Una sera in Messico, alla Taqueria di Torino

A Torino, nel quartiere San Salvario, c’è un nuovo luogo dove l’aria sa di lime, cipolla fresca e mais tostato. È la Taqueria che, affacciata su piazza Madama Cristina, sembra piccola e timida, ma appena varchi la porta ti ritrovi in un Messico raccolto, fatto di voci e profumi.

Pochi posti a sedere e luci morbide: è un posto nato per il passaggio, per chi arriva affamato dopo una giornata piena e vuole solo ordinare qualcosa di buono e lasciarsi trasportare in terre lontane.

Tacos autentici

Il cuore della carta sono ovviamente i tacos: tortillas di mais che profumano di tostato e vengono farcite al momento. C’è l’al pastor rifinito alla brace, con quella nota affumicata che ingentilisce il grasso. Poi, cochinita pibil (secondo antica ricetta Maya), barbacoa e quesabirria raccontano il lato più succoso e laborioso di questa cucina: cotture lente, carni morbide, salse fresche che tengono tutto in equilibrio.

Qui il taco non è un contenitore qualsiasi, ma una piccola mappa di consistenze che accompagna in giro per il Messico, per raccontare una tradizione variegata dai sapori intensi. Per un vero viaggio di scoperta, conviene scegliere il percorso degustazione: quattro tacos diversi per capire quale parte di Messico ti somiglia di più.

Oltre i tacos

Non solo tacos, però, ma anche pochi piatti mirati – quesadillas, flautas, guacamole – da accompagnare a salse che si potrebbero tranquillamente gustare da sole: quella affumicata è la mia preferita.

Cosa si beve in Taqueria?

Anche se spero che prima o poi Tony e Andrea (stessi proprietari di El Beso ed El Bonito, sempre in piazza Madama Cristina) aprano un take away di Margarita adiacente alla Taqueria (è solo un mio sogno, non un loro progetto), al momento ci si può dissetare con birra e Jarritos; queste ultime in particolare sono considerate le “bibite ufficiali” per i tacos. Analcoliche, poco dolci e dai tanti sapori alla frutta.

Michelada: la birra piccante

Una sezione a parte merita la Michelada, tradizionale cocktail messicano a base di birra. Alla Taqueria, infatti, ci si può preparare questo aromatico mix bagnando il bordo del bicchiere con succo di lime per poi ricoprirlo con sale e peperoncino. Infine, versare la birra sul ghiaccio e godersi la festa del palato.

Taqueria Del Beso

Dove: Piazza Madama Cristina 3A, Torino

Orari: da mercoledì a domenica: 12—15 | 18:30—21:30

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La Bursch: da borgo di montagna a casa per viaggiatori gourmand

In Valle Cervo, una country house con il ristorante di Erika Gotta racconta il Piemonte attraverso una cucina creativa di territorio, tra boschi, silenzio e dettagli d’autore.

La Valle Cervo è una di quelle valli piemontesi che non si incontrano per caso: bisogna andarsela a cercare, risalendo la strada che si arrampica tra boschi, piccoli paesi e vecchie case di pietra.
È qui, in un minuscolo borgo di montagna, che si trova La Bursch, una country house trasformata in rifugio dell’anima per chi cerca silenzio, bellezza e buona cucina.

Ci sono arrivata con il mio Van, durante un weekend fuoriporta alla ricerca di tranquillità dopo un paio di settimane complicate.

Dietro i portoni di legno e le facciate in pietra de La Bursch, si apre un mondo fatto di salotti con oggetti curiosi, giochi di ogni genere, libri, fiori freschi e un giardino in fiore che guarda la montagna. E poi ci sono le foto, che lasciano immaginare storie di Paesi lontani e dettagli di un passato che parla di famiglia.

 

Ma io sono venuta per il suo ristorante, aperto anche agli ospiti esterni all’hotel, dove il Piemonte si racconta in modo personale e contemporaneo.

Si può cenare nell’antica cucina storica, a un tavolo comune in salotto o nella sala dell’arte, sempre circondati da mobili d’epoca, tessuti, oggetti curiosi e luci soffuse che creano un’atmosfera quasi magica.

La cucina di Erika Gotta: tradizione piemontese che osa

La regia della cucina è affidata a Erika Gotta, chef langarola che ha fatto del legame con il territorio la base del suo linguaggio gastronomico.
La sua cucina è dichiaratamente piemontese, ma rivisitata con creatività e una particolare attenzione a erbe, boschi, stagioni e prodotti locali. Ed è proprio un piatto che porta il bosco in tavola a essermi rimasto impresso: Cacio e Pino. Piccoli tubetti di pasta conditi con cacio, pepe, abete rosso e limone fermentato. Fresco, sapido e indimenticabile.

Una piacevole nota sapida anche nel dessert a base di gelato alla frolla piemontese, mandorle, olive taggiasche e meringa italiana.

Ci si può lasciar condurre dalla chef, attraverso i 3 menù degustazione, o mescolare le carte come ho fatto io.

Per chi è perfetta La Bursch, secondo me

La Bursch è il posto giusto se:

  • Ami i luoghi intimi e tranquilli, fuori dalle rotte più battute, dove la natura è parte dell’esperienza;
  • Cerchi una cucina di territorio che non sia solo tradizione, ma racconto contemporaneo dei prodotti locali;
  • Hai voglia di trasformare una cena o un pranzo in una mini vacanza, magari fermandoti a dormire nelle loro undici camere ispirate ai diversi continenti e visitando la zona circostante.

Info utili

Dove: La Bursch, borgo di Oretto / San Paolo Cervo (Campiglia Cervo, provincia di Biella), Piemonte.
Prezzo medio: circa 75 € a persona, bevande escluse.


Lo Straniero Torino: un racconto che arriva dalla Malesia

Sono trascorsi sei anni da quando scrissi su La Stampa Torino di Justin e del suo Food Truck “Satè e Sake”: ti lascio in calce a questo articolo quel che dissi della sua storia.

Da allora Justin Yip è diventato grande e ha aperto Lo Straniero, un ristorante che racconta la gastronomia malese in un ambiente sofisticato e accogliente.

Ci sono stata in una serata di pioggia battente, alla ricerca di un luogo tranquillo per trascorrere la serata con gli amici e dove poter assaggiare nuovi sapori. Che piacevole sorpresa è stato Lo Straniero.

Se l’ambiente – con i mattoni a vista, un paio di angoli più riservati di altri e le stoviglie una più bella dell’altra – fa sentire un po’ nel Village newyorkese, i piatti sollecitano le papille in maniera decisa e per niente banale.

