Visitare L’Aia con il tram n.1

biciNon chiamatela L’Aia, se volete farvi capire dagli olandesi. I locali, infatti, la conoscono come Den Haag e nessuno sa spiegare perché fuori dall’Olanda solo questa città cambi nome in base alla lingua.

In ogni modo L’Aia è una destinazione che non avevo mai preso in considerazione, ma che mi ha piacevolmente sorpresa. È vivace, allegra ed elegante. Sarà per il fatto che alcuni membri della famiglia reale abitano qui o per la quantità di negozi raffinati, ma L’Aia ha un carattere unico.

Il modo più semplice e comodo per visitarla è saltare a bordo del tram n. 1, che la attraversa interamente conducendo i passeggeri fino al mare, da un lato, e a Delft, dall’altro. Ricordate che ogni volta che salite e scendete dal tram dovete vidimare il biglietto alla macchinetta automatica a bordo.

IL PARLAMENTO

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In pieno centro cittadino il palazzo del Parlamento spicca per maestosità. È circondato da un lago che, all’ora giusta della giornata, lo illumina di caldi raggi dorati. Il complesso architettonico che lo ospita si chiama Binnenhof e risale al XIII secolo quando, sul medesimo terreno, venne fatta costruire la residenza di un conte. Intorno alla corte, con il tempo, si svilupparono numerosi altri edifici come la sala del trono o la torre dove ha sede l’ufficio del Primo Ministro olandese.

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Alle spalle del Parlamento, poi, si stagliano fieri alcuni grattacieli moderni sorti nella zona maggiormente colpita durante la Seconda Guerra Mondiale. Antico e moderno si fondono con armonia per guardare insieme al futuro.

I CORTILI

rusthof

Un po’ in tutte le città olandesi si possono trovare cortili segreti, che custodiscono storie e misteri. Anche Utrecht ne ha e l’Aia non è da meno.

Al numero 41-61 di Park Street, ad esempio, dietro a una porta verde qualunque si trova la corte Rusthof, uno dei superstiti ospizi di beneficenza. Fu fondata nel 1841 da da Elizabeth Green Prinsterer – van der Hoop che utilizzò i soldi avuti in eredità dal padre per aprire questo luogo aperto solo alle donne dove venivano insegnati loro alcuni mestieri manuali come il cucito. Attualmente, dopo un restauro avvenuto nel 1986, la casa è destinata alle donne single di oltre 55 anni con un reddito basso.

Il cortile è considerato un vero monumento cittadino con il suo giardino fiorito e l’orto, e rappresenta comunque un interessante spaccato della storia e della società.

 

SCHEVENINGEN

mare Aja

Proseguendo con il tram n. 1 fino al mare si arriva nella località di Scheveningen, che dista solo sei chilometri dal centro cittadino. Una lunga, lunghissima spiaggia invita a camminare respirando salsedine e ascoltando le conchiglie scricchiolare sotto i piedi. È mare del Nord, certo, senza il colori mozzafiato dei Tropici o del Mediterraneo, ma l’energia del mare è sempre la stessa, basta riconoscerla e assorbirla.

Affacciato sul piccolo porto abitato da splendide barche, al 43 di Dr. Lalykade, c’è una tappa obbligata per gli amanti del pesce e dei frutti di mare: Catch by Simonis. Un bel ristorante con terrazza sul mare, in estate ovviamente, dove vale davvero la pena di cenare almeno una volta durante la vacanza all’Aia. Sushi, grigliate, crostacei e zuppe accompagnati da una buona selezione di vini, serviti anche a calice. I prezzi, oltretutto, non sono affatto proibitivi. Ricordate però di prenotare perché è molto frequentato.

Catch by Simonis

LE VIE CITTADINE

L’Aia è facilmente visitabile a piedi, viste le sue dimensioni ridotte, perciò scendete dal tram alla fermata più vicina al centro e camminate. Perdetevi con in naso all’insù per cogliere i dettagli Liberty dei palazzi o per osservare le insegne bizzarre. Sedetevi a uno dei tanti caffè per riscaldarvi, se è inverno, e per godere un po’ della rilassatezza tipica degli olandesi. La domenica mattina, in particolare, li troverete a consumare un sostanzioso brunch in compagnia o a leggere il giornale sorseggiando un tè. Per lo shopping del week end, invece, dovete aspettare il pomeriggio della domenica quando i negozi riaprono.

