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Fiori rosa

A volte, credo di essere attraversata da una vena di follia.

È da quando ero piccola che esercito la mente a trovare del buono in ogni cosa. Ritrovarsi improvvisamente in mezzo a una tempesta non è mai stato un problema: c'è sempre il modo di uscirne.

Oggi, ad esempio, piove. L'acqua scroscia dal cielo come una cascata di aghi, trafiggendo i prati, allagando le strade, rendendo questa dimensione ancora più estranea.

La guardo cadere al di là della finestra che, da settimane, è diventata lo schermo su cui veder scorrere la vita. Un'atmosfera strana, quella di oggi, che stride con la calda luce di ieri, portatrice di speranza. Il cielo sembra voler scaricare d'un colpo tutta la sofferenza e bagnare le cicatrici di chi, quaggiù, resta ad aspettare camminando scalzo dentro se stesso.

Sarebbe un giorno perfetto per dire addio e piangere tutto l'amore non detto. Sarebbe perfetto per appesantire questi giorni di tempo immobile, perso nell'insicurezza e nell'oblio di chi se n'è andato, anche se è rimasto. Un giorno in cui il respiro del vento trasforma tutto in ombra.

Eppure, al di là della finestra, io riesco a vedere solo i fiori rosa.

Presto diventeranno frutti, anche grazie alla pioggia.


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Cosa ricorderò del lockdown: pensieri e immagini di un'ottimista

Cosa resterà di questo lockdown che ci ha costretti a rivedere tanti aspetti della nostra vita?

Me lo sono chiesto spesso nelle ultime settimane e ho pensato di mettere nero su bianco ciò che vorrei ricordare io, per evitare che la nebbia del tempo offuschi tutto.

L'organismo umano, cervello compreso, impiega 21 giorni ad adattarsi a una nuova situazione e oltre 2 mesi di isolamento hanno fatto sì che ognuno di noi si sia creato una nuova normalità. C'è chi, terrorizzato, non intende uscire di casa nemmeno ora che le misure si sono fatte meno restrittive; c'è chi se n'è fregato fin dall'inizio, eludendo ogni controllo; c'è chi non ha smesso di lamentarsi nemmeno un attimo; c'è chi, la maggior parte in verità, naviga in acque incerte con continui alti e bassi di umore.

E poi ci sono io, che fin dal primo giorno ho voluto imparare a osservare le piccole cose, apprezzandone ogni aspetto. La psicologa torinese Barbara Migliasso, amica di una vita, sostiene che il lockdown provocherà molti disturbi post-traumatici perché chi non riuscirà ad attraversare ed elaborare il periodo, si ritroverà ad affrontare nuove paure.

E così, per esorcizzare paura e preoccupazioni, ho cambiato prospettiva di osservazione. Fino all'8 marzo 2020 ho saltato come una pallina impazzita cercando di far quadrare ogni cosa, senza aver tempo di fare tutto quello che avrei davvero voluto fare e sperimentare.

Con il lockdown mi sono concessa il lusso di rallentare e smettere di agitarmi per arrivare anche alle cose che non per forza mi competevano. Ed ecco cosa ho imparato e cosa ricorderò di queste settimane di tempo immobile.

Cosa ho iniziato (e continuerò) a fare

Tra tutto, ho iniziato ad allenare il corpo ogni giorno. Tra lezioni di yoga Iyengar (organizzati in streaming dalla mia insegnante Beatrice Canu) e workout seguiti tramite un'utilissima app, ho capito che 30 minuti quotidiani si possono sempre trovare, perché il movimento mi fa decisamente bene.

Ha trovato spazio anche un po' di meditazione, grazie alle dirette dell'Istituto Buddista Lama Tsong Khapa di Pomaia, che ho avuto modo di visitare lo scorso anno, e alle dirette della Naturopata Valentina Lo Giudice, con cui ho allenato anche la difficile respirazione diaframmatica.

Ho avuto modo di dedicarmi completamente al giardino e di ringraziare per averne uno. La cura che ci ho messo a potare, trapiantare e a osservare, mi ha fatto scoprire che l'acero giapponese ha fiori talmente piccoli da risultare quasi invisibili: è stato il ronzio incessante delle api a farmeli notare.

Mi ha fatto comprendere che anche gli alberi piangono, se feriti: anni fa avevo messo una corda intorno al tronco di un pino per sorreggere un'amaca. Mi sono accorta solo ora che quella corda aveva scavato la corteccia, ferendola profondamente. Da quando ho eliminato la corda, vado regolarmente ad abbracciare il tronco.

