Armenia | Arcano Paese
Hayasta è il nome con cui gli armeni, ancora oggi, si riferiscono al loro Paese. Nome derivato da Hayk, secondo la tradizione discendente diretto di Noè. La leggenda narra che dopo il Diluvio Universale l’arca sia approdata sul Monte Ararat, l’imponente monte che domina il paesaggio dal lato occidentale dell'Armenia, che confina con la Turchia.
Fu proprio nella valle ai piedi del Monte che San Gregorio l’Illuminatore riuscì a convertire il re e l’intera zazione al Cristianesimo. l’Armenia così divenne il primo Paese al mondo ad aver adottato questa come religione di Stato. Da allora, l’essere cristiani, è stato uno dei pilastri dell’identità armena che ogni domenica è possibile osservare partecipando, insieme alle decine di fedeli che vi accorrono, alle funzioni in una delle numerose chiese. Malgrado la fede profonda e l’attaccamento alle usanze cristiane, in Armenia sono sopravvissute alcune tradizioni pagane come il matagh, il sacrificio animale, che ha origini molto antiche ed è ancora diffuso. Sembra che venisse praticato dagli armeni in epoca precristiana e, ancora oggi, non è inusuale vedere gruppi di persone che brandiscono, ad esempio, un gallo da sacrificare per invocare aiuto divino.
Khor Virap
Uno dei luoghi in cui avviene la pratica del sacrificio è Khor Virap, il più importante monastero armeno. Situato vicino al confine con la Turchia, gli fa da sfondo l’imponente Monte Ararat, simbolo del popolo armeno ma che si trova in territorio turco. Il suo nome, in lingua armena, significa “prigione in profondità” ed è qui che San Gregorio rimase imprigionato per tredici anni, prima di riuscire a convertire il Re. Durante la sua prigionia numerose donne fedeli gli portavano di nascosto il cibo nel sotterraneo in cui era incatenato; in quella cripta, ancora oggi, vengono offerti animali in sacrificio. Altra tradizione pagana è la festa della Candelora, che celebra la presentazione di Gesù al Tempio quaranta giorni dopo Natale. Nel buio invernale viene celebrata una Messa durante la quale vengono benedette le candele all’interno della Chiesa ed i falò all’esterno. A questa pratica si è aggiunta l’usanza di accendere delle candele con il fuoco benedetto dei falò e di portarle nelle case delle coppie che si sono sposate nell’anno precedente e di quelle appena fidanzate. Una volta acceso un fuoco con le fiamme di queste candele, le coppie vi saltano sopra per liberarsi degli spiriti maligni. Molti sono i monasteri da visitare, simili dal punto di vista architettonico ma ognuno unico per la posizione in cui è situato. Edifici costruiti per lo più in tufo, basalto e granito; materiali di cui il paese è ricco e che risulta maggiormente resistente rispetto, ad esempio, al legno. Le caratteristiche su cui si basa l’architettura armena sono la solidità e la sobrietà che la differenziano nettamente da quella bizantina, a cui spesso viene erroneamente paragonata. Gli unici elementi decorativi sono gli eleganti lavori di intaglio nella pietra, le nicchie e i khatchkar, inseriti nei muri delle chiese. I khatchkar (letteralmente croci-pietra), sono lastre di tufo sulla cui superficie vengono scolpiti simboli cristiani e, prima fra tutte, la croce dalla base fiorita, che simboleggia la continuità della vita. Queste lastre rappresentano un elemento decorativo tipicamente armeno presente in quasi tutti gli edifici religiosi.
Monastero di Gheghard
Tipico esempio di architettura armena medievale è il Monastero di Gheghard. Situato in fondo ad uno stretto e spettacolare canyon lungo il quale scorre il fiume Azat. Il monastero e la valle sono stati designati patrimonio dell’umanità dall’Unesco. Gheghard significa “monastero della lancia” poiché lì veniva conservata la lancia che pare trafisse il costato di Cristo, ora esposta nel tesoro di Etchmiadzin.