Se invece siete comodi sul tram n. 1, guardate scorrere il paesaggio fino ad arrivare a Delft, la città della ceramica blu.

UN CONSIGLIO

Se posso darvi un consiglio, prenotate una visita della città con Remco Dörr, una guida davvero speciale che saprà raccontarvi e farvi apprezzare ogni aspetto dell’Aia. Lo potete rintracciare a questa email: tours@denhaag.com

Succo estratto di finocchio, mela e zenzero per la digestione

succo mela finocchio zenzero

Mi sono da poco appassionata ai succhi estratti a freddo. In realtà era già un po’ di tempo che mi incuriosivano, ma non trovavo un estrattore che soddisfasse i miei desideri. In pratica non doveva essere troppo ingombrante e non costare una cifra esagerata. A forza di cercare e chiedere a persone fidate, ne ho trovato uno interessante e mi sono messa subito all’opera.

La scorsa settimana ho invitato degli amici a pranzo per la tradizionale bagna cauda annuale che, essendo a base di aglio, non è facilmente digeribile. Allora ho pensato di agevolare la digestione iniziando dall’aperitivo, servendo un succo estratto che non appesantisse lo stomaco ma che, anzi, potesse migliorare il lavoro dei succhi gastrici. Il succo vivo era a base di finocchio, mela verde e zenzero.

Il finocchio ha un contenuto ridotto calorico ed è ricco di fibre, sali minerali e vitamine utili al corretto funzionamento del sistema cardiocircolatiorio e nervoso. L’aspetto più importante, in questo caso, è dato però dalle sue proprietà diuretiche e disintossicanti, che migliorano le funzionalità epatiche favorendo l’eliminazione di tossine.

La mela verde, invece, l’ho scelta perchè stimola la digestione, è depurativa ed è un toccasana per l’intestino. Lo zenzero, infine, è molto conosciuto per essere il digestivo per eccellenza: combatte l’acidità di stomaco e il meteorismo.

Inoltre, questo succo è anche estremamente buono: dolce e acido al tempo stesso, rinvigorito dalla nota piccante data dalla radice. Un consiglio: non esagerate con lo zenzero. Il succo estratto risulta molto più intenso come sapore e rischiate di rovinare questa ottima bevanda.

Preparazione: lavate bene frutta e verdura (io ho usato anche le foglie esterne del finocchio, quelle più dure), tagliate tutto a piccoli pezzi ed estraete il succo. Servitelo freddo o con qualche cubetto di ghiaccio.

Week end a Utrecht tra canali, luci e birra artigianale

tulipani_traveltotasteL’Olanda mi piace per l’atmosfera rilassata che la pervade, per la sensazione di sicurezza, per l’architettura austera e allegra al tempo stesso, per i fiori, i canali e la genialità che mettono in certi progetti. Dopo aver visitato Amsterdam e Rotterdam, questa è stata la volta di Utrecht e l’Aja, ma iniziamo con la prima delle due.

I canali di Utrecht

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Utrecht colpisce subito per l’assenza di traffico e gli edifici medievali, ma più di tutto io sono stata attratta dai canali che, qui, si presentano con un aspetto unico al mondo. Fanno parte, infatti, di un ingegnoso sistema di sviluppo medievale con moli e cantine collegati con magazzini più ampi appartenenti alle case affacciate sui canali. Seicento anni fa tutto questo era palcoscenico di commerci e contrattazioni da parte dei venditori che vivevano poco più in alto della bottega. Gli stessi moli su cui si acquistavano verdure, vino e pesce, adesso in estate vengono allestiti i dehors dei locali alla moda, dove si può cenare o bere qualcosa a pelo d’acqua. Alla fine del XIX secolo, quando si impose la circolazione su strada invece che sull’acqua, cantine e moli vennero abbandonati con il rischio che rimanesse danneggiata alla lunga anche la parte superiore, fatta di strade a case. Con il tempo però, spesso per iniziativa privata, sono stati restaurati e ripristinati così come li vediamo oggi.

I canali si possono osservare passeggiando a piedi, comodamente seduti sul battello che in un’ora riporta al punto di partenza o noleggiandouna canoa e muovendosi in autonomia.

