La cucina marocchina di LellaMama al Mercato Centrale Torino
Finalmente al Mercato Centrale di Torino è arrivata una bottega che parla una lingua adatta al luogo. LellaMama, la cucina marocchina di Sanaa Salmi, porta una nuova aria, che arriva dal deserto.
Originaria di Ouarzazate, città del Marocco meridionale nota per i set cinematografici, Sanaa vive in Italia da molti anni e a Milano gestisce già un ristorante in zona San Babila, che ha aperto con l'intento di raccontare la cultura del suo Paese agli italiani.
"Troppo spesso sento parlare di marocchini che delinquono, ma io voglio far conoscere il lato bello e ricco di tradizione del mio popolo"
dice Sanaa. Sorriso dolce e sguardo deciso per questa giovane donna, che ha scelto di restituire all'Italia un po' dell'accoglienza che ha ricevuto. LellaMama è un ristorante al femminile, che racconta una reale storia di integrazione e di radicamento su un territorio che a Torino parla tante lingue diverse, Porta Palazzo.
Nel nuovo bistrot nel Mercato Centrale di Torino la proposta è incentrata sui classici della cucina marocchina: Cous Cous e Tajine in prima linea, proposti nelle diverse versioni, compresa una variante vegetariana. Il menù presenta anche una serie di piatti che, secondo Sanaa, possono incontrare il gusto degli italiani come la caponata abbinata a carne o pesce. Tanti legumi - che anche in Marocco vengono largamente utilizzati - e insalate.
Una cucina genuina, dal sapore casalingo, che spesso ho avuto il piacere di assaggiare nelle calde notti estive sul tetto di qualche casa marocchina in cui ero stata invitata a cenare.
Il cibo è un linguaggio universale, che porta gioia e condivisione in uno scambio di tradizioni che spesso scopriamo simili tra loro.
Da LellaMama, essendo aperto tutto il giorno, è possibile assaggiare anche la tipica colazione a base di Msemen, crêpes sfogliate di origine magrebina che vengono servite con miele e marmellata, ma anche solo con olio, meglio se di argan, per avere un delizioso sapore di nocciola.
La bottega LellaMama al Mercato Centrale di Torino sarà aperta tutti i giorni dal lunedì alla domenica.

NUN, a Torino la prima pasticceria persiana
NUN è una piccola pasticceria nella parte più tranquilla del quartiere torinese Crocetta per sognare le meraviglie dell'Iran.
Nazanin ha un sorriso dolce e accogliente, parla un italiano invidiabile e si muove con eleganza dietro il bancone del suo negozio: soli 43mq arredati in maniera minimal ma chic. Laureata da qualche anno in Belle Arti a Torino, ha accarezzato l'idea di seguire la sua vera passione: la cucina.
Prima in una dark kitchen, dove realizzava su ordinazione i piatti tipici - sia dolci che salati - della sua terra, e ora da NUN. Il termine che ha scelto per chiamare la pasticceria deriva da Naan, che significa pane, ma ha privilegiato una parola farsi più informale e affettuosa. Qui non si fa pane, ma è un alimento che in tutto il mondo rappresenta il nutrimento e il calore di una casa. Un tempo in Italia pane, burro e zucchero era la tipica merenda dolce di ogni bambino. Non credo che usi più, ma non avendo figli non saprei dire con certezza.
Ma com'è la pasticceria persiana?
Profumo di rose e zafferano
La pasticceria persiana utilizza frutta secca e spezie preziose come zafferano, cardamomo, acqua e petali di rosa. Quello che la differenzia dalle preparazioni dei Paesi limitrofi è un limitato utilizzo dello zucchero: la baklava persiana (Baagh-lava), ad esempio, è un dolce tipico dei Paesi che hanno fatto parte dell'Impero Ottomano - che si estendeva dal Medio Oriente al Mediterraneo, ai Balcani e al Caucaso - ma la versione persiana è meno dolce.
Nazanin prepara le sue piccole delizie rigorosamente a mano e, tra le tante proposte, ho molto apprezzato i Nan-e Nokhodchi (biscotti friabili a base di farina di ceci tostati, pistacchi e zafferano) e la Persian Love Cake, fatta con mandorle e acqua di rose.
Purtroppo la pasticceria NUN è solo da asporto, ma se si vuole gustare qualcosa in loco - in piedi - lo si può accompagnare con caffè o tè.

Come preparare il tè persiano
Sono un'appassionata di tè e lo bevo anche pasteggiando, abbinandone la tipologia ai piatti. Quello persiano è particolarmente aromatico e ben si addice ai dessert o ai biscotti, proprio come quelli della pasticceria NUN di Torino. Ecco come prepararlo a casa, ma prima un pochino di storia.