Più a sud est, quasi al confine con il Nagorno Karabakh, si trova Tatev, complesso monastico poco visitato a causa della difficoltà di accesso. La strada per raggiungerlo è sterrata e molto accidentata ma entro l’anno prossimo verrà terminata una funivia che da Goris porterà direttamente al monastero.
Sevanavank
Più a est, sulla penisola di Sevan, affacciato sull’omonimo lago, si trova Sevanavank, uno dei luoghi storico-culturali più significativi in Armenia. Fondato da Gregorio l’Illuminatore, durante l’invasione dei mongoli venne saccheggiato e distrutto. Ricostruito nella prima metà del 1400, venne chiuso durante il regime sovietico e le pietre di cui era costruita la Chiesa vennero utilizzate come materiale edile per una casa di riposo. Tuttavia negli anni 90 ha ritrovato nuovo splendore con il suo restauro e la riapertura del seminario.
Tempio di Garni
L’unico edificio pagano dell'Armenia, che resta a testimoniare la grande influenza dell’arte ellenistica in questo Paese. Costruito secondo i principi della Geometria Sacra perfezionata dai pitagorici nella Grecia antica, l’edificio odierno è stato ricostruito sull’edificio originale distrutto dal terremoto nel 1679. Nella Geometria Sacra i numeri venivano combinati con le forme per creare un’insieme armonico. L’idea era quella di unificare l’umanità con l’insieme cosmico. Ai numeri sacri veniva attribuito un significato che trovava conferma nella fede mistica; in pratica si pensava che se i numeri sacri venivano utilizzati in certe giornate o in determinate combinazioni gli dei si placavano ed era possibile diventare membro di quella famiglia metafisica. In generale, tutti i monasteri e gli edifici armeni valgono la pena di essere visitati, per la loro architettura e per la natura meravigliosa che li circonda. Circa metà della superficie armena si trova ad un’altitudine di almeno 2000 metri ed è caratterizzata da grandi escursioni termiche tra giorno e notte. I paesaggi sono mutevoli, immensi campi di grano, numerosi corsi d’acqua, valli lunghe e rigogliose, steppe erbose e tratti boschivi. Il paesaggio è totalmente differente quando ci si avvicina a Yerevan, la capitale.
Yerevan
Arrivando via terra l’impatto non è dei migliori. La periferia di nessuna città risulta generalmente attraente ma qui fa venire voglia al visitatore di andarsene immediatamente. Enormi fabbriche abbandonate, edifici fatiscenti e ruggine onnipresente non invogliano ad una visita più approfondita. Se però non ci si lascia intimorire dal primo impatto e dalla difficoltà di circolazione a causa della totale mancanza di indicazioni stradali, si avrà la possibilità di scoprire che Yerevan si sta lentamente risollevando dopo la caduta del regime comunista. La città ha una pianta circolare costituita da viali alberati al cui centro si trova Piazza della Repubblica. A parte l’Opera, che ospita il teatro e il balletto, e qualche monumento sovietico non offre molte altre attrattive però passeggiare per le vie del centro è piacevole. Yerevan si anima soprattutto dopo il tramonto quando i numerosi locali con dehors si affollano di giovani in cerca di alcool e musica dal vivo.
Armenia | La lunga strada per Tatev
Mai fidarsi delle mappe stradali, anche se recenti.
Immaginate di trovarvi di fronte l’imbocco per una strada completamente sbancata e montagne di terra a destra e manca. Davanti a voi solo buche, sassi e 10 chilometri da percorrere. Quello di Tatev, in Armenia, è un complesso fortificato cinto da imponenti mura, sulle quali è possibile camminare per ammirare il panorama sulla valle sottostante. La sua posizione strategica l’ha sempre reso inaccessibile ai nemici ed è per questo motivo che divenne sede vescovile e centro politico e amministrativo della regione di Syunik. Una singolare opera che si trova all’interno del complesso è il monumento : una colonna di otto metri costituita da pietre sovrapposte e sormontata da un katchkar. In caso di scosse sismiche, il pilone si inclinava per poi tornare alla sua posizione iniziale, segnalando così il pericolo di un terremoto.
