino rosso, mentre i suoi occhi, scuri come una notte stellata, mi guardavano curiosi. Abbiamo iniziato parlando di banalità fino a che lei ha voluto raccontarmi un po' la sua vita. È marocchina, ma vive in Italia da molti anni e fa l'interprete per il tribunale; una storia complicata, la sua, fatta di lontananze e mancanze, che avrei voluto avere il tempo di approfondire.
Le ho detto dei miei viaggi in Marocco, che Marrakech non è la mia città preferita mentre adoro Fés e dei mesi trascorsi dai miei genitori tra mare e deserto.
Ho ritrovato in lei il calore e l'accoglienza ricevute in Marocco e sono stata felice che gli anni in Italia non abbiano prosciugato il pozzo a cui si abbevera ogni buon cuore.
E quando mi ha detto "Si vede che viaggi, sai? Hai una mente aperta al diverso" ho sentito salire una punta di soddisfazione e gratitudine verso chi ha fatto germogliare in me il seme della curiosità.
Da parte mia, ci ho messo solo un po' di gentilezza, la stessa che vorrei trovare quando mi trovo in terra straniera, ma anche quando ho semplicemente bisogno di un'informazione.
Ci siamo scambiate i numeri di telefono e, una volta scese dal treno, ci siamo abbracciate con la speranza di risentirci, magari per quel corso di arabo che Rhita ha promesso di cercarmi. Sono anni che vorrei imparare quella lingua, solo per poter accorciare ancora un po' le distanze.
Mood, Asian Food: a Torino i noodles si fanno a mano
Quando sono seduta al tavolo di un ristornate, uno dei passatempi che preferisco - oltre a godermi ogni boccone - è ascoltare i commenti sul cibo di chi mi circonda. Trovo istruttivo sapere cosa si dice intorno a questo o quel piatto tra persone che magari conoscono poco un certo tipo di cucina.
Quando l'altra sera, però, ho sentito una ragazza dire un po' scocciata al giovane accompagnatore che l'aveva portata in un posto troppo caro e che avrebbero fatto meglio ad andare all'all you can eat, avrei voluto avvicinarmi e spiegarle che non si meritava di assaggiare le delizie di Mood.
È uno di quei ristoranti dove, magari, la prima volta si va per caso, ma poi ci si torna appena si può. Dimenticate il cibo cinese a cui siete stati abituati fino a ora: nessun odore di fritto nell'aria e, soprattutto, noodles e ravioli fatti a mano.

Non si tratta però di noodles qualunque, parlo dei lamian che vengono prodotti torcendo, stirando e piegando l'impasto in fili usando il peso stesso dell'impasto. La lunghezza e lo spessore dipende dal numero di volte in cui l'impasto viene piegato. Questo metodo, unico al mondo, è tipicamente cinese ma ormai viene usato anche a Singapore, nelle Filippine e anche in Australia. Vengono serviti soprattutto in brodo di carne, ma non manca l'offerta di quelli asciutti e a base vegetale.
Imperdibile la degustazione di ravioli al vapore, ma da provare anche la pentola di fuoco, tipica della cucina di Shangai e proposta in sole tre o quattro varianti. Non deludono nemmeno i dolci: gelato di rosa, limone e sesamo o un ottimo tiramisù fatto con il tè matcha al posto del caffè e servito in barattolo. Da bere la classica birra, qualche buon vino e una piacevole scelta di tè.
Non prendete però le tisane di rosa e crisantemo: sono bellissime da vedere ma, onestamente, non sanno di nulla.
Mood Asian Food Restaurant | Via Cibrario, 52/d - Torino | t 0114378186 | Chiuso il lunedì | Costo medio: 20 euro

Un viaggio in Vietnam non basta
Il Vietnam ha una storia complicata, fatta di guerre e dominazioni, ma la determinazione del suo popolo ha reso questo Paese fiero e prospero. Un viaggio intenso, il mio, che mi ha subito fatto pensare che sarei tornata. In dieci giorni ho potuto esplorare l'isola di Phú Quoc, avere un assaggio di Saigon (che sognavo di vedere già anni fa, mentre mi perdevo tra le righe de l'Amante di Marguerite Duras) e respirare un po' l'atmosfera sul Delta del Mekong.