Ho avuto il tempo per creare nuovi progetti e per osservare l'invisibile, trovando ispirazione.

Complici i challenge che abbiamo lanciato su TravelGlobe, ho iniziato a fotografare seguendo i medesimi temi, allenandomi a guardare con uno sguardo differente le cose che ho sempre davanti agli occhi. È un atteggiamento che non voglio più perdere.

 

 

Cosa ricorderò (e mi mancherà)

  • Cenare presto.
  • I pranzi in giardino (grazie anche a una delle più belle primavere, meteorologicamente parlando, degli ultimi anni).
  • Il caffè del mattino al sole.
  • Il tempo con mio marito, che non è mai abbastanza.

Ma non è escluso che troverò il modo di mantenere queste cose anche nella mia nuova vita.


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Cosa fare a Torino se i musei sono chiusi

Torino, città del Museo Egizio più grande dopo quello del Cairo, delle residenze reali, della GAM e del MAO ha molto da offrire anche quando i musei sono chiusi. Torino ha luoghi e quartieri interessanti che vanno ben oltre lo splendido centro storico e ti faranno scoprire che ci si può sentire un po' esploratori ovunque, basta saper cercare.

Cosa fare a Torino: musei open air

Il MAU - Museo d'Arte Urbana - si sviluppa nel quartiere storico Campidoglio. È il primo museo di arte contemporanea a cielo aperto in Italia e il percorso ti condurrà alla scoperta di circa 170 opere realizzate sui muri dei palazzi. Il quartiere operaio nato nel 1853 è oggi un luogo di bellezza, dove perdersi tra le strette vie camminando con il naso all'insù. Gli abitanti del borgo sono parte integrante del progetto per aiutare gli artisti a trovare gli spazi da dedicare all'arte. Non mancano nemmeno le Panchine d'Autore che, insieme alla Galleria Campidoglio, offrono spunti di riflessione e discussione. Per esplorare il MAU c'è una mappa a disposizione ma è anche possibile prenotare visite guidate.

La Street Art, però, vivacizza anche altre zone.

  • In Lungo Dora Savona 30 si può incontrare la monumentale donnola di Roa, famoso artista belga che ha esercitato qui il suo inimitabile stile in bianco e nero.
  • San Salvario è colorato da artisti di fama internazionale. In via Nizza 50 il portoghese Vhils ha dato vita a un meraviglioso volto senza titolo, il ritratto di una persona che ha incontrato durante un viaggio in Messico.
  • In via Lugaro c'è AbitHoudini di Agostino Iacurci mentre nel parcheggio di piazza Madama Cristina, Souvenir Turin è la sirena firmata To/Let.
  • In corso Regina Margherita 140 c'è The Rubbish Whale, la balena fatta di immondizia parte del progetto TOward 2030, What are you doing? che coniuga street art e impegno sociale.

Cosa fare a Torino: il mercato di Porta Palazzo


Il mio quartiere preferito. Ci vado per fare la spesa, per pranzare ma, soprattutto, per sentirmi un po' in vacanza. È la zona multietnica per eccellenza e venire qui significa immergersi in quei colori e profumi che trovo nei suq arabi e nei mercati asiatici. Il mercato coperto è il più grande d'Europa e, alle sue spalle, c'è un fornito mercato contadino. Ma ogni seconda domenica del mese la zona si anima con il Gran Balôn: oggetti vintage e di artigianato riempiono le bancarelle fino al Cortile del Maglio.

La periferia di Torino: Barriera di Milano

 

Nato come borgo operaio, Barriera dista solo 1,5 km dal centro città. Mentre gli antichi magazzini si stanno trasformando in laboratori per creativi, a me piace andarci per un motivo specifico: piazza Foroni o, come viene chiamata dai più, piazza Cerignola. Come potrai immaginare dal nome, qui troverai tutte le delizie pugliesi che puoi desiderare: focaccia barese, taralli artigianali, orecchiette di grano arso, olive, mozzarelle fresche... Un Paradiso gastronomico dove sentire sulla pelle (e nello stomaco) un po' di calore tipico del Sud. In questa zona non mancano nemmeno le opere di street art da cercare sui muri dei palazzi: qui tredici facciate cieche creano un unico progetto; Habitat di Millo affronta infatti il tema del rapporto tra l’uomo, perennemente fuori scala, e il tessuto urbano.