Per la prima volta in vita mia ho assaggiato la Marmite: la crema spalmabile a base di lievito di birra di cui vanno matti gli inglesi (qui trovi la sua storia). Justin la utilizza per creare una morbida crema di accompagnamento a bocconcini di pollo fritto. Sincera? Piacevole, ma un po’ troppo dolce per i miei gusti.

Ottimi i Cucur Sayur, frittelle di verdure miste, e i gamberi in salsa di burro e foglie di curry. Tutti i piatti sono fatti per essere condivisi, consiglio quindi di andare in compagnia per poter assaggiare più sapori possibili.

 

Ma da Lo Straniero non trovi solo la Malesia: frequenti sono i pop-up tematici con chef ospiti. E così si può viaggiare in Turchia per poi andare in Persia, passando per il Messico. La cosa importante è che qui si sta bene.

Ma il signature dish di Justin, il Satay, cos’è esattamente?

Il satay è uno spiedino di carne marinata, originario dell’isola di Giava, in Indonesia, ma ormai diffuso in tutto il sud-est asiatico.Poi, in seguito alla colonizzazione dell’Indonesia da parte degli olandesi, si è diffuso anche nei Paesi Bassi. Per realizzare questi spiedini, si può utilizzare pollo, manzo, montone o agnello. Carne che, tagliata a piccoli pezzi, viene poi marinata con spezie varie e cotta alla griglia.
In accompagnamento, la salsa a base di arachidi tostate, salsa di soia, latte di cocco, peperoncino e un po’ di lime.

E il Food Truck?

È tornato quest’anno, lo trovi sempre a Torino davanti al Politecnico.

Lo Straniero
Via G. M. Bonzanigo, 2 Torino
345 347 1759
LUN – SAB a cena
Chiuso la domenica

ARTICOLO USCITO SU LA STAMPA TORINO – 2020

Un food truck degno delle metropoli più alla moda. Si chiama Sate & Sake e, grazie al suo ideatore Justin Yip, porta la cucina malese tra le strade torinesi. Nato e cresciuto a Malacca, dopo un periodo di studio a Sidney approda in Piemonte per laurearsi all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo. Se finiti gli studi va in Giappone a seguire l’andamento di una start-up legata al cibo, capisce presto che ad attirarlo è la Dolce Vita. Si trasferisce perciò a Torino dove nasce il truck (in genere parcheggiato di fronte al Politecnico) con cui fa da ponte tra Italia e Malesia, cucinando e raccontando l’autentica cucina asiatica. Tre sono i piatti proposti: i Satay (spiedini di carne con riso, salsa di arachidi e salsa di cetrioli), i curry, che cambiano ogni settimana in base a umore e fantasia, e il Banh Mi (panino vietnamita composto da baguette, salsa bbq cinese, maiale grigliato marinato con salsa di pesce e ostriche). Come in Malesia la gastronomia riflette la tipica multiculturalità della nazione, così a Torino Justin vuole avvicinare gli italiani al suo mondo. In abbinamento il sakè, aromatico vino di riso che ha imparato a conoscere da sommelier. Con il Politecnico chiuso ha dovuto fermarsi anche Sate & Sake ma, in attesa di un locale, è disponibile per eventi privati. www.satesake.com 


Cantonese Gourmet & Mixology: da Azotea Torino i Maestri d’Oriente

Una serata di alto profilo gastronomico e mixology si è svolta recentemente da Azotea, uno dei locali più innovativi di Torino guidato da Noemi Dell’Agnello e Matteo Fornaro. L’evento ha visto la collaborazione tra lo chef resident Alexander Robles, il celebre chef due stelle Michelin Tam Kwok-Fung e i rinomati barmen Antonio Lai e Samuel Kwok.

L'aperitivo organizzato durante i giorni dei World 50 Best a Torino, ha rappresentato un vero e proprio viaggio sensoriale durante cui Robles, già noto per la sua cucina creativa e contemporanea, ha aperto le porte della sua cucina allo chef di fama internazionale Tam Kwok-Fung.

La cucina di Tam Kwok-Fung: tradizione cantonese e innovazione stagionale

Tam Kwok-Fung è uno dei più celebri interpreti della cucina cantonese contemporanea. Attualmente executive chef di Chef Tam’s Seasons al Wynn Palace di Macao, ristorante insignito di due stelle Michelin nel 2025, Tam è noto per la sua capacità di coniugare tecniche tradizionali, ingredienti stagionali e una raffinata sensibilità verso l’innovazione. La cucina di Tam si ispira ai 24 termini solari del calendario cinese, che guidano la scelta degli ingredienti e la composizione dei menu: ogni periodo dell’anno viene celebrato con piatti che esaltano la stagionalità e la freschezza, in particolare di pesce e verdure. Tam definisce la sua cucina un equilibrio tra tecniche come il wok-frying e la doppia bollitura, rispetto della materia prima e innovazione, sempre nel solco della tradizione cantonese.

Antonio Lai e Samuel Kwok: la mixology multisensoriale di Hong Kong

Antonio Lai è considerato il pioniere della multisensory mixology in Asia. Proprietario e bar consultant di alcuni dei più celebri locali di Hong Kong, Lai è noto per cocktail che coinvolgono tutti i sensi: fumo, aromi, consistenze e presentazioni spettacolari sono la sua firma. Tra le sue creazioni iconiche c’è l’Earl Grey Caviar Martini, dove le sfere di tè Earl Grey e la schiuma aromatica si uniscono a vodka, Cointreau, succo di mela e sciroppo di sambuco. Io ho assaggiato Sesame Street: caldo e vellutato.

Per Samuel Kwok la mixology è arte liquida: ogni cocktail deve sorprendere per equilibrio, stratificazione di sapori e presentazione. Tra i suoi signature cocktail spicca il Lavender Meringue Pie (gin infuso alla lavanda, limoncello, sciroppo semplice, albume e succo di limone). Kwok predilige l’uso di whiskey americani e ama lavorare con ingredienti amari come il Fernet Branca, cercando sempre la perfetta diluizione e armonia tra gli elementi. All'evento, per me, ha preparato Miss Little Chili: a base di Tequila Ocho, affumicato e vagamente piccante.