In un prossimo viaggio vorrei vedere il nord, Halong Bay, Hanoi ma anche tornare a Saigon per addentrarmi nei vicoli di Cholon e rivedere il museo dei crimini di guerra, per quanto doloroso. Voglio ritrovare l'aroma pungente del pepe bianco, la raffinata gastronomia e il mare limpido e pieno di vita di Phú Quoc.
Trovi i miei reportage su TravelGlobe (con le foto di Graziano Perotti) ed Esquire (Phú Quoc e Saigon)


Qatar, una magnifica sorpresa
Partire per una meta mai presa in considerazione porta con sé pregiudizi. Eppure, è proprio in quelle destinazioni che mi piace andare per lavoro: è un'occasione per scoprire angoli di mondo che, forse, non avrei mai visto per scelta ma mi offre soprattutto l'opportunità di cambiare idea, come è successo con il Qatar.
Immaginavo questo piccolo Emirato, noto più che altro per lo scalo internazionale di Doha, come un'oasi di eccessi e modernità in mezzo al deserto. Lo paragonavo a Dubai (nonostante non ci sia ancora stata) e l'idea di trovarmi in mezzo a Casinò, lussi esibiti ed eccentricità, non mi attirava in alcun modo. Invece il Qatar mi ha conquistata con le tradizioni, la cultura, l'arte, la bellezza dell'Inland Sea, i cavalli arabi e la giovialità delle persone (per quanto di qatarini ce ne siano davvero pochi). Un Paese in continua trasformazione, sì, ma che non vuole cedere alla bruttezza e alla banalità.
Trovi i miei reportage sul Qatar su TravelGlobe e su Esquire.

Guida Turchia ViaggiAutori: itinerari e ispirazioni per scoprire il Paese dei Sultani
Ormai è uscita da quasi un mese, ma solo ora trovo il tempo di scrivere questo post per raccontarvi quanto sia felice della pubblicazione della Guida Turchia ViaggiAutori.
La storia di questa guida è lunga, perché parecchio tempo fa mi era stata commissionata da un editore con cui ho poi scelto di rompere il contratto. Ho preferito rischiare di tenere per me tutto il lavoro fatto per evitare che finisse nelle mani di persone che non si meritavano il mio sudore, le notti insonni, l'interesse di chi avevo scomodato per avere approfondimenti e, soprattutto, l'amore profondo che nutro per la Turchia.
Chi ha letto Il cielo di Maiolica Blu sa da cosa nasce il mio legame con questo controverso Paese e sa anche che, nonostante ne veda i difetti, lo amerò a prescindere. Perché ne conosco gli aspetti più intimi e segreti.
Così un giorno ho pensato di proporre il progetto ai coraggiosi ideatori di ViaggiAutori che, con un po' di sorpresa, mi hanno detto sì. Trattandosi di guide completamente diverse dalle altre in commercio, ho dovuto adattare il testo secondo le loro linee editoriali e rinunciare a raccontare l'est del Paese, ma ne è nata una guida dal formato tascabile con due diversi itinerari e qualche idea in più per chi ha maggior tempo a disposizione.
Il volume include anche approfondimenti di amici turchi e italiani, che hanno avuto modo di apprezzare il Paese.
Insomma, non sarà l'editore importante da cui è nato tutto, ma ho maggiore fiducia in una realtà più piccola ma molto competente e appassionata come quella del team ViaggiAutori.
Grazie, quindi, a chi viaggerà portando le mie parole in tasca, a chi le leggerà senza partire mai ma, soprattutto, grazie a chi ha creduto nel mio amore, condividendolo.
Dove mangiare etnico a Torino: i miei ristoranti preferiti
*** Aggiornato a ottobre 2024***
La cucina etnica fa parte di me. Mi ispira nuove storie, suscita rinnovate emozioni e rinvigorisce ricordi lontani.
Chi mi conosce sa che quando viaggio assaggio tutto ciò che mi capita a tiro; lo faccio per scoprire nuovi sapori e ritrovarne di già noti. E così, anche quando sono a casa vado spesso in cerca della cucina di Paesi lontani.
La situazione a Torino è in costante evoluzione e continuano ad aprire interessanti locali di cucina internazionale. Quella che segue è una piccola selezione (sempre in aggiornamento) dei ristoranti che frequento più spesso.