Inizialmente era il caffè la bevanda principale in Iran, ma i Paesi da cui proveniva erano molto lontani e i processi di spedizione complicati. Tuttavia, la Cina, da sempre famosa per il tè, si trovava sulla principale via dei commerci dell'epoca e questo rendeva il trasporto molto più semplice, così il tè divenne la bevanda più consumata nel Paese. Ma visto il continuo aumento dell'interesse verso la Camellia Sinensis, l'Iran pensò di autoprodursi il tè, cosa che avvenne ai primi del 1900 quando l'ambasciatore iraniano in India portò in patria delle piantine. Da allora l'Iran coltiva le proprie foglie nella regione settentrionale del Paese, sul Mar Caspio. La regione di Lahijan nella provincia di Guilan produce uno dei migliori tè del Paese.
Per preparare un infuso in stile persiano ci vuole tè nero in foglie, perfetto è il Ceylon. Portare l'acqua a ebollizione, mettere due cucchiai di tè sfuso nella teiera e versarvi sopra l'acqua calda.
Mettere il coperchio e lasciar riposare per circa 5-10 minuti. Successivamente, portare a ebollizione altra acqua, riempire 1/3 di una tazza di vetro (per ammirare il colore dell'infuso) con il tè preparato e versarci lentamente sopra dell'acqua calda: più acqua neutra si aggiunge, più il tè avrà un sapore delicato.
Ma la peculiarità del tè persiano è data dalle spezie, che lo rendono estremamente aromatico. Direttamente nella teiera, prima di versare l'acqua, si possono aggiungere baccelli di cardamomo spezzati, 4 o 5 fili di zafferano, boccioli di rosa o una stecca di cannella.
Il bello è che ognuno può creare la ricetta secondo i propri gusti.
Pasticceria persiana NUN | Via Lamarmora 20/d, Torino | Tel. 011 19154717 | IG @nun.kitchen.italy
Akai Ito: il filo rosso che lega il Giappone a Torino
Aperta da pochi mesi nel quartiere di Santa Rita a Torino, Akai Ito è la gastronomia giapponese di cui c'era bisogno. Il piccolo spazio è in perfetto stile Sol Levante, si mangia bene e (per fortuna) non si trova in centro.
Che io sia un'amante dell'Oriente non è una novità, ma per provare questa nuova Mecca del gusto mi sono fatta accompagnare dalla mia appassionata di Giappone di riferimento: mia nipote, a cui ho promesso un viaggio sulle orme delle sue Anime preferite. Erica apprezza talmente il cibo giapponese da mettere attenzione su ogni sfumatura di sapore e consistenza.
Ma partiamo dall'inizio. Cosa significa Akai Ito?
La leggenda del filo rosso del destino
Si tratta di una credenza di origine cinese, che si è successivamente diffusa anche in Giappone. Secondo la tradizione ogni persona, fin dalla nascita, ha legato un filo rosso al mignolo della mano sinistra collegato alla propria anima gemella. È un filo lunghissimo, invisibile e indistruttibile in grado di sopportare grovigli di ogni genere e di garantire l'unione tra le due persone destinate a incontrarsi e a restare insieme per sempre.
Questo filo rosso ha in qualche modo unito Luisa e Stefano. Provenienti da esperienze simili (lei ha lavorato al Les Petit Restaurant Japonaise mentre lui da Kensho) si sono trovati nel realizzare questo piccolo luogo di gentilezza gastronomica. A fare da cornice molti splendidi libri a tema, da sfogliare mentre si addenta un soffice bao dal ripieno ricco e saporito o un croccante pollo fritto. Molto apprezzata anche la Japanese Cheesecake: poco dolce ma soffice come una nuvola. Il menù cambia spesso e la qualità delle materie prime è indiscutibile, cosa che chiaramente incide sul costo dei piatti: diffidare sempre di una cucina giapponese (ma anche di altre origini) a troppo buon mercato.
Il locale è piccolo e ha solo sei posti a sedere, ma fa anche servizio take away. Inoltre, Luisa e Stefano offrono anche servizio di chef a domicilio.
Akai Ito: C.so Sebastopoli 161/P – 10137 Torino TO | t 393 127 0016 | Sito web
Orario: lunedì - sabato 11:30–14:30, 17:30–20:30. Domenica chiuso

Stella Café: c'è più gusto alla Fondazione Sandretto di Torino
Inaugurato da qualche mese, lo Stella Café apre un nuovo capitolo nell'offerta gastronomica museale torinese. Situato all'interno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo - polo di cultura e arte contemporanea in via Modane, 20 - si propone come luogo per colazioni, merende, pranzi e spuntini. Spazio perfetto per una pausa prima o dopo la visita all'esposizione ma anche per organizzare un evento privato.