Alexander Robles: un viaggio Nikkei

Per finire, non posso evitare di spendere qualche parola su Alexander Robles. Nato nel 1988 a Cusco, in Perù, è l’executive chef di Azotea Torino dal 2022. Cresciuto tra i ristoranti di famiglia, ha costruito la sua carriera tra Italia, Messico, Francia e Arabia Saudita, lavorando anche con il celebre Gastón Acurio e in ristoranti stellati come Villa Tiboldi. La sua è una cucina Nikkei, che unisce la tradizione peruviana all’eleganza e alla precisione giapponese, arricchita da esperienze e influenze raccolte nei suoi viaggi. A tavola Robles porta un racconto fatto di sapiente contaminazione: ogni piatto è pensato come un viaggio tra ingredienti ancestrali, tecniche moderne e abbinamenti insoliti. Tra i piatti da assaggiare sicuramente alla sua tavola, le Empanadas (su cui spremere un po' di succo di lime per esaltarne i sapori) e il Ceviche.

Info e prenotazioni Azotea


L’Opificio di Torino: eccellenza nei tessuti e velluti Made in Italy

L’Opificio è una realtà di riferimento nel panorama tessile torinese e internazionale, specializzata nella produzione di tessuti e velluti d’arredamento di altissima qualità, interamente realizzati in Italia. Fondata nel 1998 dai fratelli Paola, Barbara e Federico Bertoldo, l’azienda è nata dal desiderio di coniugare tradizione artigianale, innovazione e una visione contemporanea del design tessile.

Origini e Filosofia

L’Opificio ha le sue radici a Torino, città dalla lunga tradizione tessile. La storia dell’azienda è profondamente legata alla passione per il bello, la cura dei dettagli e la sostenibilità. Fin dalla fondazione, l’obiettivo è stato quello di proporre tessuti per la casa prêt-à-porter, capaci di unire progettualità sartoriale e possibilità di mix & match, anticipando le tendenze e promuovendo una nuova cultura del tessile d’arredo.

Collezioni e Materiali

L’Opificio si distingue per la produzione di velluti e tessuti jacquard di lusso, lavorati secondo tecniche sartoriali antiche ma con uno sguardo rivolto al design contemporaneo. I materiali utilizzati sono tra i più pregiati: seta, lino, cotone, viscosa e anche kid mohair, disponibili in una vasta gamma di oltre 200 colori per i velluti e più di 1000 tonalità per i tessuti d’arredo.

Le collezioni includono:

  • Velluti e broccati per tappezzeria e rivestimenti
  • Trapunte, cuscini d’arredo, tende e tendaggi su misura
  • Tappeti artigianali e complementi tessili per ogni ambiente della casa
  • Tutti i prodotti sono realizzati senza formaldeide, metalli pesanti o sostanze nocive, nel rispetto della salute e dell’ambiente. La produzione è 100% Made in Italy e segue un processo a km 0, dalla selezione dei filati fino alla confezione sartoriale.

Sostenibilità e Innovazione

L’Opificio è socio fondatore di Slow Fiber, la rete d’imprese promossa da Slow Food che valorizza una filiera tessile bella, pulita, giusta e durevole. L’azienda si impegna a produrre tessuti di altissima qualità estetica e funzionale, dimostrando che lusso e sostenibilità possono convivere.

Questa attenzione si riflette anche nella scelta di tessuti ignifughi per il settore contract e alberghiero, garantendo sicurezza senza rinunciare all’eleganza e alla raffinatezza.

Collaborazioni e Riconoscimenti

Nel corso degli anni, l’Opificio ha collaborato con designer di fama internazionale come Serena Confalonieri, Lanzavecchia+Wai, Elisa Seitzinger e Bruno Tarsia, arricchendo le proprie collezioni con proposte sempre nuove e originali. L’azienda fa parte di Exclusive Brands Torino, la prima rete multisettoriale italiana di imprese di alta gamma promossa dall’Unione Industriale di Torino.

La nuova collezione di l’Opificio disegnata da Daniela Pinotti si chiama “High Tide” ed è stata realizzata in collaborazione con lo studio romano STUDIOTAMAT. Presentata al Salone del Mobile di Milano 2025, questa collezione di tessuti jacquard si distingue per l’ispirazione al movimento e all’energia delle onde marine, che vengono tradotti in un linguaggio tessile espressivo e dinamico.

Il concept creativo di Daniela Pinotti si fonda su una ricerca stilistica ispirata alla natura e sulla sperimentazione di nuovi linguaggi tessili, con particolare attenzione a unicità, qualità e sostenibilità. L’approccio della designer, maturato tra Italia e Svezia, si traduce in una narrazione visiva che valorizza la trasformazione e la fluidità, principi chiave della collezione.

L’installazione di lancio, presentata anche nello showroom di Torino e nello spazio OFFTAMAT a Roma, ha messo in risalto la scenograficità del tessuto, dimostrandone la versatilità sia per l’interior design che per soluzioni su misura di alto livello.

La Boutique di Torino

La boutique l’Opificio, situata in via Martiri della Libertà 42 a Torino, è il luogo ideale per scoprire e toccare con mano la qualità dei tessuti e dei velluti dell’azienda. Qui è possibile ricevere consulenze personalizzate, progettare soluzioni su misura e scegliere tra un’ampia gamma di prodotti per arredare con stile ogni ambiente, dal classico al contemporaneo. Sito web


Maison Massucco: a Castellamonte la casa italiana dello Champagne

Maison Massucco è molto più di una cantina: è un luogo dove la passione per lo Champagne, la cultura del territorio e l’artigianalità si fondono in un progetto unico, capace di collegare Piemonte e Francia, tradizione e innovazione. Situata a  Castellamonte, nel cuore del Canavese, la Maison nasce da una profonda opera di riqualificazione della storica forgia di famiglia proponendosi oggi come punto di riferimento per gli amanti delle bollicine d’eccellenza.

La visione di Alberto Massucco

Alberto Massucco, imprenditore piemontese di quarta generazione, è il cuore pulsante della Maison. Dopo aver iniziato come importatore di champagne da piccoli vignerons francesi, Massucco è diventato il primo italiano a possedere una vigna nella regione della Champagne, nella prestigiosa Côte des Blancs dove oggi produce Champagne con una cifra stilistica personale, che unisce eleganza francese e spirito italiano.

La Struttura: un ponte tra Italia e Francia

Maison Massucco si sviluppa su oltre 2.000 metri quadri, con cantine, sale degustazione, salotti e un imponente Salone delle Feste. Il progetto architettonico, firmato dal designer Arnaldo Tranti e dall’architetto Leonardo Porcelli, valorizza materiali come pietra, vetro e legno, creando un ambiente raffinato e accogliente dove ogni dettaglio racconta la storia della famiglia e del territorio.