Cucina mediorientale
Cucina di Damasco: Sulla bella via pedonale con vista sulla Gran Madre di Dio, c'è un angolo dove provare (o ritrovare) i sapori della Siria. Il proprietario, dai natali siriani ma con i nonni italiani, dopo essersi formato professionalmente in Galles, a Londra e in Svezia, nel 2016 è approdato a Torino dove dice di sentirsi particolarmente bene accolto. Una cucina rinomata, quella di Damasco, che in grado di riflettere nei sapori l'eleganza e l'internazionalità della città. (Via Monferrato, 23F | t 351.8887070)
La Terrasanta: Timo selvatico, semi di sesamo tostati, sumac e olio di oliva sono i semplici ingredienti che compongono lo Za'atar: spezia tipica del Medio Oriente e sapore distintivo della focaccia palestinese servita bollente da La Terrasanta. L'accoglienza di Rafat, proprietario del locale, ha il gusto dei falafel appena fritti che offre agli avventori: piccoli, croccanti fuori e morbidi dentro sono proprio come devono essere. (Via Vincenzo Monti, 11bis/E).
Riso zafferano: la cucina persiana è un’arte che si tramanda in famiglia e si rifà alla tradizione. Ogni cuoca ha ricette proprie, che difficilmente vengono espresse in unità di misura: il fuoco va spento semplicemente quando il piatto è pronto. Gastronomia e ristorante, offre la cucina tradizionale di una delle culture più eleganti del Medio Oriente. (Via San Francesco da Paola, 7 Torino | t 333 8657796)
Demir: anche se la Turchia non è Medio Oriente, lo inserisco in questa sezione per affinità di sapori. Qui trovate il miglior döner kebab di Torino (fatto con carne piemontese), ma anche le tipiche pide e il mio adorato Iskender kebap (a base di carne, yogurt, burro e focaccia). (Piazza Adriano)
Cucina cinese
Oh Crispa!: un locale piccolo piccolo in piena San Salvario dove provare le tipiche crepes di Shangai a base di farina di grano tenero e mais, farcite di uovo, coriandolo, cipollina, salsa tian mian, piccante e d’una frittella di farina cui si può aggiungere il pollo, o il maiale grasso, o il black angus etc. Ottimi anche i ravioli al vapore con un cuore di brodo. (Via Belfiore, 16bis/D | t 339.6112705)
Lao: medesima proprietà di Oh Crispa! ma molto più spazio e una proposta gastronomica ampia e completa. (Via Barbarouw, 25 Non accettano prenotazioni, aperti a pranzo e cena)
Mood Asian Food: Un ristorante dove ravioli e noodles vengono fatti a mano, ma non sono noodles qualunque. Parlo dei lamian che vengono prodotti torcendo, stirando e piegando l’impasto in fili usando il peso stesso dell’impasto. Indirizzo: Via Cibrario, 52/d
Mei Shi Mei Ke: Una tappa obbligata per chi prova un amore sconfinato per i ravioli cinesi. È un locale piccolo dove c'è la certezza di poter gustare l'autentica cucina cinese casalinga, in un ambiente semplice e informale. Nel ristorante storico di via Cibrario 3bis, oltre ai ravioli, si possono provare alcuni piatti tipici come gli spaghetti in brodo o il riso Uiguri, ma anche piedini e orecchie di maiale, se lo stomaco lo consente. La pasta dei ravioli, come quella per gli spaghetti, è fatta artigianalmente e si capisce al primo morso. Una trattoria verace molto frequentata dai cinesi, che da bere scelgono latte di soia e cocco. Ma non manca la birra. Nel caso, però, si stia cercando il vero street food, in un ambiente più moderno, bisogna andare nel punto vendita in Piazza Vittorio 1, dove sono specializzati in cibo di strada, che non include solo gli ottimi e interessanti ravioli, da scegliere al momento se li si preferisce al vapore, bolliti o grigliati.
