Giardino dei Tarocchi: a Capalbio il sogno di Niki De Saint Phalle

Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico, ideato dall'artista franco-statunitense Niki De Saint Phalle, popolato da statue ispirate alle figure degli Arcani maggiori.

Siamo nel comune di Capalbio, le cicale friniscono allegre e il sole infuoca l'aria, ma una breve passeggiata conduce in uno straordinario giardino, dove i colori e l'atmosfera esoterica distraggono dalla calura. Niki De Saint Phalle iniziò a sognare il Giardino dei Tarocchi a inizio anni Cinquanta quando, in Spagna, vide per la prima volta le opere di Gaudì, ma dovette attendere a lungo prima di realizzare il suo progetto.

Negli anni Settanta, a causa di un ascesso ai polmoni provocato dai materiali con cui lavorava abitualmente, Niki fu costretta a trascorrere un lungo periodo di convalescenza a Saint Moritz dove ebbe la fortuna di incontrare Marella Agnelli, moglie dell'avvocato Gianni Agnelli e grande collezionista d'arte la quale, appassionatasi all'idea di Niki, le offrì l'utilizzo di un terreno di famiglia in Toscana.

Da quel momento l'artista dedicò tutte le proprie energie alla realizzazione del Parco riuscendo a realizzare - con l'aiuto del marito Jean Tinguely e dei collaboratori - 22 opere realizzate con diversi tipi di materiali: il marito introdusse anche macchine bizzarre. Gli Arcani maggiori, infatti, sono stati creati con l'utilizzo di acciaio, vetro, ceramica e specchi: un tripudio di colore e creatività. Le sculture più piccole del giardino, ad esempio, sono state realizzate a Parigi, in poliestere, per essere poi ricoperte da tessere di mosaico fatte con vetri provenienti da varie parti del mondo.

All'ingresso si viene accolti dalla Ruota della Fortuna, simbolo della vita che nei Tarocchi viene interpretata così:

"Come il cerchio, la ruota veicola il concetto di infinito. Non avendo né inizio né fine simboleggia l'universalità dei cicli: l'estate segue sempre alla primavera e l'inverno all'autunno."

La casa di Niki nel Giardino dei Tarocchi

L'Imperatrice, che con i capelli blu e la corona rossa domina l'intero Giardino dei Tarocchi, è stata la casa di Niki De Saint Phalle: l'interno è interamento rivestito di frammenti di specchi, la camera da letto è dentro a uno dei due seni, mentre la cucina occupa l'altro; il bagno, situato al livello inferiore, presenta un drago blu e rosso al posto della vasca da bagno.

"I lunghi capelli dell'Imperatrice simboleggiano la sua grande intelligenza, ma anche la purezza delle sue intenzioni e la chiarezze delle idee. Il suo potere non risiede nella facoltà di imporre il proprio volere, ma nella grande capacità di comunicare, analizzare e consigliare."

Se ti piacciono i parchi artistici, in Toscana puoi visitare anche il Giardino di Daniel Spoerri, padre della Eat Art.

Giardino dei Tarocchi: Biglietti


Briccodolce: i biscotti piemontesi che volano lontano

 

Le idee felici, spesso, nascono in famiglia. È stato così per il biscottificio artigianale piemontese Briccodolce, ideato e tutt'oggi guidato dalle sorelle Ivana e Vittorina, da mamma Rosina e Giulia, che rappresenta la più recente generazione.

Un lavoro fatto di tradizioni tramandate di mano in mano, nato tra le colline intorno a Castagneto Po dove, in fondo a una strada sterrata, Ivana e Vittorina trascorrevano del tempo prendendosi cura della nonna. Il sogno di inventare un'attività che permettesse loro di vivere in campagna si è avverato vent'anni fa, anche per merito delle ricette della mamma Rosina, che ancora oggi - a 85 anni - vigila sulle preparazioni.

Briccodolce, una storia di cuore

Nonostante il padre di Ivana e Vittoria non abbia permesso di creare l'azienda nella casa di famiglia, le sorelle non si sono date per vinte e nel 2004 a Borgaretto, vicino a casa di Rosina, hanno aperto il loro laboratorio. Nonostante entrambe arrivassero da esperienze lavorative completamente diverse, hanno studiato e imparato l'arte della pasticceria con la volontà di creare qualcosa di diverso: sarebbero stati biscotti golosi, belli e profumati, in grado di regalare momenti felici.

I biscotti Briccodolce in monoporzione si sono conquistati un posto in prima classe sulle più importanti linee aeree e ferroviarie, raggiungendo mete che, quel giorno nella casa di famiglia, mai avrebbero immaginato. Ma qual è il biscotto preferito di mamma Rosina, cuore di Briccodolce? "Sicuramente il Briccolino, con gocce cioccolato fondente e granella di nocciola" dice Vittorina "Ma ha approvato anche il Parlapà".

Parlapà, 20 anni di successi

Per festeggiare questo importante traguardo Briccodolce ha creato un biscotto nuovo, più goloso del solito. Parlapà - termine che in piemontese significa letteralmente “non parlare” ma sta a indicare qualcosa di straordinario - è a metà tra il biscotto e il gianduiotto. Cacao, nocciole, pochissima farina e l'iconica forma a barchetta rovesciata: questa la semplice ricetta per un dolcetto in grado di rallegrare ogni momento della giornata. Friabile ma pastoso al tempo stesso, gusto intenso e persistente. Il packaging sottolinea una volta di più il legame con Torino: sull'elegante confezione, infatti, spiccano i portici di Via Po.

Un consiglio: gusta il biscotto Parlapà sorseggiando una coppa di Vermouth o intingendolo in un po' di zabaione. Più torinese di così.