Lo Stella Café, infatti, è guidato da POP UP location wow, l'agenzia di Fabrizio Bocca che gestisce gli spazi eventi più scenografici della città (tra cui la caffetteria del MAUTO). Il menù, con una proposta che include piatti veg e per bambini, si presenta gustoso, semplice e inclusivo.
Alla base di tutto la qualità delle materie prime che, da sole, fanno già metà del lavoro. Al resto resto pensa Flavio Cumali, lo chef di tutte le attività di ristorazione gestite da POP UP, che nonostante la giovane età vanta una lunga esperienza anche all'estero.
L'apertura della caffetteria va dal martedì al venerdì a pranzo, mentre sabato e domenica grande protagonista è il brunch, accompagnato dall'offerta dell'aperitivo serale. Qui trovi il suo profilo Instagram
I piatti sono colorati e creativi, perfettamente in tono con il museo adiacente. Al momento tra le scelte ci sono un'ottima carne cruda con seirass, barbabietola e mandorle e un Orzotto in crema di zucca e chips di porri.
A cena, i sapori del mondo
Dal giovedì al sabato - dalle 19 alle 22 - è possibile cenare allo Stella Caffè con la possibilità (ma solo il giovedì sera) di visitare gratuitamente le mostre temporanee della Fondazione.
Il menu propone alcuni dei piatti più iconici di alcuni Paesi: Foie Gras di anatra con pain brioche e marmellata di fichi dalla Francia, Empanadas di vitello stufato dal Sud America, i cinesi Bao di maiale sfilacciato alla soia con cavolo rosso e arachidi, il Ceviche peruviano di persico, la Tajine di agnello con couscous dal Marocco o il Pad thai con gamberi dalla Thailandia.
Ogni piatto può essere abbinato a un cocktail pensato appositamente dal bar manager dello Stella Café Antoine Habanera o a un calice di vino selezionato da una carta internazionale realizzata ad hoc. Due le formule proposte:
- 35€: Un piatto a scelta accompagnato dal suo drink o dal calice di vino, un dolce tra quelli proposti, tutti a base di mela (tarte tatin, frittella di mela con salsa alla cannella e alfajores con dulce de leche), acqua e caffè.
- 55€: Due piatti e due bevande, dolce, acqua e caffè.
Stella Café: info utili
t 350 8096350 | stellarecafe@gmail.com
Orari di apertura:
Martedì - 11:00-16:00
Mercoledì - 11:00-16:00
Giovedì 11:00-16:00
Venerdì 11:00-18:00
Sabato 11:00-18:00
Domenica 11:00-17:00
Le stagioni del Castello di Miradolo
Un giorno mi sono svegliata con il desiderio di uscire, ma senza sapere dove andare. Avevo voglia di immergermi in qualcosa di bello, che potesse nutrire la mia creatività, ma era lunedì. E di lunedì è tutto chiuso.
Inaspettatamente ho scoperto che uno dei miei posti delle fragole (ne ho spiegato il significato nel numero 41 della newsletter), oltre alla Turchia, è un luogo proprio vicino a casa: il Castello di Miradolo con il suo giardino incantato.
Qui, circondati da una splendida natura curata con perizia e competenza, si fanno arte e cultura a portata di tutti, anche dei bambini.
La storia del Castello di Miradolo
Il Castello di Miradolo si trova in provincia di Torino, verso le montagne del pinerolese, dove iniziano la Val Chisone e la Val Pellice. È costituito da una parte nobiliare e da una zona rustica, che tra la fine del Settecento e l’inizio dell’Ottocento assumono una conformazione molto simile a quella attuale.
Le prime notizie sulla proprietà raccontano che la dimora un tempo era una cascina di campagna seicentesca appartenente alla famiglia dei Macello. Il castello visse la sua epoca d'oro a partire dagi anni venti dell'Ottocento quando furono costruiti l'orangerie, la torre rotonda e il muro di cinta, rifatta la facciata principale, inserite le decorazioni neogotiche, ridisegnato e ampliato il giardino che diviene un parco romantico.
Nel 1866 la marchesa Teresa Massel sposa Luigi dei conti Cacherano di Bricherasio il quale, come dono di nozze alla sposa, ordina una ristrutturazione del Castello di Miradolo secondo il gusto neogotico. Sofia, ultima erede della famiglia, morendo nel 1950, lasciò il Castello a una congregazione religiosa che fece del palazzo una casa per esercizi spirituali e ospitalità per anziani, abbandonandolo negli anni Novanta del Novecento.