Noodles Store: C'è l'imbarazzo della scelta visto l'ampio menù. Ma quello che attira subito l'attenzione sono il tofu fatto artigianalmente, i Lamian (noodles di grano tirati a mano secondo una particolare tecnica) e i ravioli: meritano una menzione d'onore quelli al nero di seppia ripieni di pesce bianco, uova di pesce volante e quelli di barbabietola rossa ripieni di pollo al curry e spaghetti di soia. Tanti i piatti cinesi, ma i più curiosi dovrebbero avventurarsi nella variegata cucina coreana fatta di aglio, peperoncino e tante altre sfumature che meritano una chance. (Corso Trapani, 139C | t 0110561484)
Cucina thai

Mai Thai: gestione e proprietà italiana, ma i sapori sono autentici thailandesi. Quando voglio sentire l'atmosfera di uno dei Paesi che più amo al mondo vengo qui. (Via Giambattista Gropello, 22 | t 011 760 2823)
Thai Food Torino: Il menù privilegia il pesce che, insieme al riso, rappresenta il pilastro dell'alimentazione thai. I sapori, inoltre, soddisferanno soprattutto chi ha avuto il piacere di assaggiarli in terra natia. Lemongrass e Keffir Lime la fanno da padrone, insieme al peperoncino, ravvivando zuppe e noodles. Come sempre, consiglio di non fermarsi a un banale Pad Thai ma di avventurarsi in nuovi aromi e consistenze. (Via Madama Cristina, 82C | t 3757032858)

Cucina giapponese
Le Petit Restaurant Japonais: minimale, elegante e accogliente. Si trova aa Avigliana, a pochi chilometri da Torino in direzione Val di Susa, ed è un angolo di Giappone dove cenare in tranquillità, assaporando i sapori della cucina casalinga nipponica. Cenare qui è una vera esperienza gastronomica, sia per gli appassionati di Giappone che per i semplici curiosi. Meglio prenotare (Piazza Conte Rosso, 34 Avigliana| t 340 962 4553)
Takoyaki Minamoto: qui puoi assaggiare le autentiche polpette di polpo tipiche della cucina di Osaka. È un piccolo locale a cui si accede attraversando un noren su cui è impresso lo stemma della famiglia dello chef. Minamoto dignifica "inizio" e vuole essere di buon augurio per una buona diffusione della cultura giapponese a Torino. (Via Bogino 17 | chiuso lunedì)
Cucina peruviana
Vale un Perù: quella peruviana è una delle gastronomie più complesse al mondo, ma qui viene egregiamente raccontata dai proprietari di Vale un Perù. Non solo ceviche, che non può comunque mancare, ma tanti altri piatti che vi faranno desiderare di partire immediatamente per il Perù. Dopo aver bevuto l'ottimo pisco sour, naturalmente. Indirizzo: Via San Paolo, 52/B
Patria Cevicheria Street Food: Stessa proprietà di Vale un Perù, ma indirizzo dedicato allo street food. (Via Claudio Luigi Berthollet, 33A | t 351 814 2747)
Storia di un ritorno e di polpo alla galiziana
Era un giorno di primavera, la stagione che più di tutte è in grado di far fiorire nuovi amori e di rinverdire sensazioni sopite.
La memoria era rimasta a molti anni prima quando, un po' per incomprensioni un po' per arroganza, le comunicazioni si erano interrotte. Ricordava le confidenze, le serate d'inverno a chiacchierare fino a tarda ora, i momenti rubati al lavoro per fare due chiacchiere. E nel tempo le era mancato tutto.
In quel giorno assolato si svegliò felice, per aver avuto la forza di riconoscere i propri errori e per aver tentato di recuperare. Si vestiva sempre con cura, ma ci mise un'attenzione particolare: scelse il rosso per una dose in più di coraggio.
Come sempre, soprattutto quando l'emozione accelerava battito cardiaco e la lancetta dell'orologio, arrivò in anticipo. Giusto il tempo per respirare e mostrarsi allegra e rilassata al punto giusto, senza sembrare disinteressata.
Seduti al tavolo di un grazioso ristorante le parole uscirono da sole e, anche se la confidenza si era un po' persa tra le pieghe del tempo, fu subito chiaro che nulla era perduto.
Una conversazione fitta, fino all'arrivo del piatto scelto: tanto bello e profumato da distrarla fino al momento dell'ultimo boccone.
Polpo alla galiziana

Il polpo alla gallega è un piatto spagnolo molto apprezzato. A base di polpo e patate, ha una caratteristica fondamentale: bisogna cuocere le patate nell'acqua del polpo. Il tutto viene poi condito con olio evo, prezzemolo, sale e, soprattutto, paprika dolce.