Sul profilo Instagram Barriera Design District trovi tante belle iniziative organizzate nel quartiere.

Per qualche consiglio su dove dormire e mangiare clicca qui, mentre qui trovi i mie ristoranti etnici preferiti.


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A Torino la cucina è Fuzion

Per definizione, il termine contaminazione ha un'accezione negativa. Sinonimo di inquinamento e contagio, è una parola che per me ha invece un significato meraviglioso, quasi magico.

È la capacità di prendere il meglio di aspetti o culture diverse, per creare un nuovo intrigante e più ricco insieme. Ho trovato questa attitudine in Domenico Volgare, chef e patron di Fuzion Food, una realtà presente a Torino da ormai sei anni dove il sushi è creato per valorizzare le bontà del territorio: una sorta di filo che unisce Piemonte, Puglia e Giappone. E da oggi il menù si arricchisce di un antico ingrediente che noi piemontesi conosciamo bene: il Moscato.

Fuzion Food: il ristorante

Aperto a pranzo e a cena dal martedì alla domenica, Fuzion Food propone un menu alla carta o una serie di combinazioni pensate per l’aperitivo come le tapas o dei percorsi degustativi in un ambiente colorato dal respiro internazionale: i murales alle pareti fanno sentire un po' a Berlino.

Una cucina legata alle tendenze del momento, ma che vuole valorizzare i prodotti del territorio italiano. Così il sushi come lo conosciamo noi -  un po' inflazionato e tipico dei locali trendy - si trasforma in un piatto contadino per dimostrare che è possibile restare legati alle tradizioni riuscendo a stare al passo con l'innovazione e, appunto, la contaminazione.

Sushi al Moscato d'Asti DOCG

In questo processo di continua ricerca, che tanto appartiene a Domenico Volgare (già noto per le pizze fatte con farine speciali e 100 ore di lievitazione), è nato il sushi con il Moscato d'Asti DOCG di Mongioia al posto del tradizionale mirin (una sorta di sakè dolce): il risultato è un riso molto aromatico, fresco e meno dolce. Ma l'innovazione non finisce qui: niente pesce, ma solo ingredienti autoctoni come il riso dell'alessandrino, la salsiccia di bovino piemontese della Granda, la robiola di Roccaverano, le olive taggiasche o le cime di rapa; al posto dell'alga nori, che per natura si sposa con i prodotti del mare, i fogli di soia mame nori, piuttosto neutri al palato.

Un insieme piacevole, da assaggiare in un'unica esperienza gustativa per apprezzare tutte le sfumature degli ingredienti e, soprattutto, del Moscato. (Disponibile da febbraio 2020)

Al Fuzion Food anche il dolce è un po' sushi

Non manca il riso al Moscato di Mongioia nemmeno nel dessert: viene fritto per diventare un piacevole crunchy a far da base a una mousse al Moscato, lamponi e meringa allo yuzu, realizzato in collaborazione con il pastry chef Marco Sforza. In abbinamento, il Moscato affinato in anfore di terracotta, in grado di conferire una particolare armonia.

Non mi resta che tornare per assaggiare i gyoza con salame di turgia e cime di rapa.

Indirizzo: Fuzion Food | Via Volta 4/b Torino (a due passi da Porta Nuova)


Il mondo che vorrei: dissertazioni sul razzismo

Sono da poco stata a Parigi e, com'è mia abitudine quando mi trovo in treno o metropolitana, ho colto l'occasione per dedicarmi all'arte dell'osservazione. Ci avete mai provato?

Mi perdo tra i dettagli, immagino storie di felicità e dolore, guardo cosa leggono le persone e tendo l'orecchio per carpire qualcuna delle noti musicali riprodotte nelle cuffie. L'Umanità mi incuriosisce e, ogni volta che noto qualcuno dal volto o le movenze particolarmente interessanti, avrei voglia di avvicinarmi per fare domande: come ti chiami? Che lavoro fai? Qual è il tuo piatto preferito? Sei innamorato?