La rinascita del luogo avvenne nel 2007 quando il complesso fu acquistato da un gruppo di privati e concesso in comodato gratuito alla Fondazione Cosso che, l’anno successivo, inaugura la sua attività e avvia un imponente progetto di restauro del Palazzo e del parco al fine di salvarlo dall’abbandono e restituire al territorio una nuova possibilità per usufruire degli spazi adibiti a museo per mostre temporanee, ma utilizzati anche per musica, cinema all'aperto e molte altre attività culturali.
Cosa mi piace
- È una dimora elegante, ma accogliente.
- Le mostre che ospitano sono sempre interessanti e splendidamente allestite in armonia con l'ambiente.
- Il bosco di bambù mi commuove.
- È il posto perfetto per vedere le stagioni cambiare: tra qualche settimana il grande ginko diventerà d'oro.
- I fiori che, in ogni stagione, trovano una loro dimensione.
Arte contemporanea in Sicilia: idee e curiosità
Il primo pensiero che viene in mente quando si nomina la Sicilia è il mare, poi a seguire il cibo. I siti archeologici e la bellezza delle città arrivano subito dopo, ma mentre organizzavo la mia vacanza in terra sicula con il mio Van, ho voluto concentrarmi sull'arte contemporanea.
Avevo già visitato la Sicilia e anche se sono tornata comunque a rivedere certi luoghi, l'idea di approfondirne un aspetto meno noto stimolava molto il mio spirito da esploratrice.
Gibellina e il Cretto di Burri
Situata nel cuore della Sicilia, Gibellina è un esempio di come si possa rinascere dalle macerie. L'antico borgo fu raso al suolo dal terremoto del Belice nel 1968 e il cumulo di macerie è stato trasformato in una immensa tomba su cui l'artista Alberto Burri ha realizzato un'imponente opera di Land Art in memoria delle vittime. Il Cretto offre un grande impatto visivo già percorrendo le curve della strada che conducono al sito. L'installazione è composta da un reticolo di strade e piazze - che riprendono la pianta originale - che si intersecano in un gioco geometrico che potrebbe ricordare delle crepe nel terreno. Ogni estate, nel Baglio di Stefano, si svolgono le Orestiadi: un festival internazionale con manifestazioni che vanno dalle rappresentazioni teatrali a quelle musicali, dalla pittura alla scultura, al cinema. Il Cretto di Burri è un luogo commovente, che non emana né dolore né rabbia. Solo luce.
Farm Cultural Park a Favara: l'arte si fa quotidiana

Cammini per le stradine di Favara tra gli edifici mezzi diroccati sostenuti da puntelli, e girando un angolo anonimo la sorpresa: ti trovi di fronte un'esplosione di luce e colore. Un progetto visionario, un'utopia che ingloba in sé anche una parte delle persone che abitano all'interno di questa sorta di casa di corte.
Farm Cultural Park è un centro d'arte urbana e residenza per artisti. Fondato nel 2010 dal notaio Andrea Bartoli e dalla moglie avvocato Florinda Saieva, è diventato un luogo dove l'arte contemporanea si fonde con il quotidiano. L'obiettivo del luogo è quello di promuovere l'arte contemporanea e la creatività locale, fornendo uno spazio per l'esposizione di opere d'arte, mostre, performance e workshop. Un museo diffuso, dove nutrirsi di bellezza.
Fiumara d'Arte: un lungo percorso di bellezza
Dodici opere di Land Art installate in altrettanti comuni sparsi tra mare e Monti Nebrodi. Un itinerario non facilissimo per chi si muove in Van - a causa delle strade strette e spesso malmesse - ma molto suggestivo per i luoghi. Tra tutte, la mia preferita è stata il Labirinto d'Arianna, al cui centro c'è uno splendido albero d'olivo. L'opera se vogliamo più assurda è la Stanza di Barca d'Oro, realizzata giapponese Hidetoshi Nagasawa che l'ha sigillata sotto terra il giorno del suo completamento in modo che non potesse essere vista.
Oggi queste terre ed i loro panorami accolgono la visione dell’artista macenate Antonio Presti, un uomo che con devozione ha intrapreso un lungo tragitto, affrontando e superando con impegno e amore per la bellezza tutte le difficoltà incontrate per aver scelto fin dal primo momento di voler posizionare le sculture monumentali all’interno dei terreni demaniali.