Trajectum Lumen

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Utrecht è bella da scoprire angolo dopo angolo, di giorno e di sera quando viene impreziosita da un progetto permanente che vuole dare alla città una nuova luce.

Diciotto luoghi del centro cittadino prendono vita grazie al Trajectum Lumen, che li trasforma in opere d’arte intrise di magia. Il Ganzemarkt Tunnel, ad esempio, che un tempo veniva usato per calare le barche in acqua adesso pare condurre in un’altra dimensione. I colori sfumano lentamente dal turchese al fuxia, dal giallo al verde valorizzando la bellezza delle antiche mura.

La Torre del Duomo non è certo esentata da questa meraviglia. Il simbolo della città, che si trova perfettamente al centro dell’abitato, svetta con suoi 212 sui tetti sottostanti mentre le sue arcate si illuminano con giochi di luce magistrali. Per seguire il percorso l’Ente del Turismo ha stampato un’apposita mappa e realizzato una app interattiva che potete scaricare qui.

Birra artigianale

Brouwer I

Nel cuore della città, a pochi passi dall’imbarco per il tour dei canali, si trova l’ Oudaen City Castle: un palazzo risalente al 1296 che attualmente ospita un ristorante, un teatro e un birrificio.

Utrecht nel medioevo contava circa trenta birrifici, tutti situati lungo il canale vecchio che al tempo era collegato al mare del Nord tramite un affluente del Reno.
Intorno al 1930, però, scomparvero tutti e solo nel 1990, questo birrificio decise di portare avanti la tradizione lavorando nei caratteristici sotterranei del Stadskasteel Oudaen. Nonostante sia un produttore di piccole dimensioni, produce circa 75000 all’anno, che però possono essere gustati solamente nel loro locale.
Ogni stagione ha la propria birra peculiare, mentre la bianca non filtrata è quella che li ha resi famosi e attira molti appassionati. Il profumo speziato e il sapore delicato, l’hanno fatta entrare nella lista delle mie preferite. Se intendete pranzare qui, vi consiglio i sandwich: pane integrale farcito con ogni delizia locale.

Un consiglio: Utrecht è da scoprire passeggiando con calma e sedendosi in uno dei caffè a osservare la vita che passa. Leggete la sua storia prima e poi lasciatevi conquistare dal suo charme.

Info: Visit Utrecht | Olanda Turismo

Marrakech: una terrazza e le msemmen

Msemmen marocchinoDa allora sono trascorsi undici anni, ma quel sapore non l’ho mai scordato. Mi ero svegliata in un palazzo che assomigliava a uno di quelli raccontati nelle fiabe di Mille e una Notte: tendaggi pregiati, maioliche verdi e blu, teiere scintillanti e lampade a olio di vetro colorato. Il riad in cui dormivo si trovava nella medina di Marrakech, a pochi passi dalla piazza Jamaa el Fnaa. Avevamo trascorso la sera precedente in giro per la città, cenando a base di tajine alle prugne, in un cortile rinfrescato dalle numerose piante, e passeggiando tra le bancarelle e i venditori di succhi di frutta.

La notte era trascorsa piacevolmente, avvolta dalle belle lenzuola e immersa nel silenzio più totale: il padrone di casa, infatti, ci aveva lasciato le chiavi perché eravamo gli unici ospiti del palazzo. Al risveglio, accecata dal sole marocchino d’agosto, sono salita in terrazza per la colazione e, ammaliata dal panorama sui tetti di Marrakech e incuriosita dalla vita locale già vivace, ho mangiato le msemmen in un morso di calore, morbidezza e fragranza.

Cosa sono?

 

Le msemmen sono delle crepes sfogliate che possono essere farcite o meno. A colazione, normalmente, vengono servite semplici in modo che possano essere usate come base per la marmellata. La versione farcita, invece, è salata e prevede l’uso di verdure tritate piuttosto finemente. Proprio come quella che ho preparato io.