Trovi tutta la gamma di prodotti nel negozio in Corso Alcide De Gasperi, 20 Torino | briccodolce.it


DOV Home Torino: a tavola con l'alchimista

La mia prima volta in un home restaurant fu a Parigi. La casa apparteneva a una signora che aveva vissuto a lungo in Indonesia e ricordo di aver trascorso molto tempo ad ammirare tutti gli arredi che si era fatta spedire da quella terra affascinante. Del cibo non ricordo quasi nulla, ma la serata conviviale fu davvero piacevole. L'occasione per entrare a casa di sconosciuti è ricapitato a Torino con Indovina chi viene a cena ma DOV Home è un'altra cosa.

Ideatori e cuori pulsanti di questo progetto sono Gabriel Berisha e Chiara Landucci, chef e sommelier. Gabriel, di origini albanesi e naturalizzato italiano, viaggia il mondo da dieci anni alla ricerca di sapori e tecniche per creare le pozioni che sono già diventate un suo segno distintivo.

La sua cucina innovativa, infatti, passa attraverso conservazioni sotto grasso, aceto, sale e zucchero che sono in grado di conferire a ogni piatto una spinta in più: è quel qualcosa che certamente rimarrà impresso nella memoria gustativa degli ospiti. Un esempio? Il gin tonic con estratto di rose (del giardino valsusino della madre di Gabriel) - molto aromatico e per niente dolce - lo ricorderò a lungo.

Cenare in questo appartamento in zona Aurora significa affidarsi alla creatività dello chef e alle narrazioni di Chiara, che spaziano dal loro primo incontro alla raccolta delle erbe spontanee, passando per i tarocchi senza trascurare le storie degli ospiti, solo quattro, riuniti intorno al bancone vista cucina.

Ci si diverte a scoprire gli ingredienti di ogni piatto, che cambiano costantemente in base alla reperibilità e all'estro dei padroni di casa, e si viaggia: c'è il Perù nella Spring Salad di pesce marinato, l'Albania nel fergesë con feta e friggitelli, ma anche le interiora di tradizione italiana.

Non si sceglie DOV Home (Denominazione di Origine Valsusina) solo per un pasto: è un gioco da condividere ascoltando musica e sorridendo per le simpatiche mosse della bassottina Nina.

Come prenotare?

Scrivi un DM sul loro account Instagram e ti verranno comunicate le coordinate, indirizzo compreso. L'esperienza (sia a cena che a pranzo) costa 75€ bevande comprese.

 


M/A Cucina e Padellino Torino: ingredienti top e fantasia a tavola

M/A Cucina e Padellino è per Torino una bella occasione per gustare una pizza diversa, che unisce qualità degli ingredienti ma senza esagerare con la creatività.

Principe di una ricetta sempre in evoluzione è un lievito madre di oltre vent'anni partito dalla fermentazione del miele, in grado di conferire una leggerezza e un'aromaticità unici. Qui non si trova la pizza in formato classico, ma una versione tutta nuova che ricorda in dimensioni la padellino con una consistenza mai trovata altrove. Aldo Menduni è la mano che cura il lievito e crea le pizze da farine Petra selezionatissime, con mais e semi di girasole che danno una piacevole croccantezza all'impasto. Tre lievitazioni nell'arco di 36 ore fanno il resto. Ottima la Mediterranea con pomodoro Pachino giallo, friggitelli, salame dolce e provola; golosa la versione con le acciughe del Cantabrico aggiunte direttamente a tavola.

Menti di M/A Cucina e Padellino sono Antonio Capolongo e la moglie Miriam Morrone, che propongono un menù - perché c'è di più oltre alla pizza - di tradizione piemontese che però incontra le origini meridionali dei proprietari. Antonio, qui a Torino, lo abbiamo già trovato da Birilli, al Del Cambio e per molti anni come gestore e cuoco al Circolo Canottieri Eridano, lasciato due anni fa per dedicarsi a questa avventura.

Il locale è grande, occupa due piani, ma è piacevole lo spazio che viene lasciato tra i tavoli concedendo ai clienti la giusta tranquillità per gustare i piatti. Il servizio è attento ma non troppo formale, come piace a me. Si viene qui per godersi una serata - ma anche un pranzo - all'insegna del piacere per la tavola e le ottime materie prime che Antonio seleziona personalmente.

M/A cucina e padellino | Via Corte d’Appello, 2 – Torino | t. +39 011 282964 | macucinaepadellino.com


Qatar: Doha vale più di uno stopover

Un Paese giovane, il Qatar, conosciuto più che altro per lo scalo internazionale di Doha da dove tutti gli appassionati di sud-est asiatico bene o male transitano. Ma c’è molto di più al di là di quella distesa di sabbia che si vede dal finestrino dell’aereo; c’è tanto da vivere oltre ai grattacieli che svettano luminosi.

Ciò che maggiormente colpisce è la soddisfazione degli expat che lo hanno scelto. L’80% del popolo, infatti, arriva da altri Paesi e, nonostante non verrà mai concessa loro la cittadinanza, affermano con sicurezza che è un bel posto per vivere. Un luogo sicuro, dove le opportunità non mancano, come conferma Federica Visani, giovane designer che si è aggiudicata un posto nella Fire Station, una fucina per creativi residenti in Qatar: basta avere un’idea che piaccia e i soldi per realizzarla non mancheranno.

Autonomia e sostenibilità

Non manca certo il denaro per uno sviluppo eco-sostenibile, tema molto sentito nell’emirato di Tamin Al Thani. Lusail City, ad esempio, è una città costruita da zero a poca distanza da Doha per circa 250mila abitanti ed è stata progettata per essere interamente eco-sostenibile. Altro esempio è il Msheireb, il primo progetto al mondo di ristrutturazione in chiave green: nuove architetture ispirate a quelle tradizionali locali per far rivivere il vecchio distretto commerciale, in pieno rispetto delle regole di bioedilizia.