Antonio Presti, ideatore di Fiumara d'Arte
Borgo Parrini
Borgo Parrini è una piccolissima frazione raggiungibile velocemente da Palermo. La storia del luogo inizia già intorno al 1500, con l'acquisto dei campi intorno a Partinico da parte dei padri del Noviziato dei Gesuiti, da cui deriva il nome: Parrini infatti significa preti. La località fu dei Gesuiti fino al 1767, quando passò in proprietà al principe francese Henri d'Orleans, che creò un'azienda agricola, dando lavoro 300 operai. Nel Secondo Dopoguerra, però, molti abitanti si spostarono nelle città causando l'abbandono e il decadimento del borgo.
Una decina di anni fa, però, l'imprenditore Giuseppe Gaglio e i pochi abitanti rimasti decisero di rilanciare il luogo rinnovandolo completamente ispirandosi allo stile di Gaudì. Oggi gli edifici colorati e i murales attirano molti turisti, rendendo il luogo vivo e con nuove prospettive.
Palermo e la street art
Infine, non posso evitare di menzionare la street art a Palermo. Un'espressione d'arte che mi piace molto e ricerco in ogni città che visito. Non mi dilungherò sul dove trovarla: basta camminare per le sue vie con lo sguardo curioso.
Il Canelli non è un Moscato per donne
Un titolo un pochino provocatorio, che mi dà lo spunto per raccontarti un episodio di qualche anno fa. Partecipavo a una degustazione di vini piemontesi e il proprietario della cantina, forse con l'intento di essere simpatico, si rivolse a me dicendo "Sono sicuro che l'ultimo vino le piacerà, è un Moscato ed è molto apprezzato dalle donne".
Risposi che invece il Moscato, come tutti i vini dolci, non mi piacevano mentre apprezzavo i vini rossi strutturati.
Da quel giorno ne è passata molta di acqua sotto i ponti - anzi, di vino - ma il mio rapporto con il Moscato non è migliorato. Tuttavia la settimana scorsa, partecipando a una cena organizzata dall'Associazione Moscato Canelli, ho dovuto rivedere le mie credenze.
Per il Moscato, un territorio unico

Ma capiamo innanzitutto qualcosa in più sulla produzione del Moscato. Il territorio d'elezione di questo vino fu stabilito già alla fine dell'Ottocento e comprende quell’area che, a nord, è delimitato da Asti e dal fiume Tanaro, mentre a sud dal fiume Bormida: zona di cui Canelli è il centro.
Ma solo nel 2011 ci fu l'ottenimento della della sottozona Canelli all’interno della denominazione Moscato d’Asti docg e nel 2019 venne avviato il percorso di riconoscimento di una denominazione indipendente per Il Canelli docg o Canelli docg Moscato che, nel 2023, è stata definitivamente riconosciuta a livello europeo e nazionale.
Un suolo unico ricco di calcare e di microelementi, che gode di un microclima ideale, dove a primavere piovose seguono lunghe estati asciutte. Il sole e le escursioni termiche notturne donano a quest’uva aromaticità e un carattere specifico, fatto di equilibrio e freschezza.
Il metodo Martinotti o Charmat con cui viene fatto fermentare Il Canelli d.o.c.g. fa sì che il vino mantenga l'effervescenza naturale. Interessante scoprire che Il Canelli Moscato è adatto per l'invecchiamento: dopo i quattro anni i suoi profumi si evolvono facendosi complessi ed evidenziando aromaticità interessanti, come note di zafferano e litchi.
Quindi no, il Moscato non è un vino per donne (inteso come persone che conoscono poco il vino e possono apprezzare solo prodotti poco alcolici e dolci).
Come abbinare Il Canelli Moscato
La tradizione piemontese vuole che il Moscato venga abbinato alla pasticceria secca e ai dessert in generale, ma io che amo le preparazioni salate lo apprezzo di più con un buon salame, del formaggio erborinato, una Robiola di Roccaverano e, naturalmente, con il foie gras.
Durante la cena a Villa Fontana di Agliano Terme i produttori che ho preferito sono La Morandina (Canelli 2023), per la piacevole acidità, e la Tenuta Il Falchetto (Canelli Ciombo 2017) per la complessità degli aromi e l'evoluzione del bicchiere.
Per scoprire i produttori dell'Associazione Canelli Moscato puoi partecipare a un delle cene dedicate (qui il programma) o andare a trovarli in azienda (qui l'elenco e i contatti).
Giardino dei Tarocchi: a Capalbio il sogno di Niki De Saint Phalle
Il Giardino dei Tarocchi è un parco artistico, ideato dall'artista franco-statunitense Niki De Saint Phalle, popolato da statue ispirate alle figure degli Arcani maggiori.