Così, seduta tra le fermate Plaisance e Champs-Élysées, ho visto una ragazza di colore dal fisico perfetto che ritmava con le dita affusolate e lo smalto azzurro la musica che proveniva dalle grosse cuffie; mi ha incuriosito la cinese con una spessa sciarpa gialla e lo sguardo perso nel vuoto; mi ha fatto sorridere la nera con la borsa variopinta dai tipici disegni centroafricani e le treccine rallegrate da fili metallizzati; mi ha incuriosita l'araba con profondi occhi neri che guardava video di danza orientale e ho sorriso complice alla giapponese salita di corsa con il fiato corto.

Ho visto il mondo variegato che credo dia valore all'esistenza di ognuno di noi, arricchendolo con sfumature sconosciute ma straordinariamente belle.

Poi ieri, parlando con una persona che purtroppo conosco bene, ho chiesto come fosse andata l'esperienza lavorativa in un Paese dell'est Europa poco lontano dall'Italia e lui "Ah bene, è un Paese molto avanti e, soprattutto, non ci sono neri e marocchini per strada. Cioè" ha continuato "non è che io sia razzista, però da noi sono ovunque e non se ne può più."

Ho taciuto a causa dal dovere dettato dalla situazione ma avrei voluto dire "Magari non sei razzista (!!!) ma di sicuro sei uno stronzo."

Come dice questo spezzone di un film del 1943, i diritti delle minoranze devono essere i diritti di tutti perché tutti noi facciamo parte di una minoranza. La sola fortuna che posso dire di avere avuto è quella di essere nata nella giusta area del mondo, in una famiglia sufficientemente agiata e colta da crescermi con una mente aperta. Tutto il resto del mio mondo lo creo ogni giorno, attingendo energia da tutte le persone straordinarie che incontro e isolando gli str****.

 


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Enigma e Tickets a Barcellona: i ristoranti di Albert Adrià che hanno fatto rinascere Poble Sec

Comprare un biglietto aereo solo per cenare in due templi dell'alta cucina. Lo hai mai fatto? Io sì: sono stata 48 ore a Barcellona per ripercorrere le tracce dei fratelli Adrià, grazie a cui il quartiere popolare Poble Sec sta tornando a nuova vita. Il mio racconto su Enigma e Tickets lo trovi qui 👉 https://tinyurl.com/y2nnvgkz

Di seguito, invece, qualche foto che ti faranno venir voglia di partire subito.

Enigma Concept

 

Tickets: la Vida Tapa

 


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Esperienze da provare in Corea: Temple Stay e cucina zen

In occasione della Korea Week 2019, che si è svolta a Torino, ho avuto modo di scrivere molto di Corea. Ho amato molto questo Paese fatto di tradizioni e modernità, dove il cibo è ottimo ma l'interesse per il benessere fisico è più forte. Un luogo dove le persone parlano poco inglese, ma cercano di comunicare in ogni modo e ti avvolgono con i loro sorrisi luminosi.

Di recente ho avuto l'onore di intervistare la monaca coreana Jeong Kwan, ormai famosa grazie a una puntata di Chef's Table su Netflix, e mi sono fatta raccontare la sua filosofia e perché sente la necessità di diffondere la cultura della cucina zen nel resto del mondo. Trovi il mio articolo su Reporter Gourmet.

Su TravelGlobe ho invece raccontato cosa significa Temple Stay e le esperienze che si possono provare durante la permanenza. Il massimo sarebbe riuscire a soggiornare nel tempio della monaca Kwan.

QUI, infine, trovi alcuni miei racconti su alcune tradizioni coreane; sono stati scritti poco dopo il mio viaggio, ma restano sempre attuali.

 

Leggimi anche su TravelGlobe


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Istanbul, bella e capricciosa

Scintillante come sei, Istanbul, non puoi che far innamorare. Eppure, la prima volta che ti vidi eri diversa: sempre caotica e vivace, ma come ricoperta da un sottile strato di polvere. Una sorta di filtro che ti faceva assomigliare a una vecchia cartolina sbiadita dall'innegabile fascino un po' fané. Era il 1980, anno in cui ci fu il terzo colpo di stato della tua storia e anno in cui mi persi irrimediabilmente in te, città bella e capricciosa.

Quando mi chiedono perché bisognerebbe scegliere di visitarti, consiglio di vedere due film: Hamam di Ferzan Ozpetek (qui la colonna sonora) e Un tocco di zenzero (qui la colonna sonora). Entrambi raccontano in maniera chiara e poetica il senso di perdita che si prova quando si è costretti a lasciarti. Ogni scena è una pennellata data con i colori che più ti caratterizzano: quelli dei bazar, delle spezie, delle architetture, delle maioliche. Le medesime tinte, dopo aver visto i film, vorrai andare a cercarle di persona per imprimerle il più possibile negli occhi, nella memoria.