  • Le caves sono il cuore pulsante della Maison:Cave du propriétaire: uno spazio intimo, caratterizzato da luci soffuse e mattoni fatti a mano, pensato come una seconda casa per Alberto Massucco e i suoi ospiti.
  • Cave AMC: custodisce le etichette della produzione Massucco.
  • Cave des Vignerons: ospita bottiglie di récoltant manipulant selezionati e importati in esclusiva, come Jean-Philippe Trousset, Rochet-Bocart, Gallois-Bouché, Bonnevie Bocart e Les Fa’Bulleuses.

Il caveau, invece, conserva i grandi formati, esposti come gioielli, mentre la cucina professionale, progettata in collaborazione con lo chef Matteo Baronetto, permette di abbinare Champagne e alta gastronomia in percorsi di degustazione su misura.

I vini: tradizione, innovazione ed eccellenza

La produzione di champagne di Alberto Massucco si distingue per qualità, eleganza e personalità. Tra le creazioni più rappresentative spicca Ouverture, un Blanc de Blancs Grand Cru 100% Chardonnay, prodotto in edizione limitata di 300 magnum per l’inaugurazione della Maison. Questo champagne incarna la filosofia della casa: una miscela sapiente di rigore, passione e innovazione, con un profilo aromatico complesso e una straordinaria finezza.

La selezione Massucco comprende anche una gamma di cuvée importate da maisons visionarie e indipendenti, tutte accomunate dalla stessa ricerca dell’eccellenza e dalla possibilità di creare Cuvée Privée esclusive per locali e collezionisti.

Appena uscita, infatti, Mon Idée de Cremant 2014. Prodotto con il 100% di uve Chardonnay provenienti dal villaggio Grand Cru di Cramant nella Côte des Blancs, è complesso e ricco di sfumature: intenso al naso, con note che ne evidenziano l'ossidazione, al palato è fresco e avvolgente. Nato "assaggiando uva tra i filari" - come dice Alberto Massucco -, è un omaggio al territorio e ai suoi straordinari frutti, soprattutto quelli del 2014: un'annata di produzione che si è dimostrata particolarmente adatta a riposare a lungo sui lieviti.

Un luogo di esperienze e incontri

Maison Massucco non è solo una cantina, ma un vero e proprio “teatro del gusto”, pensato per accogliere eventi, degustazioni e momenti di convivialità. Il Salone delle Feste, capace di ospitare fino a 300 persone, è dominato da un “Ring” in metallo, simbolo delle radici industriali della famiglia, che si trasforma in fulcro di incontri e celebrazioni.

Quando bevi champagne conta ciò che provi. La cosa importante è l'equilibrio.

Alberto Massucco

Visita il sito web della Maison Massucco per scoprire i suoi Champagne e organizzare una degustazione.


Ristorante Haveli Torino: scopri Chaat e Dosa dell'India del Sud

Il ristorante Haveli è il posto a Torino dove devi andare se vuoi provare una cucina indiana diversa da quella a cui siamo abituati in città. Haveli, infatti, propone una finestra sulle tradizioni gastronomiche del Sud dell'India, tanto piccanti quanto colorate.

Il locale si trova al primo piano di un palazzo piuttosto anonimo, ma offre un'accoglienza gentile e una terrazza che - sperando che prima o poi smetta di piovere - contribuirà a rendere l'esperienza ancora più gradevole. Il ristorante Haveli ha un ricco menù, ma ci sono voluta andare soprattutto per due specialità: i Chaat e i Dosa.

Chaat Walla

I Chaat sono uno street food molto amato in India. Originari dell’Uttar Pradesh, sono diffusi in tutto il Paese, ma anche in Nepal, Bangladesh e Pakistan. Il termine Chaat deriva dall’hindi cāṭ (gustoso, prelibatezza) e dal verbo cāṭnā che significa “leccare”, in riferimento al gesto di leccarsi le dita per godere appieno del sapore intenso di questi piatti caratterizzati da un equilibrio unico di sapori: agrodolce, speziato, fresco e croccante.

Perfetti come spuntino o antipasto, possono anche trasformarsi in un pasto completo. I Chaat sono composti da cinque elementi fondamentali:

  • Base croccante: spesso un carboidrato fritto come pasta per samosa, cracker chiamati papdi, frittelle di pane o riso soffiato.
  • Verdure fresche: cipolle, pomodori, patate e altre verdure danno una componente fresca e salutare.
  • Salse e chutney: yogurt per rinfrescare e chutney di tamarindo, menta, coriandolo o aglio rosso per aggiungere sapore e acidità.
  • Elemento croccante aggiuntivo: ceci fritti speziati, piccoli pezzi di patate fritte o sev (vermicelli fritti di farina di ceci) per il contrasto di consistenze.
  • Chaat masala: una miscela di spezie, con il sale nero kala namak che dona un aroma umami particolare, essenziale per il caratteristico sapore del chaat.

Il Chaat Walla è colui che, per strada, vende queste delizie e nel ristorante Haveli di Torino è stato ricreato un angolo dove c'è chi si dedica esclusivamente alla preparazione degli snack.

Dosa, croccanti e sottili

Uno dei punti forti di Haveli è la proposta di dosa, una specialità tipica del Sud India. Si tratta di una frittella salata fatta con una pastella fermentata a base di riso e lenticchie, simile nell'aspetto a una crêpe, ma con una consistenza che può variare da morbida a croccante a seconda della ricetta e della cottura.

Le origini precise del Dosa sono dibattute. Secondo alcune fonti, il proviene dalla città di Udupi nello stato del Karnataka, nota per la sua cucina. Altre fonti, basandosi su antiche letterature tamil, sostengono che il Dosa fosse già noto nel Tamilakam intorno al I secolo d.C..  Dopo l'indipendenza dell'India, la cucina meridionale, inclusi i Dosa, si diffuse anche nel nord del Paese grazie a ristoranti come quelli di Udupi a Mumbai e il Madras Hotel a Delhi

Ne esistono diverse varianti, tra cui il masala dosa (dosa ripieno di patate speziate), rava dosa (fatto con farina di semola), ghi dosa (cottura con burro chiarificato) e neer dosa (una versione molto sottile e morbida).

Il dosa viene solitamente servito caldo accompagnato da salse come chutney di cocco, sambar (una zuppa di lenticchie speziata), idli podi (polvere speziata) o curry di verdure. Può essere consumato a colazione, pranzo o cena e rappresenta un piatto nutriente, ricco di carboidrati, proteine e privo di grassi saturi se preparato senza olio eccessivo

Cosa è una Haveli?