Non manca nemmeno un piano per tutelare la bellezza del deserto bianco, in cui si insinua l’Inland Sea, per evitare incontrollate scorribande delle jeep, con conseguente inquinamento.

Arte e cultura

Tra i progetti dell’illuminata sceicca Mozah c’è quello di far diventare il Qatar il più importante polo culturale del Medio Oriente. Tra i più interessanti luoghi votati all’arte c’è il MIA (Museum of Islamic Art) di Doha. Da fuori assomiglia a una donna che osserva celata da un velo, dentro è un trionfo di bellezza: un vero viaggio attraverso la storia islamica, a partire dal più antico astrolabio per continuare tra tessuti, ceramiche e gioielli dall’eleganza contemporanea.

Il 28 marzo 2019 sempre a Doha ha aperto i battenti anche il museo nazionale progettato da Jean Nouvel ispirato alla rosa del deserto, ricreata con una serie di dischi di differenti dimensioni.

Per concludere l’esperienza artistica in Qatar, non può mancare la land art di Richard Serra. Con East-West/West-East, quattro lastre metalliche installate nella riserva naturale del Brouq, l’artista vuole invitare l’osservatore a coglierne i mutamenti e a seguire il flusso dei passi tra Oriente e Occidente. Non accontentatevi di pochi minuti per ammirarla, se volete coglierne la potente essenza.

Per le vie del souq

Nulla di artigianale a parte qualche bel tappeto, ma il profumo di oud, legno di agar bruciato negli incensieri, può essere una buona guida. Nonostante la maggior parte delle merci in vendita provenga dall’Oman, dalla Cina e dalla Turchia, è interessante vedere la vita che scorre tra i vicoli di Al Waqif alla luce della sera tra locali dove si gioca a dama e uomini che attendono davanti all’ospedale dei falchi il proprio turno. Da ricordare che il souq non apre prima delle 17.

Abbigliamento

Iil Qatar è un Paese arabo, dove le regole d’abbigliamento sono dettate più dalle tradizioni familiari che dalla religione. Così è meglio sapere prima di partire che non sono ammesse gambe e spalle scoperte, che in moschea le donne devono coprire i capelli e che il costume da bagno è consentito solo sulle spiagge degli hotel. Ma niente panico, è più semplice di quel che sembra.


Da Aria Gelateria Torino ottimi gelati, ma anche lievitati da ricordare

Aria Gelateria, punto di riferimento per i golosi a Torino, ha festeggiato i due anni di attività rifacendosi il look e proponendo nuove sperimentazioni.

L'inesauribile entusiasmo di Davide Ferrero e Roberto Speranza contagia la primo cono. Difficile scegliere ogni volta i gusti tra quelli scritti sui pannelli di lamiera, che si dividono in Classiconi, Vegani e Speri-mentali. Dietro ogni proposta ci sono creatività, estro e molto lavoro ma il loro scopo fin dal primo giorno è - riuscendoci - quello di far divertire. Ma il successo di Aria Gelateria si deve anche alle tante collaborazioni che Davide e Roberto non si stancano mai di ricercare; quelle che, secondo me, hanno portato a interessanti risultati sono:

  • Acido Lab: Laboratorio di fermentati, da un’idea di Seta sala da tè con cucina e Pane Urbano (Forno Agricolo tra le colline del Monferrato); il progetto prevede gelati preparati con i Kombucha oltre a una serie di prodotti fermentati, ortaggi e frutti.
  • Santa Romero: Una piccola realtà torinese che importa e tosta caffè colombiani solo di piccoli lotti e da produttori selezionati conosciuti personalmente.
  • Lim Chocolate: Micro laboratorio di cioccolato del cuneese che lavora le fave di cacao con i mulini a pietra; Aria Gelateria utilizza i suoi favolosi cioccolati anche per la linea dei lievitati.

Dopo aver prodotto, infatti, ottimi panettoni e colombe in questa gelateria si possono trovare delle nuove golosità: i lievitati in vasocottura. Tra i tanti gusti, il cioccolato 100%, il caffè leccese e cardamomo e pistacchio + acqua marina.

Infine, il nuovo look caratterizza al meglio questa coppia di amici che fanno della leggerezza il loro cavallo di battaglia. L'aria - come amano ricordare Davide e Roberto - è l'ingrediente principale del gelato e adesso, con il rinnovato è più morbido logo, ispira allegria e voglia di giocare con il gusto.

Info

Via Santa Giulia 32/F Torino | t 011 19039749

Orari: lunedì 12 - 22:30 | martedì/giovedì 12-22:30 | venerdì/sabato 12-23 | domenica 11- 22:30


Cataplana 1915: a Torino, un nuovo modo di stare insieme a tavola

Cataplana 1915 è il nuovo home restaurant di Torino, dove il cibo diventa un pretesto per condividere racconti e scoprire, ad esempio, che il pesce conservato è buonissimo.