La prima visita, di norma, parte da Sultanahmet con la Moschea Blu, Aya Sofia, la Basilica Cisterna e il Topkapı Sarayı, il palazzo imperiale, dove merita trascorrere qualche ora tra gioielli lucenti, giardini ombreggiati e motivi ottomani. Ma è all'alba che bisogna svegliarsi se si vuole vedere la vera anima di Istanbul: è alle prime luci del mattino, infatti, che la città lentamente si sveglia rivelando i suoni più intimi. Le ruote dei carrelli che scorrono sull'asfalto mentre trasportano le merci per i negozi, il tintinnio dei bicchieri a forma di tulipano per il çay, il mormorio delle preghiere, gli sbadigli, i günaydın (buongiorno) detti con un filo di voce. All'alba Istanbul è una città silenziosa, che non ha niente da dimostrare. E profuma di simit, le tipiche ciambelle al sesamo.

Poi le vie si animano così come i mercati, si sentono le urla di richiamo per i clienti e il fragore del traffico da cui sfuggire nei quartieri meno conosciuti e frequentati. Basta andare a Balat e Fener per immergersi nella più tipica atmosfera ottomana, tra case a sbalzo colorate e un po' scrostate, oppure a Moda per un pranzo tipico vista mare o, ancora, rifugiarsi in un hamam. Avvolti nel peştemal, il tipico telo di cotone che potrete acquistare un po’ ovunque, bisogna avere la pazienza di rimanere sdraiati sulla piattaforma centrale di marmo, mentre goccioline d’acqua calda cadono sul corpo e guardare i giochi di luce tra il vapore e il sole, che filtra dai fori nel soffitto a volta. Seguono il peeling, effettuato tramite un guanto ruvido, e il savonage, insaponatura fatta da un massaggiatore.

Quando giunge il tramonto, infine, bisogna andare in uno dei locali a Kadıköy o Üsküdar, sotto il ponte Bebek, e attendere che il Bosforo si tinga di arancione sorseggiando un buon bicchiere di vino prodotto con Okuzgozu, un vitigno autoctono dal gusto caldo e avvolgente.

Se a un uomo venisse concessa la possibilità di un unico sguardo sul mondo, è Istanbul che dovrebbe guardare.

[Alphonse de Lamartine | 1780-1869]

Leggi anche: 3 giorni a Istanbul, cosa fare | Cucina turca

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Torino solidale, tra orti urbani e pasti sociali

Un progetto che favorisce l'inclusione sociale. Questo è C.A.R.O.T.A. (acronimo per (Cibo, Agricoltura, Rete, Occupazione, Territorio, Aggregazione), una risorsa per Mirafiori Sud ed esempio per tutte le altre periferie di Torino.

Cuore pulsante dell'iniziativa è la Locanda nel Parco dove, con l'aiuto di molti volontari di zona, opera l'azione congiunta sul territorio della cooperativa Patchanka e della Fondazione della Comunità di Mirafiori.

La locanda, operativa già dal 2017, ogni giorno prepara pasti a prezzi modici utilizzando soprattutto i prodotti invenduti provenienti da mercati e negozi rionali, per un consumo più consapevole e sostenibile. Il progetto C.A.R.O.T.A. permetterà di aumentare il numero di pranzi gratuiti distribuiti giornalmente ai soggetti in difficoltà economiche, con l’obiettivo di raggiungere cento famiglie arrivando a venti pasti al giorno, sette giorni su sette.

Contadini per caso

Per un migliore sostegno al reddito delle persone in difficoltà, inoltre, ci sono gli Orti Generali. Nato con l’obiettivo di costruire un modello di impresa sociale per la trasformazione e la gestione di aree agricole residuali cittadine, Orti Generali a Mirafiori presenta 150 orti in affitto a chiunque voglia coltivare il proprio cibo sul confine con la città di Torino e dieci orti gratuiti in concessione a persone in difficoltà. In cambio dell'opportunità, gli ortolani solidali daranno le eccedenze del proprio orto alla Mensa Sociale della Locanda nel Parco, gestita dalla cooperativa Patchanka, e svolgeranno del volontariato per la cura degli spazi comuni e nella conduzione dell'orto collettivo.