Una haveli è una tradizionale residenza storica tipica dell’India, ma presente anche in paesi confinanti come Pakistan, Bangladesh e Nepal. Il termine deriva dall’arabo-persiano e significa letteralmente “spazio chiuso” o “luogo racchiuso”. Queste dimore erano abitazioni signorili costruite da ricchi mercanti o nobili, soprattutto nella regione del Rajasthan, e rappresentavano simboli di prestigio e ricchezza. Quelle di Mandawa sono una meraviglia.

Ristorante Haveli | Corso Regio Parco, 20 Torino | t 327 005 8112


Relais Le Due Matote Bossolasco: rose e gastronomia d'autore

Bossolasco, borgo dell’Alta Langa a volte immerso nelle nuvole, è conosciuto come “il paese delle rose”. Questo soprannome deriva dall’iniziativa, nata tra la fine degli anni Cinquanta e l’inizio degli anni Sessanta, di ornare il centro storico con rose di ogni varietà: le piantine vennero donate ai residenti e piantate lungo la via principale e accanto alle abitazioni, trasformando il borgo in un vero giardino fiorito.

Una tradizione floreale, che ha reso Bossolasco una meta romantica e suggestiva, tanto da essere soprannominata anche la “Portofino delle Langhe”. Ogni anno, la prima settimana di giugno, il paese celebra la Festa delle Rose: le vie si animano di stand a tema, eventi e un menu speciale nei ristoranti in cui la rosa è protagonista anche nei piatti.

In questo contesto unico si inserisce il Relais Le Due Matote: la struttura offre agli ospiti ospitalità di charme e la possibilità di vivere pienamente l’atmosfera magica di Bossolasco, tra eleganti suite, una SPA riservata, l'eccellenza della sua proposta enogastronomica e il profumo inconfondibile delle rose che caratterizza ogni angolo del paese.

Relais Le Due Matote: eleganza e gusto

La raffinata struttura è nata dal recupero di un antico casale del XVII secolo. Il relais si distingue per l'originalità delle sei suite - ognuna con le sue particolarità e tutte nominate come una tipologia di rosa - la piscina panoramica, la SPA ricavata nell'antica cantina e un’atmosfera che coniuga storia, comfort e natura, offrendo agli ospiti l'opportunità di tuffarsi - metaforicamente parlando - tra le colline piemontesi.

Il Ristorante del Relais Le Due Matote: L’Orangerie, il Cuore Gastronomico del Relais

L’Orangerie è il fiore all’occhiello del Relais Le Due Matote e rappresenta un'interessante novità nel panorama gastronomico delle Langhe. Il ristorante gourmet, con cucina a vista, è guidato dallo chef campano Luca La Peccerella, professionista di grande esperienza in rinomati ristoranti italiani. La sala, luminosa e panoramica, si affaccia sulla valle allevata a vigne e accoglie gli ospiti in un ambiente elegante, tra piante di agrumi, un pianoforte a coda e arredi raffinati.

Quando sono arrivato in Langa ho voluto trovare il mio angolo per far uscire la tradizione tipica della zona, ma senza tradire le mie origini.

Ha detto Luca La Peccerella.

La cucina di L’Orangerie si fonda su un'armonica sintesi tra la tradizione campana dello chef e il forte legame con il territorio langarolo. Qui i plin incontrano il ragù napoletano e il pesce si accompagna con l'anatra. Piatti contemporanei con forti radici nella tradizione, che valorizzano i prodotti locali e le eccellenze stagionali.

Una proposta più informale

Accanto al fine dining, Le Due Matote offre anche la possibilità di un brunch domenicale più conviviale e una pizzeria d’autore, sempre sotto la guida dello chef La Peccerella. Qui la pizza, di stile napoletano ma con impasto diretto a lunga lievitazione, si presenta in versioni classiche e gourmet, con ingredienti locali e creatività.

Info: Relais Le Due Matote

 


Immersi nel bosco: 2 indirizzi in Piemonte per una cena nella natura

Ho sempre detestato fare la coda, ma posso accettarla per vedere una mostra interessante o il concerto dei miei sogni. Sicuramente non posso tollerarla per entrare in un ristorante. Quando voglio uscire a pranzo o cena, prenoto e arrivo puntuale per sedermi a tavola senza stress alcuno.

Se mi conosci potresti pensare che questa impazienza sia dovuta all'età, ma ti assicuro di no: anche quando ero una ragazzina preferivo frequentare la spiaggia meno affollata e cenare nella pizzeria lontana dalla via principale. Non sono una persona asociale, anzi, ma il caos confonde i miei sensi, diminuendo il piacere.

Perciò vado sempre alla ricerca di luoghi meno conosciuti, dove dedicarmi alla soddisfazione di vivere con tranquillità. Ho trovato 2 ristoranti in Piemonte immersi nel bosco, perfetto habitat per gli orsi come me.

Ristoranti Piemonte - Valchiusella

Koivu - Sauna finlandese e cucina naturale

Immagina una domenica assolata di primavera. La Valchiusella è pennellata dal colore delle giovani foglie sugli alberi e dai primi fiori che, orgogliosi, mostrano la loro bellezza. Intorno c'è silenzio, rotto solo dal canto vivace degli uccellini e dalle campane della chiesa, che segnano l'ora. Tra gli alti alberi ancora senza foglie si scorge una casa in pietra, raggiungibile solo a piedi percorrendo 100 metri di una bella strada e scendendo una ripida scalinata. Qui si trova Koivu, che in finlandese significa betulla, il progetto di due amiche che hanno voluto portare in questa valle piemontese lo spirito e lo stile della Finlandia. Innanzitutto la sauna, di cui si può usufruire solo previa prenotazione: di legno e pietra, nutre corpo e anima. Proprio come la foresta in cui è immersa.

Anche il ristorante attinge ispirazione dal luogo: una cucina semplice e naturale, che si basa su verdure ed erbe spontanee, insieme a cereali in chicco e legumi. Ma da Koivu puoi prenotare anche un cestino per un pic-nic o una passeggiata. Aperto dal venerdì alla domenica.