Msemmen

ingredienti: 300 g farina 00, 150 g farina di semola, 250 g circa di acqua tiepida, 1 cucchiaino di sale, 2 gr lievito di birra in polvere, ½ tazza olio di semi, ½ tazza burro fuso, 60 g di semola circa per spolverare, peprone giallo tritato, peperone verde tritato, cipolla tritata

Mescolare in una ciotola l’olio di semi e il burro. Unire le farine, il lievito, il sale e aggiungere l’acqua poco alla volta. Impastare fino a ottenere un impasto omogeneo e morbido. Aggiungere le verdure tritate, lasciar riposare la pasta per 15 minuti e poi dividerla in otto palline, intingerle nel mix di olio e burro e mettere a riposo su un vassoio, schiacciandole leggermente.
Sulla superficie di lavoro versare un po’ del mix di olio e burro e con le mani stendere una pallina fino a ottenere una sottile sfoglia, facendo attenzione a non creare buchi; ripiegare l’impasto su se stesso per tre volte fino ad avere un quadrato. A ogni piega cospargere con olio e burro e un po’ di semola.
Mettere una padella sul fuoco al massimo del calore e ungerla accuratamente. Quando sarà ben calda, cuocere le crepes fino a che la pasta non si gonfia e prende colore.

Risotto con toma blu e datteri omaniti: integrazione a tavola

datteri

Ho scoperto il gusto dei datteri qualche anno fa, durante un viaggio nel deserto tunisino. Al mercato settimanale di Douz le bancarelle ne erano piene e li vendevano sia sfusi che in scatola. Seduta sulla sabbia fresca e umida per la pioggia, ho imparato ad apprezzarne la consistenza compatta e al tempo stesso morbida e il sapore dolce, ma non stucchevole.

In Italia è difficile trovarne di buoni, ma qualche giorno fa l’amica Sandra, di ritorno da un viaggio in Oman, me ne portati un po’ e ho pensato di impiegarli in una ricetta salata.

Un po’ di storia

In Oman, Paese situato sul limite orientale della penisola araba, la produzione dei datteri è una risorsa fondamentale. Li esporta in tutto il mondo e sono molto apprezzati per le loro proprietà: ricchi di fruttosio e poveri di grassi, risultano molto energetici. Sarebbe meglio consumarli freschi invece che secchi perché nel primo caso contengono molte meno calorie, ma basta limitarsi nelle quantità. I datteri, inoltre, contengono minerali e vitamine utili per il buon funzionamento del cuore e del cervello. Ce ne sono di molte varietà: Hilali - raccolti in tarda stagione con una percentuale di zucchero pari al 60% -, Khunazi - molto popolare, è di colore rosso scuro e resiste anche a elevati livelli di umidità – e Khalas - la tipologia più buona (65% di zucchero) di un colore giallo acceso, di forma ovale viene consumato sia fresco che parzialmente essiccato.

Curiosità

Per trovare un po’ di sollievo in caso di raffreddore, preparate un decotto con 100 grammi di datteri secchi e mezzo litro d’acqua. Bollire i datteri per qualche minuto nell’acqua, filtrare e dolcificare a piacere. I datteri potranno essere mangiati o utilizzati come sostitutivo dello zucchero.

 

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Risotto con toma blu e datteri

ingredienti per 2 persone: 160 g di riso Carnaroli, burro, brodo vegetale caldo, 1/2 porro, 1/2 carota, 80 g di toma blu, 4 datteri

Tritare il porro e la carota finemente e farli soffriggere in una noce di burro. Versare il riso, lasciarlo tostare per un paio di minuti e coprire con il brodo bollente. Mentre il riso cuoce, far rinvenire in un po’ d’acqua calda i datteri, tritarli grossolanamente e tenere da parte.

A cottura ultimata, a fuoco spento, aggiungere i datteri e mantecare il riso con la toma blu tagliata a cubetti. Servire caldo.

Nota: la toma blu è un formaggio tipico piemontese di latte vaccino, che ha una pasta compatta venata da screziature blu. Nonostante sia leggermente piccante, non risulta particolarmente aggressiva al palato. Con i datteri si possono abbianare bene anche formaggi più forti come il gorgonzola o il roquefort.

Aperitivo orientale: chips di cachi

cachi_traveltotasteQuando ero bambina c’erano solo due alimenti che detestavo con tutte le mie forze: le carote cotte e i cachi. Mi infastidiva la consistenza un po’ molliccia e non c’era verso di farmeli mangiare. Con il tempo ho fatto pace con entrambi e, piano piano, ho imparato ad apprezzarli.