Alla Locanda nel Parco può andare chiunque per godere di una cucina semplice e contribuire alla sostenibilità del progetto. Non solo cibo però; nella Casa nel Parco si svolgono
numerose attività: servizi e sportelli informativi gratuiti per la cittadinanza, corsi e laboratori per diverse fasce di età; eventi, rassegne cinematografiche, teatrali, musicali e sportive.

La Bela Rosin a Mirafiori

Poco distante dalla Locanda nel Parco, su Strada del Castello di Mirafiori, c'è uno degli edifici più curiosi di Torino: il Mausoleo della Bela Rosin. Passandoci davanti per caso, come è capitato a me, non si può evitare di fermarsi per dare uno sguardo. È una copia esatta, per quanto più piccola, del Pantheon di Roma.

Progettato dall'architetto Angelo Demezzi, fu commissionato per essere tomba di Rosa Vercellana e il marito Vittorio emanuele II. Di fatto ospitò solo la Bela Rosin e i suoi figli, ma i resti delle salme non sono più lì dal 1972.

Oggi il mausoleo, dopo essere stato ceduto al Comune, è sede di eventi, letture, spettacoli teatrali ed eventi culturali in genere. Il parco da cui è circondato merita una passeggiata in una giornata di sole.


3 giorni a Istanbul: cosa fare nella città dei Sultani

"Se il mondo fosse un solo Stato, la capitale sarebbe Istanbul"

Napoleone Bonaparte

Bisanzio come città greca, oppure Costantinopoli, come capitale dell’impero romano d’Oriente o, in turco, Istanbul, capitale dell’impero ottomano. Comunque la si voglia chiamare, questa città è una porta aperta sull'Oriente.

Si erge nel continente europeo e in quello asiatico, divisa dal Bosforo, lo stretto che collega il Mar Nero con il Mar di Marmara. Il Corno d'Oro è il porto naturale sulla riva europea del Bosforo, su cui si estende il centro storico.

Per conoscere davvero Istanbul non basterebbe una vita, ma tre giorni sono un tempo sufficiente per innamorarsene e decidere di tornare.

Giorno 1: Sultanahmet, moschee e caffè

La Sultan Ahmet Camii, meglio conosciuta come Moschea Blu, è uno dei monumenti identificativi di Istanbul. È l’unica moschea a poter mostrare sei minareti, più di essa può solo la moschea di Ka’ba, a La Mecca, che ne vanta sette. Tale particolarità architettonica è dovuta, secondo una leggenda, a un fraintendimento: il sultano Ahmed I, non potendo eguagliare la magnificenza della Moschea di Solimano (Suleymaniye Camii) né quella di Aya Sofia, pensò di distinguerla facendo realizzare i minareti d'oro. L’architetto, però, fraintese le parole del sultano, capendo “altı” (che in turco significa “sei”) anziché “altın” (oro).

Se non si soffre di claustrofobia ma si apprezzano le atmosfere un po' misteriose, c'è l'imperdibile Yerebatan Sarnıcı, la Basilica Cisterna. Se un tempo raccoglieva acqua sufficiente per soddisfare il fabbisogno cittadino, oggi è palcoscenico per concerti e spettacoli, data la sua acustica perfetta. Ricordate però di non osservare la Medusa negli occhi, potreste rimanere pietrificati. Se una visita all'imponente Aya Sofya, la basilica di Santa Sofia considerata una delle meraviglie del mondo, è imprescindibile, una sosta caffè è necessaria. Un caffè turco perfetto deve essere preparato seguendo alcune regole. Il pentolino di rame in cui viene preparato si chiama cezvee la dose giusta per la preparazione è due cucchiaini di polvere di caffè per due tazze d'acqua. Per avere il sapore tipico deve essere bollito due volte e lo zucchero va aggiunto durante la fase di cottura. Si beve con pazienza, sperando di trovare qualcuno che poi sappia leggere il futuro nei fondi. Nel Museo del caffè, ospitato nelle splendide sale del Museo dell'Arte Turca e Islamica, viene insegnata la giusta tecnica di preparazione con tanto di certificazione finale. Il caffè turco, infatti, è Patrimonio UNESCO e merita ogni attenzione.

Giorno 2: Beyazıt ed Eminönü, tra shopping e una buona colazione

Kapalı Çarşı, il Gran Bazar, anche se ormai è soprattutto turistico, vale la pena di essere visitato. Fu fatto costruire dal Sultano Fatih Mehmed, ma l'acqua e gli incendi lo danneggiarono pesantemente e circa 250 anni fa assunse la struttura attuale.