Info e prenotazioni: Koivu

Ristoranti Piemonte - Giaveno (To)

Settesì al Marinet

Settesì in dialetto piemontese significa “Siediti qui!” ed è un vero piacere accomodarsi alla loro tavola, di legno e senza tovaglia. È bello soprattutto dopo aver percorso la strada che conduce alla Borgata Fusero, sopra Giaveno (To): stretta e piena di tornanti com'è, all'arrivo, dà la sensazione di aver conquistato una vetta. Non ti spaventare, non è così difficoltosa da percorrere e il panorama di cui si gode da lassù è speciale. L'ambiente è accogliente, sia come arredo che come servizio. Il menù fisso non deve preoccupare: le porzioni sono giuste per soddisfare senza appesantire. Al Settesì si mangia pesce - anche se ci si trova nel bosco - ma non mancano proposte di carne e comunque i piatti cambiano ogni mese. La terrina di campagna su pain brioche si scioglieva in bocca e le crocchette fave e cicoria un ottima variante al tradizionale piatto pugliese. Ho molto apprezzato la proposta carrello formaggi al posto del dessert. Ci devo tornare di sera, magari in una calda serata estiva. Aperto dal giovedì alla domenica.

Info e prenotazioni: t 334 333 0101


Torino contemporanea, oltre i plin e la Mole Antonelliana

In foto Parco Dora

Nonostante qualcuno dica che Torino si stia spegnendo, io credo piuttosto che sia in trasformazione. Ogni evoluzione ha bisogno di un periodo di transizione in cui sembra che tutto stagni ma poi, alla rinascita, tutto sarà più splendente. Al momento stanno chiudendo ristoranti di fine dining e l'atmosfera sembra più cupa, ma il mio essere ottimista mi porta a credere che qualcosa accadrà. E nel frattempo, voglio raccontare una Torino più contemporanea dove la Mole Antonelliana non si vede e al ristorante si ordina qualcosa di diverso da plin e vitello tonnato.

Torino, circondata da Alpi e colline, ha da sempre un occhio di riguardo per gli eventi culturali e artistici. Nelle loro molteplici espressioni e infinite possibilità di contaminazione e di rinnovamento, l’arte e l'architettura contemporanea trovano in città il proprio laboratorio privilegiato.

Numerosi sono i musei e gli edifici interessanti perché negli anni Novanta del secolo scorso Torino ha iniziato a trasformare e riqualificare edifici, vecchie fabbriche e intere aree del tessuto urbano affidandosi a grandi architetti come Gae Aulenti, Renzo Piano, Norman Foster, Arata Isozaki e Pier Paolo Maggiora. Punto di svolta è stata la visibilità offerta dalle Olimpiadi Invernali del 2006: oggi Torino può mostrare un’anima aggiornata e innovativa.

25 Verde, il condominio-giardino di Torino

Situato in Via Gabriele Chiabrera 25, a due passi dal Po, si tratta di un intero condomino concepito come una foresta abitabile. Sessantatré abitazioni avvolte da piante che abitano i terrazzi dal profilo irregolare. Passerelle si elevano su specchi d’acqua e orti rigogliosi crescono sul tetto.

25 Verde ha il fascino delle case sugli alberi che ogni bambino sogna, è il mutare dei colori con il passare delle stagioni, è benessere per la città: la vegetazione lo rende un edificio che aiuta l’ambiente producendo ossigeno, assorbendo anidride carbonica e intrappolando polveri sottili.

Un bosco abitabile che protegge dai rumori e crea un microclima perfetto, mitigando gli sbalzi di temperatura in estate e in inverno. È realizzato interamente con materiali naturali, sapientemente utilizzati per creare un effetto unico e spettacolare. I terrazzi di forma irregolare, sono sorretti da strutture alberiformi in corten (un tipo di acciaio chiamato "vivo" perché in grado di autorigenerarsi) e la pavimentazione in legno e vetro è stata studiata x permettere alla luce di filtrare da un piano all’altro. L’intero edificio è rivestito con grandi scaglie di legno a evocare la corteccia degli alberi. Lo stabile ha ottenuto la massima efficienza energetica grazie alle tante soluzioni integrate: isolamento a cappotto, pareti ventilate, protezione dall’irraggiamento solare diretto, impianti di riscaldamento e raffrescamento, utilizzando l’acqua di falda e il sistema a pompa di calore. Qui nulla va sprecato: totale recupero dell’energia e contestuale riutilizzo del calore nel sistema edificio-impianto. Per ogni struttura abitativa, tenendo conto dell'esposizione e degli spazi, sono state scelte piante specifiche in modo che potessero vivere a lungo grazie al corretto habitat. Chiaramente, l'edificio è visibile solo dall'esterno (a eccezione dell'Open House che viene organizzata nel mese di giugno), ma osservarne i dettagli dell'architettura e della vegetazione è molto interessante.

Unconventional Parco Dora

Torino Parco Dora

Tra i vari parchi di Torino ce n’è uno davvero poco convenzionale. Un luogo speciale, che racconta il passato industriale di Torino. Parco Dora occupa circa 450.000 metri quadri nell’area di Spina 3, luogo dove fino agli anni Novanta sorgevano i grandi stabilimenti di produzione della Fiat e della Michelin.

È suddiviso in cinque lotti che portano il nome degli stabilimenti produttivi che un tempo occupavano quelle aree: Vitali, Ingest, Valdocco, Michelin e Mortara. Il mio preferito è il Lotto Vitali: un'enorme tettoia che ospita durante l’anno numerosi eventi tra cui l’apprezzatissimo Kappa FuturFestival, il grande festival techno italiano che si svolge a Torino nel mese di luglio. Accanto alla tettoia, imponenti si stagliano i piloni delle ferriere che hanno preso il posto degli alberi in questo parco industriale, che in certe ore del giorno ricorda un'immaginaria Gotham City. Tutto intorno, da scovare tra aiuole e muri scrostati, i murales che in questo luogo trovano un palcoscenico perfetto.

Tra tutti, il murale dedicato a Bobby Sands, inaugurato nel 2015 in occasione del 25esimo anniversario del suicidio dell’attivista e politico irlandese morto in carcere in seguito a uno sciopero della fame condotto a oltranza come protesta contro il regime carcerario riservato ai detenuti repubblicani. Un parco diverso dal solito che vale la pena di visitare.

Chiesa del Santo Volto di Mario Botta

Sullo sfondo del giardino dei piloni delle ferriere di Parco Dora si può notare il profilo di una chiesa molto particolare: il campanile della Chiesa del Santo Volto, infatti, è frutto del riadattamento di una vecchia ciminiera.