Una deliziosa mansarda vista Mole Antonelliana è palcoscenico per quella straordinaria fonte di cultura gastronomica che è Chiara Caprettini, ideatrice di questo progetto. Cenare alla sua tavola significa farsi prendere per mano e partire lungo un itinerario del gusto, che è soprattutto viaggio sentimentale. Si può iniziare sorseggiando un Porto proveniente da un mercato coperto nei pressi di Lisbona per continuare con i sapori dell'Oceano in una zuppa. La Cataplana, infatti, è una zuppa di pesce che prende il nome dalla pentola in cui viene cotta. Ma può capitare anche di fare un salto in Danimarca per uno Smørrebrød (una sorta di goloso panino aperto).

cataplana

Questo home restaurant torinese, infatti, non parlerà solo portoghese. Chiara è una viaggiatrice e le piace andare alla scoperta di prodotti di eccellenza da offrire ai suoi ospiti: le cene e gli eventi daranno voce a terre da lei particolarmente amate. Per lei sarà un modo di rivivere le emozioni che il suo cuore grande assorbe a ogni viaggio, per i commensali sarà l'occasione per condividere le proprie storie.

Cataplana 1915: una cucina gentile

Cataplana 1915 non è un ristorante. È uno spazio di gentilezza che accoglierà, ogni volta, un limitato numero di ospiti. Cene a tema, piccoli eventi dedicati, presentazioni di libri o aziende... una casa che diventa un luogo dove incontrarsi e parlarsi.

Alcuni dei prossimi appuntamenti:

  • Serata Cataplana 30 maggio dalle 19.30
  • Serata nordica
  • Serata panini di viaggio
  • Serata Baccalà: dal Nord Europa alla Sicilia
  • Serata tedesca

Info

Chiara Caprettini | chiaracaprettini@nordfoodovestest.com |  t +39.3405703439


Scat_To Torino: dove il cibo incontra la fotografia

Tra le cose che più amo ci sono il buon cibo e la fotografia. Entrambi sono espressioni artistiche in grado di arrivare dritto al cuore di chi osserva e assaggia. Niente come un sapore riporta a precisi attimi già vissuti e niente come uno scatto fotografico può conservare per sempre momenti storici, ma anche sguardi e gesti.

A Torino c'è un luogo dove cibo e fotografia convivono, creando un'occasione sempre nuova per dedicarsi alla bellezza. Si tratta del ristorante Scat_To, situato in Piazza San Carlo all'interno della struttura che ospita anche il Museo di Fotografia Gallerie d'Italia. Coerente con l'ambiente di cui fa parte, Scat_To - per le luci - sembra uno studio fotografico, ma anche un palcoscenico dove a ogni pasto gli attori in cucina - guidati da Christian e Manuel Costardi - danno vita a uno spettatolo sempre nuovo.

Scat_To e l'invito al viaggio

Nonostante tutto parta dalle radici piemontesi, che mai verrebbero tradite, i nuovi menù parlano anche di mondo per raccontare ingredienti e consistenze insolite, perché qui nulla è davvero come sembra. L'ostrica lardo e caviale, ad esempio, è sorprendentemente delicata; l'insalata di mare, che visivamente destabilizza un po', è un concentrato di mare di Sicilia.

Divertente il Mole di Mole: il simbolo di Torino ricreato con la salsa tipica messicana, preparata con molti tipi di peperoncini e spezie. Il risotto - piatto per cui i Costardi Bros sono famosi - è ora proposto in versione vegetale, da gustare seguendo un percorso aromatico dettato da erbe fresche. E un dessert - Pompelmo, basilico e mandorla - che potrebbe essere anche un antipasto.

Insomma, da Sca_To si viene per giocare e viaggiare. Si sceglie per assecondare quel desiderio di sentirsi altrove almeno per qualche ora.

Info

I menu degustazione sono Disegno al costo di 110 euro a persona, Ritratto a 140 euro a persona e Paesaggio come formula à la carte dalla quale scegliere due piatti a 85 euro oppure tre piatti a 110 euro. Solo allo Chef’s Table si potrà scegliere il menu Scatto Libero completamente a discrezione e scelta dello Chef al costo di 200 euro a persona. Prenotazioni

Cristina Mittermeier alle Galleria d'Italia Torino

Da non perdere la mostra della fotografa Cristina Mittermeier. Ne ho parlato anche nella Puntata 28 della newsletter: con “La grande saggezza” incoraggia una comprensione più profonda di come le nostre scelte quotidiane abbiano un impatto sul pianeta e sul clima, indagando il concetto di "abbastanza". Visitabile fino al 1° settembre 2024.


Arte in Calabria: MUSABA, un sogno a colori

Crocevia di commerci tra Oriente e Occidente, la Calabria è da sempre custode di tesori, che molte culture hanno lasciato in eredità nel corso dei secoli. Visitare i musei disseminati per il territorio significa attraversare un varco spazio-temporale sempre aperto sulle porte del passato, ma che guarda sempre al futuro. Questo itinerario porta alle pendici dell'Aspromonte, alla scoperta del MUSABA, splendido e insolito museo di arte contemporanea.

La fitta vegetazione di questa zona filtra la luce anche nelle ore più calde e offre riparo dalla canicola estiva. In particolare, Mammola - paesino situato a soli dieci chilometri dal Mar Ionio - occupa una posizione che riflette le due anime della Calabria, fatte di mare limpido e montagne impervie.

Nonostante la sua triste fama, la Locride rappresenta una delle maggiori aree di attrazione turistica e culturale dell’intera Calabria, disseminata com'è di antiche vestigia della Magna Grecia. E se la Costa dei Gelsomini è la meta da scegliere se si amano le spiagge e il mare, l’entroterra aspromontano offre possibilità di scoperta sempre nuove. Alla fine degli anni Sessanta l'artista Nik Spatari tornò qui, per fondere le proprie radici a nuove ispirazioni artistiche e creare un Parco Museo che da solo merita il viaggio.

MUSABA: dove la tradizione incontra l'arte contemporanea

Incastrato tra la montagna e l'Autostrada del Sole, il MUSABA è un tesoro che va conquistato. Al parcheggio si lascia il mezzo e si prosegue a piedi fino alla cima della collina, dove sorge la maggior parte del museo. Non affrettatevi, però, e concedetevi il tempo di salire lentamente, osservando l'arte che al MUSABA è un po' ovunque, a partire dai piloni dei cavalcavia.