È usanza prepararlo nei giorni di festa quando i polpi vengono cucinati all'aria aperta dalle pulpeiras, che li estraggono dalle grandi pentole di rame tramite l'ausilio di ganci di ferro per poi appenderli a raffreddare.
L'abitudine è quella di servirlo a piccoli pezzi su piattini di legno, da cui si attinge con le mani o con gli stuzzicadenti.
Il rosso della paprika accende di colore questo piatto tutto sommato dal sapore delicato, donandogli una piacevole nota affumicata.
E quest'anno ho scelto proprio la Spagna per le mie vacanze on the road: tre settimane di esplorazioni gastronomiche in regioni poco battute dal turismo (o almeno così pare). Vi saprò dire. ;)
Zongzi: il fagottino dell'amicizia
Arrivarono quasi contemporaneamente all'appuntamento e presero posto al tavolo prenotato appositamente all'aperto. Era un giardino interno, riparato dalla strada trafficata, e ospitava pochi tavolini in ferro battuto apparecchiati in maniera semplice, ma elegante. Il mosaico blu aveva fatto optare per un'apparecchiatura senza tovaglia: solo piatti asimmetrici di ceramica, bastoncini di legno, una forchetta argentata dallo stile un po' retrò e i bicchieri di vetro trasparente. A fare ombra in quella giornata di inizio primavera, c'era un pergolato su cui si erano arrampicate 3 piante di gelsomino non ancora fiorite.
Non si vedevano da qualche settimana e le cose da dirsi erano tante. Mentre versava il tè verde (un gyokuro, per la precisione) nelle piccole ciotole color lavanda, Clelia sorrideva come solo alla sua età si può fare, ma gli occhi rivelavano quella malinconia che aveva colpito Agata fin dal primo incontro. Quell'espressione un po' triste lasciava trasparire ciò che avrebbe legato le ragazze: il dolore. Una sofferenza di lunga data, per una, e arrivata all'improvviso, per l'altra, che entrambe stavano cercando di trasformare in bellezza.
Impresa difficile? Forse sì, ma non impossibile. È dalle ferite che si ricevono le migliori lezioni dalla vita. Quelle ferite che possono trasformarsi a volte in lacrime ma, con lo scorrere del tempo, anche in sorrisi. Clelia ed Agata si sono conosciute per caso ma, probabilmente, questo non sarà l'ultimo pranzo intorno a uno zongzi o a qualunque altra specialità asiatica. Perché intorno al cibo nascono le storie con i migliori auspici.
Zongzi: storia e ricetta

Si dice che gli zongzi abbiano una storia millenaria e che venissero preparati per adorare gli antenati e le divinità. Tuttavia, ciò che ha reso popolare questa preparazione fino ai giorni nostri è la storia legata alla Festa delle Barche Drago nata durante il periodo degli Stati Combattenti (475 - 221 aC) in onore del poeta patriottico, Qu Yuan.
Ormai è uno snack che si può gustare ogni volta che lo si desidera, ma per tradizione gli zongzi vengono preparati il quinto giorno del quinto mese lunare, in occasione della festa. Mangiare questi fagottini è però, per i cinesi, un atto simbolico per esprimere i loro omaggi a Qu Yuan.
Ingredienti: riso glutinoso, foglie di bambù e alcuni condimenti come datteri rossi, carne e ceci.
Preparazione: lavare il riso, quindi farlo bollire per 15-20 minuti o immergere il riso in acqua per 2 ore. Lavare le foglie e metterle a bagno in acqua bollente per 5 minuti, quindi raffreddarle in acqua. Piegare una o due foglie fino a formare un cono e riempire con il riso e gli altri ingredienti a scelta, precedentemente marinati in salsa di soia. Avvolgere il tutto e legare il fagottino con una corda.
Immergere lo Zongzi in una pentola con acqua bollente e lasciare bollire per 2-3 ore. Far raffreddare e servire.
Del quadrato si può fare un cerchio?
Strade lontane si possono incrociare?
Vivo è il rimpianto per la via smarrita
nell’incerto cammino del ritorno.
A ritroso il mio carro si volge.