Siamo nel comune di Capalbio, le cicale friniscono allegre e il sole infuoca l'aria, ma una breve passeggiata conduce in uno straordinario giardino, dove i colori e l'atmosfera esoterica distraggono dalla calura. Niki De Saint Phalle iniziò a sognare il Giardino dei Tarocchi a inizio anni Cinquanta quando, in Spagna, vide per la prima volta le opere di Gaudì, ma dovette attendere a lungo prima di realizzare il suo progetto.
Negli anni Settanta, a causa di un ascesso ai polmoni provocato dai materiali con cui lavorava abitualmente, Niki fu costretta a trascorrere un lungo periodo di convalescenza a Saint Moritz dove ebbe la fortuna di incontrare Marella Agnelli, moglie dell'avvocato Gianni Agnelli e grande collezionista d'arte la quale, appassionatasi all'idea di Niki, le offrì l'utilizzo di un terreno di famiglia in Toscana.
Da quel momento l'artista dedicò tutte le proprie energie alla realizzazione del Parco riuscendo a realizzare - con l'aiuto del marito Jean Tinguely e dei collaboratori - 22 opere realizzate con diversi tipi di materiali: il marito introdusse anche macchine bizzarre. Gli Arcani maggiori, infatti, sono stati creati con l'utilizzo di acciaio, vetro, ceramica e specchi: un tripudio di colore e creatività. Le sculture più piccole del giardino, ad esempio, sono state realizzate a Parigi, in poliestere, per essere poi ricoperte da tessere di mosaico fatte con vetri provenienti da varie parti del mondo.
All'ingresso si viene accolti dalla Ruota della Fortuna, simbolo della vita che nei Tarocchi viene interpretata così:
"Come il cerchio, la ruota veicola il concetto di infinito. Non avendo né inizio né fine simboleggia l'universalità dei cicli: l'estate segue sempre alla primavera e l'inverno all'autunno."
La casa di Niki nel Giardino dei Tarocchi

L'Imperatrice, che con i capelli blu e la corona rossa domina l'intero Giardino dei Tarocchi, è stata la casa di Niki De Saint Phalle: l'interno è interamento rivestito di frammenti di specchi, la camera da letto è dentro a uno dei due seni, mentre la cucina occupa l'altro; il bagno, situato al livello inferiore, presenta un drago blu e rosso al posto della vasca da bagno.
"I lunghi capelli dell'Imperatrice simboleggiano la sua grande intelligenza, ma anche la purezza delle sue intenzioni e la chiarezze delle idee. Il suo potere non risiede nella facoltà di imporre il proprio volere, ma nella grande capacità di comunicare, analizzare e consigliare."
Se ti piacciono i parchi artistici, in Toscana puoi visitare anche il Giardino di Daniel Spoerri, padre della Eat Art.
Giardino dei Tarocchi: Biglietti
Briccodolce: i biscotti piemontesi che volano lontano
Le idee felici, spesso, nascono in famiglia. È stato così per il biscottificio artigianale piemontese Briccodolce, ideato e tutt'oggi guidato dalle sorelle Ivana e Vittorina, da mamma Rosina e Giulia, che rappresenta la più recente generazione.
Un lavoro fatto di tradizioni tramandate di mano in mano, nato tra le colline intorno a Castagneto Po dove, in fondo a una strada sterrata, Ivana e Vittorina trascorrevano del tempo prendendosi cura della nonna. Il sogno di inventare un'attività che permettesse loro di vivere in campagna si è avverato vent'anni fa, anche per merito delle ricette della mamma Rosina, che ancora oggi - a 85 anni - vigila sulle preparazioni.
Briccodolce, una storia di cuore
Nonostante il padre di Ivana e Vittoria non abbia permesso di creare l'azienda nella casa di famiglia, le sorelle non si sono date per vinte e nel 2004 a Borgaretto, vicino a casa di Rosina, hanno aperto il loro laboratorio. Nonostante entrambe arrivassero da esperienze lavorative completamente diverse, hanno studiato e imparato l'arte della pasticceria con la volontà di creare qualcosa di diverso: sarebbero stati biscotti golosi, belli e profumati, in grado di regalare momenti felici.
I biscotti Briccodolce in monoporzione si sono conquistati un posto in prima classe sulle più importanti linee aeree e ferroviarie, raggiungendo mete che, quel giorno nella casa di famiglia, mai avrebbero immaginato. Ma qual è il biscotto preferito di mamma Rosina, cuore di Briccodolce? "Sicuramente il Briccolino, con gocce cioccolato fondente e granella di nocciola" dice Vittorina "Ma ha approvato anche il Parlapà".