Lungo la tortuosa via è possibile fare una pausa per vedere una formazione rocciosa naturale simpaticamente denominata il ponte del diavolo. La leggenda narra che Shushan volesse attraversare la valle per andare dal suo fidanzato. Il diavolo le offrì aiuto in cambio della sua anima; la ragazza subito accettò ma successivamente, quando ormai il diavolo aveva già iniziato a costruire il ponte, si pentì e decise di buttarsi nella valle, piuttosto che cedere l’anima a Satana. Nella realtà il ponte si è formato grazie all’accumulo secolare di sedimenti di minerali e sale di calcio lungo il fiume. Dopo le piscine naturali che si trovano vicino al cima del ponte c’è un ripido crinale dotato di corda lungo il quale ci si può calare.
Percorrere la tortuosissima strada ha richiesto quasi due ore che sono state molto stancanti per noi sul fuoristrada ma devastanti per i motociclisti. La fatica è stata ripagata dal luogo suggestivo e dal panorama mozzafiato che si gode dal Monastero arroccato su quell’alta montagna. Fuori dal complesso fortificato c’è una casina con un’improbabile insegna che indica l’Ufficio Turistico. Fame e fatica ci hanno fatti entrare a chiedere se fosse possibile mangiare e, con grande sorpresa, la risposta è stata affermativa. Non è stato il pasto migliore della mia vita (poco saporito e misero in quantità, come ovunque in Armenia) ma la birra locale era ottima e ci ha permesso di rifocillarci in vista del rientro. Per fortuna di strada ce n’è un’altra, molto più lunga ma meno pericolosa.
Turchia | Dara, la città sepolta
Dara. Potrebbe sembrare un esotico nome di donna invece si tratta di un città sepolta da tempo immemorabile e sconosciuta al resto del mondo. Non ne parlano le guide turistiche e solo gli abitanti della zona, o qualche archeologo, vi possono raccontare di lei. Giace sotto l’odierna Oğuz, 30 Km a sudest di Mardin nella Turchia orientale. Costruita approssimativamente nel 505 su tre colli, fu progettata per resistere agli attacchi da parte delle città di Nisibi, Diyarbakir e Antakya, città molto vicine all’allora confine persiano-romano.
Si tratta di una città fortificata che, anticamente, era protetta da 4 Km di mura e che l’Imperatore Anastasio decise di costruire per dare alle legioni un luogo dove riposare, preparare le armi e sorvegliare il confine, ornandola di chiese, granai, baluardi e torri. Sulla collina più alta venne costruita la cittadella, completata da empori, un bagno pubblico, cisterne per l’acqua ed al centro, il castello. Come spesso accade di trovare all’interno delle fortezze.
Nel 530 Dara fu teatro dell’omonima battaglia che, nel VI secolo, fu molto importante in quanto fu la prima in cui i Romani d’Oriente vinsero in maniera decisiva contro i Persiani sul confine che divideva i due Imperi e confermò l’importanza della città per la sicurezza della frontiera. Secondo Procopio, le cui opere raccontano il periodo dell’imperatore Giustiniano I, le mura fortificate vennero però costruite in un tale breve tempo da causarne la scarsa qualità. Le difficili condizioni climatiche, poi, ne accelerarono il deterioramento. Perciò Giustiniano I ne ordinò la ristrutturazione; raddoppiò l’altezza delle mura e le torri vennero rinforzate ed alzate.