Confusa tra gli errori era la strada.Qu Yuan
Un nuovo inizio in Vietnam
“Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”. Con tutte le difficoltà nel mettere in pratica questo principio, sono d'accordo nel diffondere l'idea che la gentilezza sia un'arma molto più potente della rabbia, della vendetta e dell'aggressività.
Prima di partire per il Vietnam ho cercato libri che potessero farmi immergere nell'atmosfera ancor prima di salire sull'aereo, eppure non ho trovato altro che guerra. A parte L'amante di Marguerite Duras (di cui sono particolarmente appassionata), non ci sono titoli che non richiamino bombardamenti, fuoco, fiamme e distruzione. Io, però, andavo in Vietnam sì per lavoro ma anche per ritrovare un po' di quella bellezza di cui ho dovuto privarmi negli ultimi mesi e non potevo credere di dovermi arrendere a quell'immagine triste, che mi restituiva la letteratura mondiale.
Mentre ero via avrei voluto avere l'energia per scrivere ogni giorno le mie impressioni come ha fatto il collega Leonardo Merlini nel suo Diario Vietnamita (leggete i suoi dispacci, se vi va, per un quadro realistico, ironico e colto della situazione), ma ho sempre bisogno di tempo per lasciar sedimentare le sensazioni come sabbia sul fondo del mare.
Ricordo le mani della massaggiatrice sulla mia pelle accaldata e il mare in sottofondo, mentre lasciavo andare ogni tensione. Ricordo la musica ad alto volume nello skybar più alla moda di Saigon e il mio corpo che si muoveva anche grazie all'effetto del Mojito. Sento ancora la carezza dell'acqua calda del mare mentre, faccia in giù, osservo un grigio giardino di coralli e la schiena si arroventa sotto i raggi del sole tropicale. E poi il cibo: il pesce che in un attimo passa dal respirare al piatto, l'onnipresente coriandolo (che o si odia o si ama), gli involtini di fogli di riso e la frutta succosa. Ricordo le strade affollate di motorini, la pace delle spiagge di Phú Quốc, l'aroma di pepe (ottimo anche nei cocktail), le acque torbide e piene di fascino del Mekong.
Ma ricordo anche la guerra, quella raccontata nel museo di Saigon da cui si esce sofferenti e increduli. Un racconto schietto fatto soprattutto di immagini, che fa comprendere la durezza di carattere dei vietnamiti: una risolutezza, che ne ha fatto un popolo libero. In Vietnam la guerra è finita, ma si conservano le cicatrici e si evidenziano, come fanno i giapponesi con le ceramiche rotte nella tecnica kintsugi: un vaso rotto non si butta ma se ne evidenziano le crepe con una pasta dorata per rappresentare l’arte di abbracciare il danno, di non vergognarsi delle ferite.
Così farò io: non mi vergognerò delle ferite perché mi hanno resa unica e, in qualche modo, preziosa.
Per leggere il mio racconto su Phu Quoc CLICCA QUI.

Cose che non dovresti mai dire a chi soffre
Una ricerca ha dimostrato che il dolore fisico, e immagino anche emotivo, sia alleviato se si viene tenuti per mano da una persona amata.
Una semplice stretta di mano può aiutare a sopportare qualcosa di grande, che toglie il respiro e la forza anche alla persona più equilibrata.
Eppure, quando ci si ritrova di fronte a qualcuno che soffre di un dolore profondo, difficilmente si sa come comportarsi. C'è chi ha paura di disturbare e sta alla larga (non capendo il senso di abbandono del sofferente), c'è chi tenta un approccio con un sms, c'è chi si precipita anche solo per darti un abbraccio. Non c'è un modo giusto per aiutare chi soffre, ma credo però che ce ne siano di totalmente sbagliati.
Non ho mai pensato che il mio dolore fosse più forte di quello di altri, anzi. Durante le tre settimane di coma di papà mi sono ripetuta a mo' di mantra che soffre molto di più chi ha un genitore con l'Alzheimer o chi lo ha perso in giovane età. Mio papà aveva 85 anni, ha goduto di una vita felice, piena di soddisfazioni e senza problemi di salute. Ma quando è arrivato il suo momento, nonostante tutto, la pena per tutti noi è stata (e lo sarà a lungo) enorme.