Questo parco-laboratorio sorge intorno ai resti di un antico complesso monastico del X secolo che Nick Spatari e la moglie Hiske Maas scelsero per creare un luogo di sperimentazione artistica e condividere nuove frontiere di materia e colore.

L'acronimo MUSABA sta per Museo di Santa Barbara, nome del promontorio su cui sorge. È un luogo dalla storia antica: pare infatti che già nel IV secolo vi fosse un complesso monastico certosino poi passato agli abati cistercensi tra 1193 e il 1514.

Il recupero dell'area ha richiesto cinquant'anni e se all'inizio qui non c'era nemmeno la corrente elettrica, oggi il complesso include un parco di sette ettari, una foresteria, la chiesa di Santa Barbara - punto focale dell'insieme -  e la ex stazione ferroviaria di Santa Barbara, che attualmente è un laboratorio di sperimentazioni artistiche.

Colori, statue e complicatissimi mosaici fanno di questo posto un angolo di ricerca interiore. Qui si possono passare ore alla ricerca dei dettagli: un volto che emerge da una pietra, una piccola maiolica mimetizzata in un'opera gigantesca, geroglifici avvolti dalla vegetazione. Creare il parco-museo è stato un modo di rivalutare le origini di Nik, riconoscendone il grande valore storico e artistico. Il MUSABA, inoltre, racconta la storia d'amore dei due artisti che, insieme, mattone dopo mattone sono riusciti a realizzare un sogno. Qui tutto parla di loro e anche se oggi Nik non c'è più (è morto nel 2020) il progetto continua a illuminare questa splendida terra.

Il sogno di Giacobbe

Quel che rimaneva della chiesa di Santa Barbara è stato restaurato per ospitare l'imponente opera Il sogno di Giacobbe. Un immenso lavoro realizzato tra il 1990 e il 1994, che racchiude la poetica dell’artista. Per questa particolare realizzazione Spatari si è lasciato guidare dalla narrazione biblica e lo stupefacente effetto tridimensionale è dovuto a una particolare tecnica ideata da Nik: le figure sono ritagliate su sottili pannelli di legno per poi essere dipinti e applicati come figure sospese in aria. Un incanto lungo 14 metri dai vivaci colori.

La foresteria e il mosaico monumentale

Altro punto focale del MUSABA è la foresteria, pensata per assolvere compiti funzionali alle attività artistiche e formative del parco museo. È dotata di ventidue posti letto ed è ispirata alle regole della vita monastica: ogni cella è stata decorata in base ai canoni della pittura dell’artista. Ma il vero capolavoro è visibile nel chiostro della foresteria, dove si trova il mosaico monumentale, opera in cui si fondono colori, geometria e architettura: si compone di due facciate, poste l’una di fronte all’altra, e riporta diverse scene appartenenti alla tradizione cristiana e alla civiltà sumera.
Al centro del chiostro svetta Ombra della sera, una scultura in ferro di quindici metri di altezza che raffigura un uomo, sottile e imponente al tempo stesso, che sembra ergersi a custode dell'arte e del parco intero.

Il MUSABA è un allenamento per gli occhi, la mente e il cuore. Qui si diventa più sensibili e ricettivi grazie alla storia d'amore tra Nik, l'arte e la Calabria.

La Rosa dei Venti

Nik Spatari con la nuova opera, ultimata nel 2012, si è ispirato alla Rosa dei Venti, una metafora della nautica mediterranea fin dai tempi più antichi.
Spatari concentra i suoi progetti sull’evoluzione della storia mediterranea nella più significativa espressione visivo- scientifica: le arti, l’architettura, l’ambiente e le scienze dell’uomo in tutti gli aspetti antropologici formali, sociali, materiali eclettici.

La nuova costruzione annessa al museo, realizzata con forme geometriche ispirate ai triangoli egizi e agli esagoni dell’oriente antico, è stata costruita con materiali recuperati nel sito: pietre antiche recuperate dalle rovine dell’ex complesso e dai sottostanti torrenti Torbido e Neblà; travi e legname dei vicini boschi; rivestimenti interno/esterno con ceramiche colorate sponsorizzate dalla ditta tedesca Buchtal Deutsche Steinzeug.

Un curiosità piccante

Il peperoncino, per cui la Calabria è nota in tutto il mondo, non nasce in realtà in questa regione ma millenni fa nelle terre dell’odierna America Latina dove gli Indios lo coltivavano per il sapore e per le proprietà, che avevano già iniziato a riconoscere. Durante il periodo coloniale gli Spagnoli lo portarono in Europa e in Africa, dove veniva usato sia per cucinare che per conservare i cibi, soprattutto nelle zone più povere dove maggiore era il bisogno di preservare quel poco che la natura poteva offrire. La zona di Reggio Calabria, grazie al clima caldo, simile a quello del Messico e Cile Tropicale, è il territorio italiano che maggiormente ha contribuito alla coltivazione di questo prodotto. Oggi, il peperoncino calabrese è tra i principali prodotti tipici come base per specialità gastronomiche e piatti tradizionali, ma il peperoncino di Calabria non è solo piccante e saporito.