L’imperatore, inoltre, ordinò di deviare il fiume Cordes in maniera da approvvigionare la città d’acqua. Essendo il corso fluviale per lo più sotterraneo, la guarnigione aveva il potere di negare l’acqua agli assedianti, fatto che aiutò a salvare la Città in diverse occasioni. La realizzazione delle due porte fluviali, l’irrobustimento degli argini per la canalizzazione dell’acqua e l’ampliamento della cisterna situata alle pendici delle tre colline, costituirono un vero e proprio capolavoro di urbanistica ed ingegneria idraulica. Per la costruzione delle strutture vennero utilizzati materiali del luogo e le squadre di lavoro furono sempre le medesime, cosa che contribuì a mantenere omogeneità di lavorazione. Inoltre, diventando gli operai stessi parte della popolazione, tramandarono ai discendenti le tecniche di costruttive.
Sembra che tali maestranze fossero di origini siriaco – mesopotamiche e questo gruppo etnico ebbe una grande importanza a livello storico. Questi arabi cristianizzati, infatti, no si adeguarono passivamente ad un modello culturale ma apportarono la propria conoscenza in campo architettonico e decorativo. La base stilistica poggia sull’arte degli Omayyadi che, alla stessa maniera, utilizzavano pietra locale ricavata dalle cave vicine e la lavoravano per realizzare motivi stilistici particolari. Nel 2010 le opere superstiti e portate alla luce erano la necropoli, le cisterne e il sistema difensivo. Gli scavi hanno avuto inizio molti anni fa e continuano incessantemente con la presenza di una gentile archeologa turca, che parla un inglese perfetto, disponibile ad elargire informazioni sul sito.
Visitare Dara è come camminare nei libri di storia letti da bambini ma sentendosi un po’ pionieri, essendo un luogo ancora sconosciuto e misterioso.
French Toast a colazione: storia e ricetta
Una storia misteriosa, quella del French Toast. È apprezzato e conosciuto in tutto il mondo, ma nessuno sa davvero quali siano le sue origini. Un suo antenato viene nominato da Apicio in un libro di cucina dell’antica Roma, dove si parla di pane tagliato a fette, imbevuto di latte, fritto e cosparso di miele. Ogni Paese, comunque, gli attribuisce un nome diverso: Pain Perdu in Francia, Poor Knights ok Windsor in Gran Bretagna, Armer Ritter in Germania, come scrivevano i fratelli Grimm in alcuni libri. Ma è negli Stati Uniti che assume il nome di French Toast. Nonostante sembri richiamare la Francia, una leggenda racconta che l’appellativo si riferisce a un tal Joseph French che pare aver inventato questa ricetta nel 1724 attribuendole il proprio nome, che quindi per correttezza dovrebbe chiamarsi French’s Toast.
Io, che difficilmente riesco a eseguire una ricetta pedestremente senza apportare qualche personalizzazione, ho variato qualche ingrediente rispetto agli originali. L’ho preparato una domenica a colazione e mangiato in giardino, mentre il sole iniziava a scaldare e le rose profumavavo l’aria.
French Toast
ingredienti: 2 fette di pane raffermo, 2 uova, 1 bicchiere di latte di soia, 1 cucchiaino di cannella in polvere, frutta fresca, sciroppo d’agave, burro, olio di semi di arachide
Sbattere le uova con il latte di soia e la cannella e immergervi le fette di pane per circa 10 minuti. Scaldare metà burro e metà olio e far rosolare il pane imbevuto da entrambe le parti fino a quando non diventa croccante. Adagiare il pane su un piatto e guarrnire con sciroppo d’agave (o acero) a piacere e frutta fresca. Ottimo anche con lo sciroppo di rosa.
Corea | L’artista di Gwangju
Nau aveva deciso da tempo di vivere a Gwangju per inseguire una grande passione. Fin da quando era piccola rimaneva incantata nell’osservare il nonno mentre muoveva con maestria ed eleganza quei grandi pennelli. Riusciva a realizzare delle vere opere d’arte, soprattutto se viste dagli occhi di una bambina che non riusciva ancora a decifrare i misteriosi segni.