Nella zona del Bazar bisogna prendersi il tempo per gustare una tradizionale kahvaltı, la tipica colazione turca. Si tratta di un vero e proprio rito che si svolge ogni giorno seduti comodamente ai tavoli dei numerosi locali adibiti esclusivamente a questo pasto, ikahvaltı salonu. Formaggi a pasta molle o dura, erborinati o delicati, pomodori, olive, miele, burro e crema accompagnati con soffice pane appena sfornato. Da bere, il classico çay. Curiosità: il miele viene servito con il favo, da consumarsi tutto insieme, masticandolo a piccoli pezzi. Per la preziosa composizione della cera e del miele, ha un effetto benefico contro la bronchite e i disturbi alle vie respiratorie. Si usa anche come prevenzione della sinusite causata dal polline e protegge le gengive dalla placca.

Al Mısır Carşısı si va certo per le spezie e i dolci, ma anche per vedere la Rüstem Pasha Camii, forse la più bella tra le moschee minori di Istanbul. Si trova in Hasircilar caddesi, e dalla sua posizione sopraelevata permette di osservare da un angolo privilegiato il vivace mercato. La moschea è famosa per le ceramiche di Iznik, che in questo luogo, oltre al tradizionale colore blu, presentano anche il rosso e turchese.

Giorno 3: Palazzo Topkapı e Galata

Il Topkapı Sarayi è un'oasi di pace dove rifugiarsi per sfuggire al caldo estivo e al traffico cittadino. Nel palazzo è custodito lo splendido tesoro imperiale, ma quello che forse non si sa è che nelle sue cucine fu creato il più famoso dei dolcetti turchi: il lokum. Ali Muhiddin Hacı Bekir, pasticcere dell'antica corte di Istanbul, sentì il sultano lamentarsi di essersi rotto un dente a causa di una caramella troppo dura chiedendo ai cuochi di inventarne un nuovo tipo che fosse, però, morbido. Il pasticcere, che proveniva da una città situata sulle montagne anatoliche, ideò subito una nuova ricetta che contenesse le profumate rose della sua regione. Il risultato fu talmente morbido e aromatico che il nome assegnato a questa specialità fu Rahat lokum, letteralmenteconfortevole delizia.

Attraversando il ponte di Galata, dopo un doveroso assaggio del tipico panino con le sardine, si arriva infine nell'omonimo quartiere sovrastato dalla torre. Questo è il posto giusto per curiosare tra negozi di design, arte e moda.

Relax all'hamam

La parola hamam deriva dall’arabo e significa “scaldare”; motivazioni di ordine religioso e igienico rendono questo spazio un piacevole luogo d’incontro e, come dice Sherazade nelle Mille e una Notte:”Una città, per essere una vera città, deve avere un grande Hamam”. Avvolti nel peştemal, il tipico telo di cotone, bisogna avere la pazienza di rimanere sdraiati sulla piattaforma centrale di marmo, mentre goccioline d’acqua calda cadono sul corpo e guardare i giochi di luce tra il vapore e il sole, che filtra dai fori nel soffitto a volta. Seguono il peeling, effettuato tramite un guanto ruvido, e il savonnage, insaponatura fatta da un massaggiatore.

Un hamam storico (risale al 1454) poco appariscente ma tradizionale, per nulla turistico, è l'Ağa Hamamı: un indirizzo prezioso per rigenerarsi dopo una giornata trascorsa a esplorare la bella Istanbul

Ti servono altre informazioni su Istanbul? Le trovi sulla guida che ho scritto per ViaggiAutori.


Salvare il pianeta si può, con la Health Planetary Diet e qualche rinuncia

Mi faccio domande in continuazione e ascolto, a volte di nascosto, le conversazioni delle altre persone. Lo faccio perché voglio capire punti di vista diversi dai miei, senza il filtro dell'educazione o dell'imbarazzo.