Studi storici e moderni gli attribuiscono molte proprietà benefiche: la capsaicina - il principio attivo che dona al peperoncino il gusto piccante sulla lingua e sul palato - riduce lo stress dando all’organismo nuova energia. Inoltre è ricco di vitamina C. Forse non sai che la piccantezza dei peperoncini è misurata empiricamente tramite la scala di Scoville, in gradi da 0 a 10, e quantitativamente in unità di Scoville, basate in p.p.m peso/peso di capsaicina e diidrocapsaicina. Il peperone dolce ha ad esempio zero unità Scoville, i Jalapeños sono a circa 3,000–6,000 Scoville, mentre gli Habanero arrivano a 300,000 unità Scoville. Il peperoncino calabrese ne ha circa 15.000.

Trovi info per una visita al MUSABA sul sito ufficiale


Göbekli Tepe: in Turchia il sito che riscrive la storia dell’Umanità

Göbekli Tepe è un miraggio che appare all’improvviso. Il sole d’agosto, in questa parte di Turchia al confine con la Siria, è accecante e arroventa la pelle, ma l’emozione è più forte del caldo. Situato nella pianura tra il Tigri e l’Eufrate, domina i monti del Tauro e offre un panorama a 360° su quello che un tempo fu un territorio fertile e rigoglioso. Oggi, è un luogo di pellegrinaggio per archeologi e appassionati ma dovrebbero vederlo tutti perché, di fatto, riscrive la storia dell’intera Umanità.

La scoperta di Göbekli Tepe

Nonostante nel 1963 si capì già che il terreno celava qualcosa d’importante, gli scavi iniziarono solo nel 1995 quando il prof. Klaus Schmidt intuì che la collina su cui si ergeva un unico e solitario albero era composta di terra riportata; si trattava di calcare, che differiva completamente dalla dura roccia basaltica circostante. Quando si cominciò a scavare emerse una serie di pilastri a forma di T, che fecero sorgere una miriade di dubbi e quesiti.

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La storia del sito

Eretto presumibilmente tra la fine del Mesolitico e il primo Neolitico da generazioni di uomini dell’Età della Pietra, in un periodo in cui si stava passando all’agricoltura, il sito era dedicato esclusivamente al culto: i monoliti rappresentavano gli dei da venerare mentre gli animali incisi fungevano da protettori. La pietra utilizzata per la sua creazione è considerata tra le più dure e di alta qualità, ma che non esiste nell’arco di 100 chilometri da qui. Il che significa che è stata volontariamente scelta e portata in loco per la realizzazione di qualcosa destinato a durare nel tempo. Con i suoi 12.000 anni Göbekli Tepe è, di fatto, il sito megalitico più antico del mondo e la sua scoperta rivoluziona ogni credenza.

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Fino alla sua scoperta si è infatti pensato che fosse stata l’agricoltura a favorire la civilizzazione e che la complessità dell’arte, della società e dell’architettura dipendesse da una fornitura di cibo regolare. Questo sito dimostra invece che i cacciatori-raccoglitori di questa regione della Turchia erano molto più avanzati di quanto si pensasse.

Oltre 45 megaliti sono disposti in sei cerchi con un diametro tra i cinque e i dieci metri ciascuno; i pilastri sono finemente decorati con incisioni a tema animale e le molte ossa ritrovate dimostrano che venivano fatti sacrifici agli dei.  Ma c’è molto più da riportare alla luce: esplorazioni effettuate grazie a speciali scanner hanno rivelato che il sottosuolo sta conservando ancora almeno 250 pilastri.

I misteri di Göbekli Tepe

Se, da un lato, il ritrovamento di questo insediamento ha permesso una nuova datazione degli altri siti megalitici nel mondo, dall’altro lato si sono spalancate le porte su questioni non facilmente comprensibili:

  • Come sono state realizzate le incisioni in una pietra particolarmente dura in un’era in cui non si conoscevano i metalli?
  • Perché chi ha costruito il sito lo ha poi volontariamente coperto?
  • I pilastri, se percossi con un particolare tipo di pietra, emettono un suono a bassa frequenza. Come mai?
  • Al crepuscolo i pilastri diventano più luminosi e le incisioni sembrano prendere vita…
  • Non ci sono decorazioni con elementi femminili.

Insomma, tanto è stato scoperto ma molto altro è ancora da comprendere.

La visita

Il sito - Parte dell’UNESCO dal 2018 per la maestosità e l’importanza che rappresenta per l’Umanità - rientra nel circuito della nuova Museum Pass Turkey Card, consente di visitare oltre 300 musei e siti archeologici gestiti dal Ministero della Cultura e del Turismo della Repubblica di Turchia. Una volta preso il biglietto presso il visitor center si inizia la visita con il piccolo ma bene allestito museo. Interattivo e coinvolgente, racconta la storia della scoperta e contestualizza i reperti. Poi, a piedi o con lo shuttle, si raggiungono gli scavi dove la magia del luogo farà tutto da sé.


Festa dei Gitani: in Camargue per Sara la nera

A Les-Saintes-Maries-de-la-Mer si arriva per scelta, perché non si può andare oltre. Due bracci del Rodano avvolgono il villaggio prima di tuffarsi in mare e, tutto intorno, la Riserva Naturale ospita uccelli di ogni genere e cavalli dell'antica razza Camargue. Un piccolo pezzo di terra abitata dove gli immensi spazi si confondono con la linea dell'orizzonte, specialmente nei mesi più tranquilli quando è possibile passeggiare sulle lunghe spiagge accompagnati dal suono delle onde. In estate questo angolo di Camargue offre quaranta chilometri di sabbia fine, ma ci sono anche luoghi di totale pace e tranquillità.

A Les-Saintes-Maries-de-la-Mer si deve però andare a maggio, per partecipare alla Festa dei Gitani: uno dei pellegrinaggi più festosi e suggestivi di Francia.