La Corea ha una lunga storia proveniente dalla Cina che la lega all’arte calligrafica, anche se sono rimaste poche testimonianze di scritti antichi a causa delle numerose invasioni. Ciò che oggi si sa a riguardo è stato tramandato dalle scritture buddiste e dagli epitaffi in memoria dei monaci. La calligrafia, o sŏye in coreano, fiorì durante l’Antico Chosŏn (1392-1910) quando il confucianesimo divenne la filosofia di Stato. In questo lungo periodo ogni gentiluomo che si rispettasse doveva dimostrare un’approfondita preparazione in poesia, calligrafia e pittura, arti considerate come la via per esprimere una mente pura e nobile.
Per combinare i tre talenti erano necessari solamente un pennino, una pietra per la preparazione dell’inchiostro, un pennello fatto da pelo animale e carta. Ogni calligrafo doveva essere in grado di scrivere senza fare alcun ritocco o ombreggiatura, riuscendo a mantenere la stessa distanza tra le pennellate.
Il nonno di Nau era un maestro in questo, un vero gentiluomo confuciano. Gli piaceva scrivere seduto sul pavimento di legno sotto al portico del suo hanok perché per lui la Natura era una grande fonte di ispirazione. I fiori, dai petali talmente soffici da sembrare di velluto, le farfalle con le ali variopinte, gli stagni nelle cui acque si specchiava il cielo creando forme sempre nuove e, infine, le montagne, custodi di mille magie e segreti.
Nau decise di trasferirsi a Gwangju, città dell’arte, proprio per tramandare la tradizione della calligrafia trasformandola in professione, in modo da poterla mostrare al mondo. Stare lontana dal suo villaggio non era facile, ma ogni pennellata era dedicata alla sua terra, le cui immagini rimanevano impresse nella sua mente aiutandola a perfezionare una tecnica antica, mantenendo la sua proverbiale calma zen.
Corea degli spiriti
Ogni tre anni Nau deve tornare al proprio villaggio. Non aspettava certo così tanto tempo da una visita all’altra, ma ogni anno bisestile c’è un compito da assolvere molto importante. In Corea sopravvive la tradizione di sistemare all’ingresso di ogni centro abitato i jangseung: totem realizzati in legno per allontanare gli spiriti maligni. Il montaggio e la sostituzione di ogni totem richiede rituali ben precisi.
Innanzitutto è necessario fare una riunione per designare l’uomo che condurrà le cerimonie. Deve essere scelto tra coloro che, in un certo periodo di tempo, non abbia mai visto un corpo senza vita o il sangue di un animale e che sia considerato un individuo fortunato.
Altre persone, invece, hanno il compito di pulire l’area destinata ai totem, preparare il cibo per le offerte, selezionare e abbattere gli alberi scelti per diventare jangseung, intagliarli con le preghiere e montarli. Devo essere realizzati ed eretti tutti nel medesimo giorno e viene normalmente utilizzato il legno di noce o, a volte, di ontano.
A Nau viene da ridere ogni volta che guarda i volti minacciosi, spesso irridenti, di queste enormi maschere. Con Yon, amica di sempre, trascorrono le lunghe e calde notti estive a raccontarsi storie di spiriti guardando le stelle nel cielo, immaginando il proprio futuro. Nau il proprio lo ha già scelto, faceva l’artista, ma Yon, che ha un fiore di loto nel nome, ha sempre voluto danzare: cosa difficile da realizzare vivendo in una zona rurale.
Nel poco tempo che riescono a trascorrere assieme, le ragazze cercano di costruire, almeno nella propria mente, la vita perfetta. Nessuna delle due agognava a una famiglia, una casa protetta dai jangseung o a tante giare di kimchi in giardino, scorta fondamentale per l’inverno. Desideravano una carriera e un amore con cui esplorare il mondo, per vedere cosa c’è al di là del mare.
