Corea | Storie di hanok, kimchi e divinazione

Restava ore a guardare il fiume. Era un’abitudine che aveva già da bambina perché la casa era, come da tradizione, rivolta verso un corso d’acqua, mentre il retro guardava le montagne. Gli hanok erano costruiti così. Il cortile interno era spazioso e, nelle calde notti estive, quando il vento lo spazzava con energia lei si sdraiava sul pavimento di legno del portico e lasciava che le accarezzasse la pelle. La struttura dell’hanok riflette la visione che avevano i coreani nell’antichità della natura e dell’Universo. L’idea del cielo tondo e la terra quadrata, quindi, si rispecchia nell’architettura così come i tre (numero fortunato e ricorrente) elementi da cui era composto per loro l’Universo: cielo, terra e genere umano.

 

Se però avessero chiesto alla ragazza di spiegare in maniera precisa come fosse strutturato un hanok non avrebbe saputo rispondere. Non le è mai interessato conoscere l’antico, quanto innovativo, sistema di riscaldamento sotto al pavimento alimentato a legna o il concetto secondo cui l’impatto ambientale per la sua costruzione debba essere minimo.

kimchi

 

Lei ne accarezzava le crepe del legno dovute al tempo, ne ascoltava il suono delle campane a vento attaccate alle travi, ne gurdava le lanterne illuminate nelle notti nere e gustava il sapore acre del kimchi lasciato fermentare in cortile nelle giare che, rischiarate dalla luce della luna, creavano ombre misteriose. Di tutto ciò avrebbe potuto raccontare a lungo, proprio come fece in quella mattina lontana nel tempo con un maestro dei ventagli incontrato per caso. La ragazza aveva gli occhi di giada e il suo nome era Nau.

 

Aveva un nome insolito per una coreana: era infatti inventato. I suoi genitori si erano voluti allontanare dall’abitudine di chiedere a un indovino il nome più propizio per il proprio figlio. La pratica divinatoria più comune ancora oggi si chiama Saju. In base alla data di nascita e allo Saju dei genitori l’indovino cerca di garantire l’armonia familiare e il futuro successo del neonato, bilanciando gli elementi con il giusto nome.

Per Nau, invece, vennero scelti il mistero e la libertà di essere.


Corea | Il maestro dei ventagli

Il signor Cho si sventola lentamente nel caldo cittadino, tenendo il ventaglio con le lunghe dita affusolate. Il flabello in questione è un oggetto appartenuto alla sua famiglia ed è di un’eleganza straordinaria. Sulla carta di gelso, ormai un po’ ingiallita, di cui è fatto sono rappresentate sottili foglie di bambù, pochi misteriosi ideogrammi coreani e, nell’angolo in alto a destra, un piccola farfalla gialla.

 

I ventagli coreani si distinguono per la bellezza che riescono a mostrare nella semplicità delle forme. L’abitudine di utilizzare questo oggetto è stata tramandata fin dai tempi dell’Impero, tempo in cui un uomo si considerava pronto a uscire solo quando aveva in mano un ventaglio. Non lo si usa solamente in estate per cercare sollievo dal caldo umido, ma anche in inverno per proteggersi dal vento freddo o dalla polvere. Ognuno porta decorazioni di buon auspicio, proprio come la farfalla e il bambù.

 

Seduto su quella panchina, il signor Cho sembra uscito da una cartolina d’altri tempi. All’ombra del grande albero di ginko guarda distrattamente uno degli edifici del Palazzo Imperiale, quello dal tetto con le lucide tegole blu. Anche se per tradizione viene utilizzato solo per gli uffici amministrativi, si distingue per bellezza e raffinatezza. I disegni di cui sono adorni i muri rappresentano forme e soggetti incantevoli, mentre i colori vivaci lo lasciano ogni volta come ipnotizzato.

 

Viene in questo luogo ogni volta che è in cerca di nuova energia e rinnovata ispirazione per creare i ventagli per cui è famoso. Ne produce alcuni per le mostre, fatti e dipinti a mano, e molti altri a macchina per il commercio, ma i suoi preferiti sono quelli piatti e quasi tondi. Lavorandoli gli sembra di accarezzare la superficie della Luna. Arcana e romantica, gli ricorda una storia che gli ha raccontato una ragazza dagli occhi di giada incontrata qualche tempo fa.