La Festa dei Gitani

Una tradizione solida e secolare, che si ripete ogni anno fin dal 1484. Due giorni di festa - il 24 e il 25 maggio - durante cui la tranquilla cittadina della Camargue si anima di musiche, balli e colori. Nella settimana delle celebrazioni, migliaia di nomadi mettono orgogliosamente in mostra la propria cultura fatta di tradizioni, allegria e rituali. È un raduno unico nel suo genere che vede il ritrovo di gruppi etnici diversi guidati da un unico scopo: rendere omaggio a Sara la Nera, nonostante ognuno abbracci la propria religione. C'è chi è cattolico, chi protestante, ortodosso ma anche ebreo e induista.

Romanì, provenienti principalmente dalla penisola balcanica e dalla Romania, manouches francesi, kalè iberici, tziganes ungheresi: sono solo alcuni delle principali etnie che ogni anno giungono a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer. Etnie differenti ma accomunate dalla stessa terra di provenienza: le zone settentrionali del continente indiano come il Punjab e il Rajasthan dove sono sempre stati perseguitati. Data la loro natura itinerante, molti si dedicano all'arte orafa, altri alla lavorazione del ferro battuto o alla costruzione di strumenti musicali a corda.

Santa Sara, la protettrice dei nomadi

Il nome del paesino deriva dalle "tre Marie”, tre esuli palestinesi che rispondono al nome di Marie Jacobè, Marie Salomè e Marie Sara. Ma è in onore di quest’ultima che i rom giungono in pellegrinaggio.

Sara, detta anche la Kali, è una santa nera non riconosciuta ufficialmente dal Vaticano. I popoli gitani, però, la considerano la loro protettrice in virtù delle sue origini nomadi. Secondo la leggenda, si tratta di una regina egizia o, addirittura, di una schiava al servizio di Maria Maddalena. La tradizione prevede l’accensione di una candela nella grotta dove si trova la statua di Sara per chiederle miracoli o grazie.

Il momento clou delle celebrazioni durante la Festa dei Gitani, però, sono la messa nel Santuario di Nostra Signora del Mare e la processione. Dopo la funzione animata dall’alternanza di canti malinconici e altri più allegri e ritmati si svolge infatti la processione: la statua di Santa Sara, curiosamente caratterizzata dalla dimensione sproporzionata del corpo rispetto alla testa, al grido di “Vive Saint Sara” viene scortata dai guardiàn, una specie di mandriani dediti all’allevamento dei tori che montano esclusivamente cavalli bianchi. Dalla piazza principale adiacente alla chiesa il corteo procede lento fino alla spiaggia, dove la statua viene portata fino in mare. Il rituale prevede anche il versamento ripetuto della stessa acqua marina sul volto: un gesto che ricorda quello praticato dagli induisti quando si purificano nel Gange.

Lo spettacolo per chi guarda è fatto di abiti tradizionali indossati appositamente per l'occasione, di gioielli elaborati e di musica: le melodie dominanti - spesso improvvisate da piccole orchestrine o bande - arrivano da violini, fisarmoniche e varie tipologie di strumenti a fiato. Il genere musicale più comune è il flamenco, tipico delle popolazioni nomadi. Al ritmo battuto dalle mani si affiancano i movimenti armonici di questa danza che ha trovato la propria codificazione in Andalusia.

Ma lo spettacolo vero è poco fuori dal perimetro urbano, dove ci sono i campi allestiti dai rom; tra carrozzoni e roulotte si svolge l'attività degli artigiani, si canta e si fa giocoleria.

Chi sono le Sante?

Le reliquie di Marie Jacobè, Marie Salomè e Marie Sara furono scoperte nel 1448 e attualmente sono conservate all'interno della Cappella Alta della Chiesa del villaggio in casse che vengono calate durante il pellegrinaggio fino al coro della chiesa.

Secondo la tradizione provenzale, le Sante Marie Jacobè e Marie Salomè fuggirono dalla Palestina durante le persecuzioni e giunsero sulle spiagge della Camargue in compagnia di altri discepoli di Gesù. Mentre i discepoli partirono per evangelizzare la Francia cominciando dalla valle del Rodano, Marie Jacobè e Salomè, donne anziane in quanto madri di apostoli, scelsero di restare a Les-Saintes-Maries-de-la-Mer.

Le Sante ci sono note dal Vangelo:

  • Marie Jacobè fu la madre di Giacomo il Minore e di Giuseppe, probabilmente anche degli apostoli Giuda e Simone.
  • Santa Marie Salomè fu la madre degli apostoli Giacomo e Giovanni.

Sara, invece, è conosciuta come la serva di Santa Marie Salomè; di origine egiziana e cresciuta in un ambiente benestante, fu probabilmente la moglie di Pilato che l'avrebbe in seguito ripudiata perché convertita alla fede cristiana.

Esiste una versione della storia, presentata dal Marchese di Baroncelli, in cui Sara accoglie le Sante al loro arrivo sulle spiagge della Camargue. In questa variante i gitani sono presentati come i primi abitanti del paese. Questa stesura è messa in discussione in quanto i gitani non appaiono in Francia e in Europa occidentale prima del XV secolo, dunque 1500 anni dopo l'arrivo delle Sante.