Saline di Bex: il sapore delle Alpi svizzere
Quando il mare si ritirò dalla Svizzera circa 200 milioni di anni fa, lasciò dietro di sè un prezioso regalo: il sale. Custodito dalle rocce durante la formazione della Alpi, è riuscito a mantenere la propria purezza e ricchezza minerale. Oggi è possibile ripercorrere la storia del Sale delle Alpi nella miniera di Bex dove un tempo lavoravano circa duecento uomini.
Storia delle Saline di Bex
Si dice che la miniera sia stata scoperta nel XV secolo grazie ad alcune capre che preferivano bere l’acqua in alcuni posti specifici. Il loro pastore, allora, decise di capire meglio sorbendone un sorso, sentendo subito che aveva un sapore insolito. Provò allora a bollire un po’ di quell’acqua e notò alcuni depositi cristallizzati sul fondo del contenitore. Iniziò così l’esplorazione delle Alpi nel Canton Vaud, fino alla scoperta del prezioso giacimento.
Inizialmente pozzi e cunicoli furono scavati con il solo ausilio di martello e scalpello e successivamente ingranditi con l’aiuto della polvere da sparo. La prima galleria fu scavata nel 1684 e ancora oggi si estraggono, in maniera molto più agevole, circa 40.000 tonnellate di sale all’anno.
Mentre inizialmente il sale veniva ricavato per evaporazione dell’acqua, nel 1877 Antoine Paul Piccard inventò l’estrazione per termocompressione, tecnica che ha permesso di ridurre il 95% di energia necessaria per far evaporare la salamoia.
Il museo
Il museo, aperto dal 1985, visitabile oggi aiuta a capire la difficile vita del minatore, costretto e vivere in un ambiente angusto e pericoloso, e a scoprire le tecniche di estrazione. A bordo di un trenino largo quanto il tunnel, si raggiungono velocemente le viscere di questa terra alpina per poi proseguire a piedi in un percorso fatto di luci, storie, acqua e benessere, perché respirare l’aria sulfurea fa bene alle vie respiratorie.
Un viaggio nella Svizzera sotterranea che, grazie a una temperatura costante di 17°C con l’80% di umidità, è considerata utile per fare invecchiare il vino. Qui infatti viene lasciato riposare per un anno, mentre in condizioni normali ne richiederebbe tre.
Benefici del sale
Come si diceva nel film “Un tocco di zenzero“, il sale può essere paragonato al sole, perché è fondamentale per la vita.
Nella giusta quantità – 5 grammi al giorno – è, infatti, un minerale utile al corretto funzionamento degli organi, del sistema nervoso e al benessere di cellule e ossa. Fa bene alla pelle e alle vie respiratorie, soprattutto per chi soffre di allergie. Infine è necessario per la preparazione di di ottime ricette gastronomiche. In particolare il Sel à l’ancienne è l’orgoglio delle Saline di Bex. Per la sua estrazione la salamoia è fatta evaporare lentamente su un fuoco fatto con legno di larice secondo una tecnica che risale al XVII secolo. Viene poi confezionato al naturale, senza l’aggiunta di nessun altro ingrediente.
Link: Turismo in Svizzera
Siria | Caffè amaro
Nahr al-`Assi, l’Oronte, è il fiume ribelle che attraversa Hama, tranquilla cittadina situata tra Aleppo e Damasco. Nasce dai versanti del Monte Libano e dell’Antilibano bagnando da sud a nord, tra gli altri Paesi, la Siria.
Hama risale all’epoca ittita ma divenne poi un importante centro per gli aramei, popolo nomade semitico che abitava la Mesopotamia, menzionato nella Bibbia ebraica. Subì numerose invasioni e conquiste e per molto tempo fu, dal punto di vista architettonico, una delle città siriane più interessanti. Tuttavia negli anni ’80 i Fratelli Musulmani, una delle più potenti organizzazioni islamiche che ha un approccio all’Islam di tipo politico, organizzarono una violenta rivolta contro il regime in vigore provocando migliaia di morti e danni devastanti al patrimonio architettonico della città.