Da qualche giorno c'è grande mobilitazione mondiale grazie al discorso di Greta Thunberg che ha indotto migliaia di giovani a scioperare per il clima e poco mi interessano le polemiche che aleggiano intorno alla storia. Pare, infatti, che il movimento ispirato dalla ragazzina sia solo il frutto di una mirata azione di marketing da parte dei genitori per la promozione di un libro in uscita e una app. Ebbene, sarà anche vero ma quel che conta per me è che qualcuno sia riuscito a smuovere gli animi di chi è spesso accusato di interessarsi solo al proprio smartphone. I giovani sono il futuro, ma i semi del cambiamento dovrebbero piantarli gli adulti di oggi smettendola di nutrirsi malamente senza pensare al bene del pianeta o, almeno, alla propria salute.

Per smettere di consumare le risorse della Terra e garantirci benessere fisico bisognerebbe seguire la Health Planetary Diet, che richiede circa 2500 calorie giornaliere così suddivise: 232 g di cereali, 300 g di verdura, 200 di frutta, 31 g di zucchero aggiunto, 250 g di formaggi e latticini, 75 g di legumi.

Una volta a settimana si possono consumare 200 g di pesce, 300 g di carne, e 2 uova.

Poco si discosta dalla nota Dieta Mediterranea ma è necessario porre più attenzione alla qualità di ciò che ingeriamo: niente più carni e uova provenienti da allevamenti intensivi, frutta e verdura non OGM o trattate, latticini derivanti da produzioni piccole e controllate.

E poi, smettiamola di acquistare acqua in plastica (ci sono ristoratori che hanno smesso di venderla): ci sono bottiglie termiche comode e belle; la plastica, inoltre, se conservata male rilascia sostanze tossiche. I legumi cerchiamoli sfusi nel negozio sotto casa (ma li hanno anche alcuni supermercati), così come la frutta secca e i detersivi.

Le statistiche dicono che ogni anno buttiamo via plastica sufficiente per fare il giro del mondo 4 volte ed è stato dimostrato, inoltre, che il 50% della plastica viene eliminata dopo il primo utilizzo.

Sono fermamente convinta che il problema andrebbe risolto alla fonte vietando ai produttori l'utilizzo della plastica (San Francisco lo ha già fatto con l'acqua), ma nel frattempo ognuno di noi nel proprio piccolo può iniziare a condizionare il mercato. Se più nessuno comprasse quei biscotti incartati uno per uno nella plastica forse, alla fine, non verrebbero più prodotti. Il mercato è regolato da un algoritmo proprio come i Social Network: propone in base a ciò che gli utenti cercano. Anche in questo caso, quindi, siamo in grado di cambiare i suoi calcoli, basta volerlo e farlo con costanza.

Tu cosa fai per il Pianeta? Raccontamelo commentando sulla mia pagina Facebook.


TeatroxCasa: il seme della cultura si pianta in salotto

Una casa adibita a studio d'arte, dove una quarantina di appassionati e curiosi si sono riuniti per assistere a uno spettacolo teatrale. Nulla di clandestino, solo una geniale iniziativa per avvicinare le persone al teatro e gli artisti al pubblico. TeatroxCasa è quello che stavo cercando da un po', stufa di incontrare gli amici solamente intorno a un tavolo da pranzo.

Avevo voglia di conoscere gente nuova, in un contesto intimo e culturalmente elevato; un luogo tranquillo dove però trovare novità e un pizzico di avventura. Non ho mai amato i locali affollati dove bisogna urlare per parlare e la programmazione teatrale, ahimè, mi sfugge quasi sempre vista la necessità di prenotare con largo anticipo.

Ho scoperto TeatroxCasa per caso grazie a un'amica e credo che, dopo la prima esperienza di sabato scorso a Torino, non lo lascerò più. È un'esperienza divertente? Dipende. Può far ridere, ma anche commuovere e pensare, che di questi tempi è una gran cosa.

Come funziona TeatroxCasa?

Sul sito ufficiale s trovano gli spettacoli in programma in tutta Italia, ma basta iscriversi alla newsletter per ricevere direttamente le date nella propria città.

In pratica, ci si iscrive e solo pochi giorni prima dell'evento viene comunicato via email l'indirizzo della casa ospitante e le regole. Normalmente un'ora prima dell'inizio si condivide con gli altri ospiti un aperitivo informale per poi immergersi in altre storie, in altri mondi. Per garantire la sostenibilità dell'iniziativa, soprattutto da parte dell'artista, viene richiesta un'offerta minima di 12 euro a testa che va direttamente all'attore.

Per fortuna c'è ancora chi crede che bellezza e cultura ci salveranno dalla superficialità e dalle mancanze. Io sono tra quelli.