Tre Sante, tre pellegrinaggi

 

  • 24 e 25 maggio si svolgono le celebrazioni più famose in onore di Sara.
  • A ottobre - nel week end più prossimo al giorno 22 - c'è la Festa di Santa Marie Salomè. Il sabato pomeriggio si svolge la cerimonia di discesa delle casse nella Chiesa. La sera, sulla spiaggia dietro le arene, si rievoca l'arrivo delle Sante; questo evento è poi seguito da una veglia di preghiera presso il santuario. La domenica, messa solenne nel corso della quale la barca che trasporta le Sante è accompagnata dai membri della Confraternita (fondata con l'approvazione del vescovo di Arles) e vestiti con una casacca blu. La processione arriva fino al mare ed è scortata dai guardiàn a cavallo con le loro insegne, e dai pellegrini.
  • La prima domenica di dicembre, infine, c'è il terzo e ultimo pellegrinaggio dell'anno, quello che riguarda la traslazione delle Reliquie e dedicato alla scoperta dei resti di Maria Jacobè e Maria Salomè. La processione inizia nei pressi della croce di Gerusalemme vicino all'arena e si dirige lungo le piccole vie del villaggio fino alla Chiesa. La domenica, messa solenne seguita dalla cerimonia di risalita delle casse.

Les-Saintes-Maries-de-la-Mer, non solo Festa dei Gitani

Questa cittadina, cuore pulsante della Camargue, ha un fascino tutto suo derivato dal fatto che sembra uscita dal pennello di un pittore. Se durante la Festa dei Gitani la moltitudine di persone distrae dal contesto, nei periodi più tranquilli si può godere delle case bianche e basse che si articolano intorno alla splendida chiesa romanica, dal cui tetto - accessibile al pubblico - si può ammirare il suggestivo panorama circostante, tra tetti e lungomare.

Un giro di 45 minuti circa sul Petit Train Camarguais, invece, ti porterà nei dintorni per vedere i fenicotteri rosa, i tori e i cavalli, e ammirare nelle stradine dell’entroterra le case tipiche della Camargue. Il trenino parte di fronte all’Ufficio del Turismo delle Saintes-Maries-de-la-Mer. Chi preferisce un'esperienza più silenziosa e solitaria, può optare per una passeggiata a cavallo o in calesse. Infine, ogni lunedì e venerdì mattina, sulla stessa piazza che al tramonto si trasforma in un enorme campo da bocce, è piacevole passeggiare tra le bancarelle del mercato dove scovare prodotti locali, ortaggi e frutta, salumi di toro e Vin des Sables, oggetti di artigianato locale e cappelli da buttero.


Jackfruit: il frutto che salvò lo Sri Lanka

Quando andai per la prima volta in Sri Lanka mi venne detto che se avessi mangiato un pezzo di jackfruit mi sarei assicurata un nuovo viaggio in quella terra baciata dal sole e impregnata di armonia.

Nonostante non fossi riuscita a trovarne un po’, sarei tornata nell’arco di pochi mesi: decisi subito, infatti, che avrei dovuto esplorare con più calma quel Paese così ricco di bellezza. In quell’augurio, però, trovai immediatamente il valore che veniva attribuito al jackfruit, che non è un semplice frutto.

Lo Sri Lanka salvato da un frutto

Il riso sta alla base dell’alimentazione srilankese, ma il Paese si trovò in grave difficoltà quando, nel 1815, le forze britanniche occuparono l’isola e adibirono i terreni adibiti a risaie con piantagioni di tè, cannella e gomma per alimentare le più remunerative esportazioni.

Poi, nel 1915, un membro del movimento per l’indipendenza dello Sri Lanka – Arthur V Dias - che era stato condannato a morte dagli inglesi per il suo presunto ruolo in una rivolta, fu liberato e si dedicò anima e corpo a combattere contro il dominio britannico. Si rese presto conto che il Paese si sarebbe presto trovato ad affrontare una carestia a causa delle coltivazioni di riso che continuavano a diminuire e per colpa dei nativi che abbattevano gli alberi di jackfruit. Per evitare l’orribile carenza di cibo che si era abbattuta sull’Europa dopo la Seconda Guerra Mondiale, Dias decise di convincere i singalesi a ripristinare le piante di jackfruit per garantire sicurezza e autosufficienza alimentare.

Dias importava semi di jackfruit dalla Malesia, visitava i villaggi per distribuire piantine e, con il tempo, la sua campagna ha ispirato l’apertura di molte piantagioni. Ancora oggi è considerato un eroe nazionale e i bambini imparano a conoscerne la storia sui libri di scuola.

Il jackfruit ha continuato a salvare lo Sri Lanka anche negli anni Settanta, quando una combinazione di inflazione, siccità e carenza di cibo spinse lo Sri Lanka sull’orlo del collasso, e anche nel recente periodo di Covid, quando molte persone nei villaggi rurali hanno perso il reddito e ci sono volute settimane o addirittura mesi prima che i programmi di assistenza sociale del governo raggiungessero i borghi remoti.

Del Jackfruit, come del maiale, non si spreca niente

In Occidente viene presentato come un’alternativa vegana alla carne, vista la consistenza, ed è da qualche anno annoverato tra i prodotti di tendenza, come il kimchi coreano.

È il frutto più grande del mondo e ha una buccia ricoperta da caratteristiche protuberanze appuntite, che cambia colore – da verde a giallo – man mano che la maturazione avanza. In cucina si utilizza il frutto acerbo, mentre quello maturo viene mangiato crudo come un mango o una pesca. Non è, quindi, solo il frutto della fame ma anche un delizioso ingrediente per curry da cuocere lentamente in pentole di terracotta. I baccelli sono ancora più buoni se gustati con un pizzico di sale, mentre i semi vengono bolliti. Le sue foglie, invece, vengono utilizzate nella cucina ayurvedica per combattere il diabete. Come del maiale, insomma, non si spreca niente.

Ricco di carboidrati, per tradizione viene utilizzato soprattutto nella cucina casalinga, ma negli ultimi tempi il jackfruit è arrivato anche sui fornelli dei ristoranti sotto forma di deliziosi hamburger, perfetti anche per i vegani, o di tenere cotolette condite con salsa piccante.

Infine, per sognare, 10 foto per viaggiare in Sri Lanka.