Parlapà, 20 anni di successi

Per festeggiare questo importante traguardo Briccodolce ha creato un biscotto nuovo, più goloso del solito. Parlapà - termine che in piemontese significa letteralmente “non parlare” ma sta a indicare qualcosa di straordinario - è a metà tra il biscotto e il gianduiotto. Cacao, nocciole, pochissima farina e l'iconica forma a barchetta rovesciata: questa la semplice ricetta per un dolcetto in grado di rallegrare ogni momento della giornata. Friabile ma pastoso al tempo stesso, gusto intenso e persistente. Il packaging sottolinea una volta di più il legame con Torino: sull'elegante confezione, infatti, spiccano i portici di Via Po.
Un consiglio: gusta il biscotto Parlapà sorseggiando una coppa di Vermouth o intingendolo in un po' di zabaione. Più torinese di così.
Trovi tutta la gamma di prodotti nel negozio in Corso Alcide De Gasperi, 20 Torino | briccodolce.it
DOV Home Torino: a tavola con l'alchimista
La mia prima volta in un home restaurant fu a Parigi. La casa apparteneva a una signora che aveva vissuto a lungo in Indonesia e ricordo di aver trascorso molto tempo ad ammirare tutti gli arredi che si era fatta spedire da quella terra affascinante. Del cibo non ricordo quasi nulla, ma la serata conviviale fu davvero piacevole. L'occasione per entrare a casa di sconosciuti è ricapitato a Torino con Indovina chi viene a cena ma DOV Home è un'altra cosa.
Ideatori e cuori pulsanti di questo progetto sono Gabriel Berisha e Chiara Landucci, chef e sommelier. Gabriel, di origini albanesi e naturalizzato italiano, viaggia il mondo da dieci anni alla ricerca di sapori e tecniche per creare le pozioni che sono già diventate un suo segno distintivo.
La sua cucina innovativa, infatti, passa attraverso conservazioni sotto grasso, aceto, sale e zucchero che sono in grado di conferire a ogni piatto una spinta in più: è quel qualcosa che certamente rimarrà impresso nella memoria gustativa degli ospiti. Un esempio? Il gin tonic con estratto di rose (del giardino valsusino della madre di Gabriel) - molto aromatico e per niente dolce - lo ricorderò a lungo.

Cenare in questo appartamento in zona Aurora significa affidarsi alla creatività dello chef e alle narrazioni di Chiara, che spaziano dal loro primo incontro alla raccolta delle erbe spontanee, passando per i tarocchi senza trascurare le storie degli ospiti, solo quattro, riuniti intorno al bancone vista cucina.
Ci si diverte a scoprire gli ingredienti di ogni piatto, che cambiano costantemente in base alla reperibilità e all'estro dei padroni di casa, e si viaggia: c'è il Perù nella Spring Salad di pesce marinato, l'Albania nel fergesë con feta e friggitelli, ma anche le interiora di tradizione italiana.
Non si sceglie DOV Home (Denominazione di Origine Valsusina) solo per un pasto: è un gioco da condividere ascoltando musica e sorridendo per le simpatiche mosse della bassottina Nina.
Come prenotare?
Scrivi un DM sul loro account Instagram e ti verranno comunicate le coordinate, indirizzo compreso. L'esperienza (sia a cena che a pranzo) costa 75€ bevande comprese.
M/A Cucina e Padellino Torino: ingredienti top e fantasia a tavola
M/A Cucina e Padellino è per Torino una bella occasione per gustare una pizza diversa, che unisce qualità degli ingredienti ma senza esagerare con la creatività.
Principe di una ricetta sempre in evoluzione è un lievito madre di oltre vent'anni partito dalla fermentazione del miele, in grado di conferire una leggerezza e un'aromaticità unici. Qui non si trova la pizza in formato classico, ma una versione tutta nuova che ricorda in dimensioni la padellino con una consistenza mai trovata altrove. Aldo Menduni è la mano che cura il lievito e crea le pizze da farine Petra selezionatissime, con mais e semi di girasole che danno una piacevole croccantezza all'impasto. Tre lievitazioni nell'arco di 36 ore fanno il resto. Ottima la Mediterranea con pomodoro Pachino giallo, friggitelli, salame dolce e provola; golosa la versione con le acciughe del Cantabrico aggiunte direttamente a tavola.