L’edificio religioso, opera dell’architetto svizzero Mario Botta, comprende una serie di locali utilizzati per altre funzioni come convegni e attività di formazione e ricreazione per giovani. Peculiare, dicevamo, è l'ex-ciminiera delle acciaierie ora avvolta da un cordone elicoidale in acciaio sul quale sono montate una serie di lamelle che paiono spine; la torre luccica sia di giorno sia di notte, e al vertice dei suoi sessanta metri spicca una croce color argento. Le campane invece, di piccole dimensioni, sono montate alla base della torre su un telaio rettangolare in corrispondenza dell'ingresso principale. Ma anche il corpo centrale della chiesa ha un aspetto interessante: esternamente è circondata da sette torri perimetrali senza alcuna gerarchia architettonica apparente. A ogni torre, poi, si aggiungono più esternamente di volta in volta i corpi più bassi delle cappelle. Sia le torri sia le cappelle, grazie all'estremità superiore tronca, fungono da lucernari immettendo luce indiretta all'interno dell'aula. Mario Botta usa spesso il termine "ingranaggio" per spiegare questa architettura e non solo per l'evidente similitudine formale, ma anche in senso più metaforico per definire il suo ruolo centrale e accentratore rispetto al contesto urbano poco disegnato. All'interno, invece, il vuoto arredato solo da legno di acero e pietra di Verona. Nonostante questa scelta architettonica, la sensazione di raccoglimento è comunque presente, anche grazie alla tanta luce naturale e all'ottima acustica. Infine, alle spalle dell'altare, si scorge da lontano il volto di Gesù che appare come un miraggio grazie alla luce che lo colpisce dall'alto.

PAV Parco Vivente, un museo in movimento

Centro sperimentale d’arte contemporanea, concepito dall’artista Piero Gilardi e diretto da Enrico Bonanate, il PAV - acronimo di Parco d'Arte Vivente - è di fatto un museo interattivo open air inteso quale luogo di dialogo tra arte e natura, biotecnologie ed ecologia, tra pubblico e artisti.

Il parco - dove coesistono capolavori artistici e natura ricca di spazi verdi - occupa una superficie di 23.000 metri quadrati e sorge su un’area che fino agli anni Novanta era nota per la presenza di un’industria metalmeccanica, produttrice di pezzi per auto. La struttura si suddivide in una porzione all’aria aperta e un museo interattivo con laboratori didattici, che costituisce l’area al chiuso. Un luogo in continua evoluzione dove si incontrano uomo, arte e natura, attraverso quelle che gli stessi curatori del progetto PAV definiscono interconnessioni fra persone, animali e piante. Tante sono le istallazioni presenti nella porzione esterna del PAV. Fra le più apprezzate si citano Trèfle, Jardin Mandala e le recentissime istallazioni Galerie de taupe e Rain is for free, aggiunte nel 2013.

La parte coperta del Parco è costituita da un edificio realizzato quasi in simbiosi con la natura circostante: è infatti caratterizzata da una porzione centrale, di forma ottagonale, collegata, tramite ponti spaziali, con il paesaggio circostante. Grazie alla presenza di riporti di terreno addossati all’edificio, che hanno anche il vantaggio di fonderlo perfettamente con la natura in cui è immerso, le dispersioni di calore sono ridotte mentre il tetto è costituito da un solaio in legno, perfettamente isolato e impermeabilizzato. Insomma, l’edificio non è solo anche armonizzato con la vegetazione circostante, ma la rispetta riducendo sprechi e costi.

MAU, a Torino l'arte urbana prende vita

MAU - Amar Ben Belgacem

Nel cuore del Borgo Campidoglio c'è un itinerario a cielo aperto, che porta alla scoperta di più di 180 opere di street art.

Borgo Campidoglio, nato nel 1853 come quartiere popolare tra i corsi Svizzera, Appio Claudio e Tassoni, e le vie Fabrizi e Cibrario, mantiene ancora oggi la sua struttura originale fatta di case basse e strade strette in acciottolato.

La collaborazione con gli abitanti del quartiere è stata fondamentale per trovare gli spazi in cui le opere prendono vita e il MAU rappresenta il primo progetto, in Italia, che ha lo scopo il dar vita a un insediamento artistico permanente all’aperto collocato all’interno di un grande centro metropolitano. Nell'ambito del Museo d’Arte Urbana di Torino si possono vedere grandi murales a tutta altezza, scoprire le Panchine d’Autore dipinte a colori vivaci e curiosare per la Galleria Campidoglio, una raccolta di installazioni illuminate e protette da lastre di plexiglass volute dall’associazione di commercianti Centro Commerciale Artigianale Naturale Campidoglio. Il progetto MAU include opere di molti artisti diversi, che si differenziano per lo stile unico e particolare ed è importante girare per il quartiere aguzzando il più possibile la vista: qui non si trovano murales giganteschi, ma lavori più piccoli che, a volte, vanno scovati con attenzione e curiosità.

Sottobosco artistico torinese

Forse non tutti se ne rendono conto, ma a Torino c'è fermento intorno all'arte. Non parlo (solo) dei grandi e rinomati eventi come Artissima e Paratissima, ma di piccole iniziative private per scuotere il gli animi un po' timorosi dei torinesi. Ne è un esempio Ottofinestre, una casa che diventa a ogni evento un luogo di scambio e di dialogo intorno all'arte e alla cultura in genere. E poi c'è Àprile, il festival che porta l'arte nelle case private (nel 2025 sarà il 12-13 aprile). Ci sono anche io con Masala Studio, che ho iniziato da pochi mesi (scusate la piccola auto-promozione).

Nel cambiamento, ognuno deve fare la propria parte e io in Torino credo.


Dim Sum: come scegliere i sempre più amati ravioli cinesi

La prima volta che assaggiai il Dim Sum risale a molti anni fa. Mi trovavo a Londra e, a China Town, rimasi incantata davanti a una vetrina dietro cui un signore dai capelli canuti chiudeva ravioli alla velocità della luce. Il locale aveva le luci soffuse e al soffitto aveva le classiche lanterne rosse con gli ideogrammi neri. Seduta a un tavolo della stanza nel seminterrato, mi immersi in un mondo gastronomico che ancora conoscevo poco, ma che presto divenne una delle mie cucine preferite.

Cos'è il Dim Sum

Si tratta di un tipico piatto cinese a base di tante piccoli porzioni di cibo, generalmente servite in cestelli di bambù. Sono soprattutto ravioli di colori, forme e ripieni diversi che si collegano alla tradizione dello Yum Cha: bere il tè. È un rito sociale che si è sviluppato nella Cina meridionale e che prevede di ordinare tante piccole porzioni differenti da condividere tra commensali, a partire dalla colazione. A Hong Kong ci sono tavole calde dedicate a questa abitudine.