I cachi sono originari della terra che più amo, l’Asia, e pare che la pianta si sia sviluppata prima in Cina per poi diffondersi dalla Corea al Giappone, dove è anche chiamato l’Albero della Pace, per essere sopravvissuto alla bomba atomica sganciata su Nagasaki.

Per la dolcezza della sua polpa viene normalmente destinato ai dessert, ma credo che possa essere egegiamente impiegato anche in preparazioni salate. Qualche anno fa, ad esempio, me lo servirono in accompagnamento a una deliziosa e cremosa burrata. In Giappone viene utilizzato per realizzare alcune bevande alcoliche tra cui certe varietà di sakè.

Le sue proprietà benefiche sono molteplici: ricco di vitamina C, potassio e fibre è utile nell’alimentazione dei bambini e degli sportivi. È però un frutto molto zuccherino, perciò i diabetici e chi ha problemi di peso farebbe bene a evitarlo.

Ieri un’amica me ne ha regalato una cassetta e ho pensato di essiccarli per poterli conservare più a lungo e consumarli come stuzzicante aperitivo… con un tocco orientale.

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Chips di cachi speziate

ingredienti: cachi non ancora maturi, sale integrale, curcuma, berberè

Tagliare i cachi a fette sottili e infornarle a 120 °C per circa 2 ore, girando le fette almeno una volta durante l’essiccazione. A metà tempo salare uniformemente. Trascorso il tempo, e avendo fatto attenzione a non far annerire i cachi, togliere dal forno e cospargere con le spezie. Io ho usato curcuma e berberè, ma si possono utilizzare curry, pepe macinato fresco e ogni spezia che vi ispiri.

Ful Mudammas: un boccone di Medio Oriente

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Assaggiai per la prima volta il Ful Mudammas durante un lontano viaggio in Egitto, dopo avere ammirato lo scenografico monastero di Santa Caterina. Situato nella regione del Sinai, è il più antico monastero cristiano esistente. Giace in una valle desertica alle pendici del monte Horeb dove, si narra, Mosè ricevette i comandamenti. Torri, mosaici e manoscritti rappresentano una parte del patrimonio di cui il monastero è testimonianza, ma anche la ricetta di cui voglio raccontarvi fa parte di una tradizione menzionata già nella Bibbia.

Un tempo, le fave rappresentavano un’importante fonte di proteine e l’antico metodo per cuocerle prevede l’immerisione in una pentola piena di acqua che, dopo essere stata sigillata, veniva sepolta sotto carboni ardenti in modo da garantirne una lenta cottura. Il Ful Mudammas si trova in tutto il Medio Oriente e viene spesso consumato durante il periodo di Ramadan durante il pasto prima dell’alba perché, grazie all’alto contenuto di fibre, ha la capacità di riempire senza appesantire.

In ogni Paese viene servito in maniera diversa: c’è chi lo accompagna alle uova sode, chi al pomodoro fresco, alcuni lo riducono in purè, altri lasciano le fave quasi intere. Il succo di limone, invece, si trova in quasi tutte le ricette e gli dà un fresco e piacevole profumo. Per rispettare la ricetta originale biblica, il limone non andrebbe spremuto ma tagliato a pezzi o a fette. Per tradizione viene consumato a colazione o a pranzo, servito con pane arabo, hummus e gli altri meze tipici della cucina locale.

Mangiarlo al chiarore delle stelle africane o al riparo di un sole infuocato mediorientale è molto poetico, ma anche gustarlo a casa propria in buona compagnia è un’esperienza da non disdegnare.

 

Ful Mudammas

ingredienti: 2 tazze di fave cotte, olio extra vergine di oliva, 1/2 cipolla tritata, 4 spicchi di aglio arrostito, 1 cucchiaino di cumino, 1/2 tazza di acqua, sale e pepe nero qb, il suucco di 2 limoni

In una padella scaldare 1 cucchiaio di olio d’oliva a fuoco medio. Soffriggere la cipolla tagliata a dadini fino a che non diventa trasparente. Aggiungere l’aglio e il cumino, rosolare per un minuto. Mettere le fave nella padella, aggiungere circa ½ tazza di acqua e portare a ebollizione. Ridurre il fuoco al minimo, condire con sale e pepe a piacere e coprire con un coperchio

Lasciare sobbollire impasto per circa 10 minuti fino a quando le fave non saranno molto morbide. Togliere il coperchio e continuare a cuocere fino a quando il liquido non si sarà ridotto.
A termine cottura versare il composto in una ciotola, aggiungere il succo di limone e schiacciare il tutto fino a ottenere una consistenza liscia e cremosa. Creare uno spazio al centro del ful, versarvi l’olio di olivaolio d’oliva e guarnire a piacere. Servire caldo.