Quando si soffre si diventa estremamente fragili e poco tolleranti: capita anche a chi, come me, ha un carattere notoriamente forte e apparentemente aggressivo. Tutto fa piangere e appesantisce una situazione già precaria. Perciò, ci va delicatezza nei modi e nelle parole.
Sto scrivendo queste righe come memento anche per me che, durante i miei 44 anni, ho sicuramente trattato in maniera sbagliata qualcuno; oggi me ne dispiaccio, perché ho constatato sulla mia pelle di quanto poche parole sbagliate possano ferire nel profondo.
Da quando ho portato papà al Pronto Soccorso a quando è mancato, tre settimane dopo, mi è stato detto di tutto. Ovviamente, c'è anche chi mi ha aiutato con naturalezza e sincerità (vi ringrazierò per sempre) ma non è per loro che ho scritto tutto questo.
Premesso che non provo rancore per nessuno, vorrei mettere un velo di ironia su frasi e comportamenti infelici, dettati forse dall'imbarazzo per la situazione. Se qualcuno dovesse riconoscersi in qualcosa, non si arrabbi ma faccia tesoro delle mie riflessioni. Se poi dovesse prendersela, pazienza, vuol dire che il nostro rapporto non era poi così profondo.
Le cose da non dire a chi soffre
“Papà è in coma e stiamo aspettando che si spenga.”
“Ah sì, mio zio c'è rimasto 5 anni.” [Quando si è già disperati, è meglio non prospettare un futuro ancora più funesto.]
“Ok tuo papà è in quelle condizioni, ma tanto tu sei forte.” [E quindi la cosa non mi tange? Non ci penso e vado oltre? Faccio come se non fosse accaduto nulla? Chi è forte non soffre? Esattamente, cosa volevano dirmi?]
Aggiungere peso a un peso già enorme. [Non chiedete dettagli, se non arrivano spontaneamente; non parlate di “sfortuna”; non tirate fuori tutti gli argomenti noir che avete sentito al TG. All'inferno l'altra persona già c'è, mostrate piuttosto la via per uscirne vivo.]
Raccontare di tutte le disgrazie di cui sei a conoscenza. [È un argomento che poco tollero anche quando sto bene, ma quando uno soffre perché instillargli nella mente pensieri emotivamente logoranti?]
Rifiutarsi di partecipare a un funerale perché non se ne condividono la modalità. [Cerco sempre di rispettare gusti e decisioni altrui e poco capisco chi non lo fa con me. Abbiamo cremato papà, sparso le ceneri e fatto un rinfresco con parenti e amici per ricordarlo tra le risa e non tra le lacrime. C'è chi non è voluto venire: l'ho accettato, ma il dispiacere è stato tanto.]
Disperarti, costringendo me a consolare te. [Quando ho dovuto comunicare la dipartita di papà, spesso mi sono trovata a dover consolare gli altri. Da un lato è stata una cosa dolce perché ho capito da quanto affetto e apprezzamento fosse circondato, dall'altro... la rabbia per non poter cedere nemmeno in quel momento è montata velocemente. Ero pur sempre la figlia.]
Prospettare un futuro funesto per il genitore rimanente e per te che lo dovrai gestire. [Non mi piace ipotecare il futuro, e il 9 gennaio mi è stato dimostrato una volta di più che non possiamo sapere cosa ci riservi la vita da un'ora all'altra, e cerco di vivere il momento. Ma se senti la necessità di dirmi che non viaggerò più, che non troverò mai nessuno di affidabile per mamma, che lei mi farà vedere i sorci verdi etc etc, beh... non riuscirai mai a portarmi al tuo livello di depressione, nemmeno in questo momento.]
Dire di darsi una ripigliata. [Difficilmente mi abbatto, ma se capita è bello sapere di avere qualcuno a cui aggrapparmi. Certo che mi riprenderò, ma quando le forze me lo permetteranno, non quando ne avrai bisogno tu.]
Quando non sai cosa dire, non sottovalutare il potere del silenzio e di un abbraccio.
Se solo l'empatia si potesse insegnare (anche ad alcuni medici), il mondo sarebbe migliore. E invece...