Il Dim Sum ha il fascino che portavano con sé gli antichi viaggiatori sulla Via della Seta: veniva infatti offerto come snack ai mercanti lungo il tragitto. Nonostante Guangzhou e Hong Kong restino le aree più famose per la qualità e la varietà della loro offerta in merito, ormai ogni regione ha sviluppato le proprie varianti.

Come scegliere

Ma adesso che anche in Italia si sono affacciati (per fortuna) ristoranti con questa deliziosa proposta, come scegliere dal menù? Anche se il Dim Sum può essere composto da ogni genere di piatto, di seguito una piccola guida alla scelta dei ravioli:

  • Shao mai: Piccoli e saporiti fagottini cotti al vapore ripieni di carne di maiale speziata, germogli di bambù, funghi e castagne d’acqua cinesi. A volte il ripieno può contenere anche solo gamberi. Sulla parte superiore sono aperti e la forma ricorda un fiore.
  • Char siu bao: Paninetti cotti al vapore o al forno aperti al centro, in modo da far vedere il ripieno a base di carne di maiale alla griglia, salsa di soia, scalogno, olio di sesamo, salsa di ostriche e hoisin, un condimento agrodolce e speziato.
  • Har gow: Si riconoscono per il particolare impasto traslucido, da cui si intravede il ripieno di gamberi, insaporiti da carne di maiale e germogli di bambù. La forma ricorda una conchiglia.
  • Zheng jiao o Jiaozi: Molto utilizzati durante le celebrazioni per il Capodano Cinese, sono tipici del nord del Paese. Normalmente vengono bolliti e il ripieno è costituito da maiale, aglio e verdure come cavolo cinese e bok choy. Per il massimo del gusto, si intingono in un mix a base di salsa di soia, aceto, aglio e peperoncino.

  • Fun gor o fen guo: Ravioli a forma di mezzaluna, preparati con una pasta quasi trasparente a base di amido di grano e mais. Hanno un interno quasicroccante, a base di dadini di maiale, sedano cinese, funghi, radice jicama, gamberi essiccati, coriandolo e arachidi. Di solito sono semplicemente cotti al vapore ma possono anche essere brasati in padella.
  • Guotie: Sono ravioli con pasta di grano, farciti, cotti al vapore e poi fritti da un lato: proprio come gyoza giapponesi. Il ripieno normalmente è composto da carne di maiale tritata e verdure. I più famosi sono quelli della città portuale di Tianjin, nel nord-est della Cina.
  • Xiaolong bao: Bisogna prestare molta attenzione mentre si mangiano questi ravioli, perché al loro interno hanno una parte di brodo che contribuisce a conferire una certa complessità di sapori. Il modo migliore per guastarli, ed evitare di bruciarsi, è appoggiare il raviolo su un piattino concavo, forarlo con la bacchetta per far uscire il liquido e sorbirlo direttamente dalla ciotola. Originari della provincia di Jiangsu, nella zona nord-est del Paese, a Shanghai ne esiste una versione ripiena solo di brodo.

E poi ci sono i Bao

I Bao sono i tipici panini al vapore, ma anche in questo caso ce n'è più di un tipo:

  • Dabao: Un panino grande più di 10 cm di diametro che presenta una pasta soffice ripiena di carne, funghi shiitake, cipollotto, ma anche salsiccia cinese o uova.
  • Mantou: Impasto base e non farcito, cotto al vapore, che viene utilizzato come accompagnamento ad altre pietanze.
  • Baozi: Panini al vapore con ripieno sia salato che dolce.
  • Gua bao: Si tratta di un pezzo di pane cotto a vapore, tipico del Fujan,  ripiegato su se stesso e spesso farcito con pancetta brasata e arachidi.

Da bere in accompagnamento, un profumato tè verde al gelsomino.


URI Sapori Condivisi: nelle Langhe un po' di Corea

La vista dal ristorante

Svegliarsi la domenica mattina sapendo di avere una prenotazione per un pranzo nelle Langhe, è già motivo di gioia. Ma essere consapevole del fatto che uno degli chef di URI - Sapori Condivisi è coreano, mi rende curiosa come quando misi piede a Seul in una notte di luna piena di qualche anno fa.

Seul Ki Kim e la moglie Federica Vaira, piemontese doc, sono infatti anima e cuore di questo ristorante affacciato sulle colline circostanti Roddino, borgo a pochi chilometri da Monforte d'Alba. Dopo essersi conosciuti, e innamorati, nella cucina di Massimo Camia e aver fatto alcune altre importanti esperienze gastronomiche e di vita, nel 2018 aprono URI - Sapori Condivisi.

Luogo di sperimentazione e incontro di tradizioni, propone 3 menù attraverso cui scoprire una volta di più che le contaminazioni culturali non possono che portare arricchimento.

Pur essendo onnivora, ho scelto il percorso incentrato sul vegetale. Anche perché, diciamolo, è molto più difficile creare piatti divertenti, saporiti e completi con un cespo di insalata piuttosto che con un petto d'anatra. Ma Kim e Federica ci sono riusciti bene: molta brace nelle cotture (abitudine coreana) e sapori decisi, dati da ingredienti particolari come la tahina (crema di sesamo) e le alghe. Goloso il pane arabo con giardiniera alla brace, panna acida, cumino e scorza di limone; una sorpresa la lattuga romana cotta alla brace, salsa al sesamo, cipolla marinata, olio rosso e cipollina fresca.

Ma siccome da URI si incentiva la condivisione dei piatti, ho apprezzato molto anche la scelta del mio accompagnatore che prevedeva Ssam coreano (ingredienti vari, in genere carne, da mangiare avvolti in foglie di insalata) e i più piemontesi ravioli con blu di mucca e crema di mela cotogna.

Interessante la lista aperitivi, che include varianti sia alcoliche che analcoliche, e il menù delle tisane a fine pasto di cui ho apprezzato soprattutto quelle prodotte con gli ingredienti dell'orto.

L'ambiente è elegante ma informale, con personale di sala gentile e simpatico. E con la bella stagione, l'area esterna aggiunge certamente fascino alla già interessante cucina.

Menzione d'onore per il Kimchi, la ricetta nazionale coreana oserei dire: a base di verdure (in genere cavolo cinese) fermentate con spezie. Ne ho mangiati di molto piccanti, quello proposto da URI - Sapori Condivisi è equilibrato e per niente invadente.

Info utili

URI - Sapori Condivisi | Località Porine, 4, 12050 Roddino CN | t +39 334 970 4528 | Sito web