Sapori d’India: paneer alle spezie

paneer al curry di madras

In India, si sa, la cucina è prevalentemente vegetariana e durante il mio viaggio ho cercato di assaggiarne tutte le varianti. Fagottini fritti, riso agrodolce, pane all’aglio e curry sono solo alcune delle specialità locali che, lo ammetto, dopo qualche settimana ero stanca di trovare su ogni tavola o bancarella. Il paneer ha rappresentato la giusta alternativa, che sceglievo ogni volta che lo trovavo in menu.

Il paneer è il formaggio tipico della cucina del versante sud dell’Asia, originario di India e Pakistan. È fatto con latte vaccino, ma per provocarne la coagulazione non viene utilizzato il caglio bensì il limone. Ho provato a prepararlo in casa ma con scarsa resa, perciò ho rinunciato a consumarlo fino a quando non l’ho trovato sugli scaffali di un negozio che vende prodotti biologoci.

Ha una pasta molto compatta e tra i sapori d’India è certamente il più delicato e senza sale. Grazie a queste caratteristiche, non viene gustato crudo ma utilizzato soprattutto per preparazioni cotte. Il paneer era già menzionato nei Veda nel lontano 6000 a. C e rappresenta un’importante fonte di proteine.

Io lo considero ottimo per un pasto leggero o un antipasto insolito. Si accompagna bene con gli spinaci e i cavoli, ma io l’ho preparato con gli ultimi fagiolini della stagione.

Paneer alle spezie

ingredienti: olio di semi di arachide, 200 g di paneer, 1 cucchiaino di semi di coriandolo, 1 cucchiaino di zenzero fresco tritato, 1 cipolla tritata, 1/2 cucchiaino di peperoncino, 1 cucchiaino di Garam Masala o di curry di Madras, 1 cucchiaio di miele, sale qb

Scaldare due cucchiai di olio e soffriggere il paneer tagliato a fette spesse fino a quando non risulterà dorato e croccante su entrambi i lati; togliere dal fuoco. Saltare la cipolla e le spezie nell’olio, facendo attenzione che non brucino, aggiungendo poi il miele; mescolare bene e aggiustare di sale. Rimettere il paneer in padella con le spezie e lasciare insaporire qualche minuto. Servire caldo con verdura scaldata con aglio e sale.

[FOTO] Gozo: porte a colori

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The doors we open and close each day decide the lives we live.” Flora Whittermore

Si dice che le porte spalancate simboleggino il passaggio da un’esperienza a un’altra, da una vita a un’altra, mentre quelle chiuse rappresentino rifiuto. A me, invece, le porte chiuse ispirano nuove storie fatte di immaginazione, che riguardano la vita di chi vive al di là di quei colori. Gozo ne ha tante di queste porte e ognuna mi ha incantata per bellezza e originalità.

Mi piacerebbe avere una porta di ingresso verde oppure turchese, anche se in realtà vorrei poterne cambiare la tonalità in base all’umore, come i vestiti. Per adesso mi accontento di imprimerle negli scatti e nella memoria.

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A door opens to me. I go in and am faced with a hundred closed doors.” Antonio Porchia

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Close some doors today simply because they lead you nowhere.” Paulo Coelho

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Personality can open doors, but only character can keep them open.” Elmer G. Letterman

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Reality is a sliding door.” Ralph Waldo Emerson

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Corsica a settembre: 5 posti da vedere e 1 ricetta

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I 10 giorni trascorsi on the road in Corsica sono finiti e cerco di riordinare le idee. Un itinerario lungo e intenso, che ho cercato di vivere attimo per attimo, imprimendo negli occhi anche quei luoghi che, per mancanza di tempo, ho potuto vivere poco. Il progetto #corsicavivilaadesso mi è subito piaciuto per la libertà che ha lasciato nello scoprire il territorio, che conoscevo davvero poco e niente. Della Corsica mi hanno sorpreso molti aspetti:

  • La natura selvaggia, che riescono a mantenere tale.
  • L’orgoglio per il proprio territorio, che si rispecchia anche a tavola dove si trovano solo prodotti locali.
  • Il carattere forte e un po’ chiuso degli abitanti, che però si dimostrano sempre gioviali e disponibili al dialogo.
  • Un entroterra sorprendentemente bello con paesini arroccati su alti speroni, frutto delle tante invasioni subite.
  • Il mare, che sembra un’acquamarina finemente lavorata dal più bravo dei gioiellieri.
  • Il silenzio, che a settembre regna sovrano.

Tra tutti i luoghi che ho visto – e di cui vorrei approfondire la conoscenza – ve ne segnalo 5 da vivere soprattutto a settembre, quando il turismo si fa meno intenso e invasivo.

Centuri

Centuri corsica traveltotaste

Villaggio di epoca romana sul lato ovest di Cap Corse. Si raggiunge percorrendo una strada ripida e stretta, che si apre su un paesaggio unico. Il mare turchese fa da prezioso tappeto di fronte a questo borgo elegante, dove viene portata avanti la tradizione della pesca all’aragosta. Le case colorate si stringono intorno alla baia e passeggiare per i vicoli alla ricerca delle botteghe artigiane è tanto rilassante quanto divertente.

Porto

Porto corsica traveltotaste

Stretto tra le Calanques di Piana, il golfo di Porto è, meritatamente, Patrimonio dell’Umanità UNESCO. Culla di meraviglie naturali, il borgo si sviluppa intorno a una delle tante torri genovesi (150 in tutta la Corsica) a ridosso del golfo che, osservato dalla giusta angolazione, sembra un lago, tanto è chiuso. La vista sulle scogliere che si osserva dalla strada che da Saint Florent porta qui, è da togliere il fiato.

Corte

Corte corsica traveltotaste

Il cuore della Corsica, così viene spesso chiamata Corte. È stata l’antica capitale dell’isola ai tempi del patriota Pascal Paoli ed è sovrastata da una mirabile cittadella fortificata. Da lassù si può osservare la cittadina, con le sue belle case e la vivacità tipica delle città universitarie. Non mancano i locali dove prendere un aperitivo all’aperto con sottofondo musicale.

Percorso di Casinca

Casinca

Tre paesi medievali a poca distanza tra loro, che si ergono sulle colline vicino a San Nicolao, nell’entroterra della costa est. Castellare di Casinca, Loreto di Casinca e Penta di Casinca sono stati edificati su uno sperone roccioso, espandendosi poi verso valle con case in pietra molto particolari. I tetti sono ricoperti di tegole in pietra azzurra, che sembrano mimetizzarsi con il cielo. Sui muri di piazze e strade sono state appese fotografie d’epoca, in modo da osservare come erano un tempo.

Cap Corse

torre genovese cap corse corsica traveltotaste

È forse la zona più selvaggia della Corsica. Un’isola nell’isola lunga 40 chilometri disseminata da torri, villaggi di pescatori e luoghi senza tempo. La sua bellezza sta soprattutto nell’entroterra, dove si rispecchia meglio la lunga e travagliata storia della Corsica. Solo qui si trovano 60 delle 150 torri genovesi dell’isola.

Infine, tra tutti i piatti deliziosi che ho assaggiato – salumi, quiche, vini, birre, pesce e viennoiseries – ne ho trovato uno particolarmente goloso: i bignè al formaggio. Vi riporto la ricetta originale:

bigne al formaggio

ingredienti: 1 kg di farina, 1 litro + 1 bicchiere di latte, 3 sacchetti di lievito in polvere, sale, pepe, formaggio fresco di capra, olio di girasole per friggere

Amalgamare la farina, il latte, il lievito, il sale e il pepe fino a formare una pastella densa e lasciare riposare qualche minuto. Nel frattempo, tagliate il formaggio a cubetti. Con due cucchiai formare un bignet di pastella al cui centro si metterà un pezzo di formaggio. Friggere in olio profondo bollente. Servire i bignè molto caldi, accompagnati da insalata.