Menti di M/A Cucina e Padellino sono Antonio Capolongo e la moglie Miriam Morrone, che propongono un menù - perché c'è di più oltre alla pizza - di tradizione piemontese che però incontra le origini meridionali dei proprietari. Antonio, qui a Torino, lo abbiamo già trovato da Birilli, al Del Cambio e per molti anni come gestore e cuoco al Circolo Canottieri Eridano, lasciato due anni fa per dedicarsi a questa avventura.
Il locale è grande, occupa due piani, ma è piacevole lo spazio che viene lasciato tra i tavoli concedendo ai clienti la giusta tranquillità per gustare i piatti. Il servizio è attento ma non troppo formale, come piace a me. Si viene qui per godersi una serata - ma anche un pranzo - all'insegna del piacere per la tavola e le ottime materie prime che Antonio seleziona personalmente.
M/A cucina e padellino | Via Corte d’Appello, 2 – Torino | t. +39 011 282964 | macucinaepadellino.com

Qatar: Doha vale più di uno stopover
Un Paese giovane, il Qatar, conosciuto più che altro per lo scalo internazionale di Doha da dove tutti gli appassionati di sud-est asiatico bene o male transitano. Ma c’è molto di più al di là di quella distesa di sabbia che si vede dal finestrino dell’aereo; c’è tanto da vivere oltre ai grattacieli che svettano luminosi.
Ciò che maggiormente colpisce è la soddisfazione degli expat che lo hanno scelto. L’80% del popolo, infatti, arriva da altri Paesi e, nonostante non verrà mai concessa loro la cittadinanza, affermano con sicurezza che è un bel posto per vivere. Un luogo sicuro, dove le opportunità non mancano, come conferma Federica Visani, giovane designer che si è aggiudicata un posto nella Fire Station, una fucina per creativi residenti in Qatar: basta avere un’idea che piaccia e i soldi per realizzarla non mancheranno.
Autonomia e sostenibilità
Non manca certo il denaro per uno sviluppo eco-sostenibile, tema molto sentito nell’emirato di Tamin Al Thani. Lusail City, ad esempio, è una città costruita da zero a poca distanza da Doha per circa 250mila abitanti ed è stata progettata per essere interamente eco-sostenibile. Altro esempio è il Msheireb, il primo progetto al mondo di ristrutturazione in chiave green: nuove architetture ispirate a quelle tradizionali locali per far rivivere il vecchio distretto commerciale, in pieno rispetto delle regole di bioedilizia.
Non manca nemmeno un piano per tutelare la bellezza del deserto bianco, in cui si insinua l’Inland Sea, per evitare incontrollate scorribande delle jeep, con conseguente inquinamento.
Arte e cultura

Tra i progetti dell’illuminata sceicca Mozah c’è quello di far diventare il Qatar il più importante polo culturale del Medio Oriente. Tra i più interessanti luoghi votati all’arte c’è il MIA (Museum of Islamic Art) di Doha. Da fuori assomiglia a una donna che osserva celata da un velo, dentro è un trionfo di bellezza: un vero viaggio attraverso la storia islamica, a partire dal più antico astrolabio per continuare tra tessuti, ceramiche e gioielli dall’eleganza contemporanea.

Il 28 marzo 2019 sempre a Doha ha aperto i battenti anche il museo nazionale progettato da Jean Nouvel ispirato alla rosa del deserto, ricreata con una serie di dischi di differenti dimensioni.
Per concludere l’esperienza artistica in Qatar, non può mancare la land art di Richard Serra. Con East-West/West-East, quattro lastre metalliche installate nella riserva naturale del Brouq, l’artista vuole invitare l’osservatore a coglierne i mutamenti e a seguire il flusso dei passi tra Oriente e Occidente. Non accontentatevi di pochi minuti per ammirarla, se volete coglierne la potente essenza.
Per le vie del souq

Nulla di artigianale a parte qualche bel tappeto, ma il profumo di oud, legno di agar bruciato negli incensieri, può essere una buona guida. Nonostante la maggior parte delle merci in vendita provenga dall’Oman, dalla Cina e dalla Turchia, è interessante vedere la vita che scorre tra i vicoli di Al Waqif alla luce della sera tra locali dove si gioca a dama e uomini che attendono davanti all’ospedale dei falchi il proprio turno. Da ricordare che il souq non apre prima delle 17.
Abbigliamento
Iil Qatar è un Paese arabo, dove le regole d’abbigliamento sono dettate più dalle tradizioni familiari che dalla religione. Così è meglio sapere prima di partire che non sono ammesse gambe e spalle scoperte, che in moschea le donne devono coprire i capelli e che il costume da bagno è consentito solo sulle spiagge degli hotel. Ma niente panico, è più semplice di quel che sembra.