Profumi di Sardegna: la primavera che vorrei
Ci sono momenti della vita che necessitano di una pausa. Ci vuole cura per aggiustare qualcosa di rotto ed è necessario molto tempo per considerare guarita una cicatrice. Un lasso di tempo che può sembrare lunghissimo, soprattutto se si resta chiusi nel proprio, piccolo mondo, senza possibilità di prendere respiri profondi, assorbendo l'energia positiva che solo i profumi sanno dare. La mia primavera me la immagino piena di aromi in grado di curare le mie ferite come un morbido balsamo su una ferita.
Se penso a un luogo ricco di profumi, mi viene subito in mente l'India ma il perenne odore delle spezie non è quel che cerco. È il richiamo olfattivo del mare, che riesce a risvegliarmi dal torpore più profondo, insieme alle delicate fragranze di macchia mediterranea che mi ricordano soprattutto un luogo, la Sardegna bella da visitare durante tutto l'arco dell'anno.
Tre essenze di questa splendida isola mi riconnettono con me stessa e voglio raccontarvi perché.
Mirto: la pianta di Venere

Un arbusto sacro a Venere per averle dato riparo appena nata dalla schiuma del mare. Le sue proprietà balsamiche e antinfiammatorie sono note a molti, ma è l'omonimo liquore sardo che viene subito in mente quando si nomina il mirto. Questa pianta è legata alla Sardegna attraverso le tradizioni e la quotidianità. In autunno, infatti, le sue bacche si trovano facilmente nei mercati, pronte per essere messe in infusione.
Lavanda: relax assicurato

L'olio essenziale per eccellenza se ci si vuole rilassare. Ma è anche decontratturante e utilissimo per alleviare il prurito delle punture di zanzara. I Romani attribuirono alla pianta il nome che conosciamo oggi: lavanda deriva dal verbo lavare. Plinio il Vecchio, inoltre, la descriveva come una delle erbe curative più utilizzate dell'epoca, oltre a raccontarne le sue proprietà rinfrescanti e profumanti.
Ma se quando si nomina la lavanda pensi alla Provenza, dovrai ricrederti. Basta andare nel Sinis, territorio che include Cabras, Riola, Nurachi, Baratili, San Vero Milis e Tramatza, per immergersi negli splendidi campi viola e lasciarsi avvolgere dal suo profumo terapeutico.
"Il Sinis, da qualsiasi parte lo leggi o l’osservi, rimane sempre unico e misterioso, capace di stupirti in ogni suo aspetto."
Elicriso: oro di Sardegna

Il termine elicriso deriva dal greco helios (sole) e crysos (oro) e si riferisce alla forma e al colore dei fiori, che splendono illuminati dal sole. Antinfiammatorio e analgesico, è famoso soprattutto come porta fortuna. Si dice infatti "di fortuna resti intriso chi si adorna di elicriso". In Sardegna l'elicriso è conosciuto con nomi differenti in base alla zona; i più comuni sono: S’erba de Santa Maria, Allu e Fogu, Bruschiadinu, Abruschiadinu, Uscradinu, Buredda e Archimissa.
Sull'isola si apprezza il suo profumo fin dalla notte dei tempi. Si racconta che il pastore tornava dalla campagna impregnato di quell'essenza, diventando così il profumo del "buon ritorno", che ricorda una figura forte, stanca per il lavoro e orgogliosa: caratteristiche del popolo sardo.
Un tempo per favorire gli incontri matrimoniali si preparavano mazzetti di elicriso, che venivano poi bruciati la notte di San Giovanni insieme alle altre piante della tradizione come l'iperico.
A me questa pianta ricorda anche la Turchia dove, in una primavera di qualche anno fa, una persona speciale mi regalò una coroncina di elicriso, che conservo ancora appesa alla porta di casa.
Info di viaggio
Come andare: comodamente in traghetto per esplorare la Sardegna in autonomia (e acquistare tutte le cose buone descritte sopra). Qui trovi info > partenze e arrivi dal porto di Arbatax
Dove dormire: un po' per caso ho trovato un posto davvero speciale, dove le essenze servono a creare un ambiente magico e di benessere. È l'Essenza Oasi Sensoriale, un luogo dove fare percorsi sensoriali e dormire in una camera da scegliere in base alle proprie necessità.

Guida informativa realizzata da TraghettiPer Sardegna