Tra le poche strutture che si salvarono ci sono le norie: Grandi ruote di legno in continuo movimento che producono un sinistro quanto suggestivo cigolio che viene poeticamente definito “canto”. La loro origine risale al IV secolo d.C. e furono create per convogliare l’acqua dell’Oronte nell’acquedotto cittadino che la faceva defluire verso i campi e gli orti poiché il terreno intorno al fiume è notevolmente più alto rispetto al livello del corso d’acqua. Di oltre 30 norie esistenti in epoca medievale attualmente in città se ne trovano 17 mentre è possibile trovarne numerose altre nelle campagne circostanti.
Ad Hama sono approdata grazie ai consigli di una famiglia siriana, di Aleppo, conosciuta nel parcheggio delle rovine di Ebla, dove avevamo campeggiato la notte precedente illuminati da una bellissima luna piena. Gentilmente lui si è avvicinato, incuriosito dalla tenda sul tetto della macchina e lei timidamente ci ha offerto una delizia locale: il caffè al cardamomo.
Si prepara facendo bollire brevemente la polvere di caffè con il cardamomo in semi o in polvere. Viene servito in tazzine simili a quelle tipicamente italiane ma rigorosamente amaro. Va bevuto lentamente per non sorbire anche la polvere di caffè che si deposita sul fondo della tazzina e, malgrado normalmente non mi piaccia amaro, il caffè siriano è delizioso semplicemente così, senza zucchero. Dopo aver bevuto insieme, la gentile famiglia ha insistito per accompagnarci ad Hama. Avevano paura ci perdessimo…ma come pensavano fossimo arrivati lì dall’Italia?
In ogni modo, per non essere scortesi, ci siamo fatti accompagnare nella deliziosa e tranquilla cittadina e ci siamo fatti anche strappare la promessa che saremmo passati a trovarlo nel Bazaar di Aleppo nel suo negozio, qualora fossimo tornati.
Budapest | Caffè nero bollente
Nell’Opera “L’elisir d’amore” di Gaetano Donizetti, l’aria finale del secondo atto recita:“Egli è un’offa seducente, pei guardiani scrupolosi, è un sonnifero eccellente, per le vecchie, pei gelosi; dà coraggio alle figliuole, che han paura a dormir sole; svegliarino è per l’amore più possente del caffè.”
Il termine arabo qahwa indicava il succo prodotto da alcune bacche scure dall’effetto eccitante e stimolante. Presto da qahwa si passò alla parola turca kahve attraverso un progressivo restringimento di significato, parola che poi, in italiano, è diventata caffè. Non tutti sanno che attorno a questa bevanda aleggiano molti miti e leggende.
Una di queste narra che il caffè sia stato scoperto dall’Imam di un monastero arabo, il quale preparo’ un decotto e lo fece gustare a tutti i monaci del convento, che rimasero svegli senza fatica tutta la notte. Una più nota storiella racconta invece di Kaddi, pastore arabo, che avendo portato al pascolo le sue capre, notò meravigliato come esse mostrassero segni di eccitamento dopo aver mangiato le bacche di una pianta che cresceva spontanea. Il pastore non riuscendosi a spiegare l’accaduto, lo sottopose al vecchio abate Yahia il quale, intuendo quali fossero le proprietà della pianta, ne fece una bevanda amara e ricca di calore che rinvigoriva il corpo, liberandolo da sonno e stanchezza.
Qualunque sia la sua origine, i resoconti di molti viaggiatori testimoniano che l’uso del caffè fosse piuttosto diffuso in tutto l’Oriente Islamico già alla fine del XVI secolo. Nel teatro, nella musica e nell’arte è da sempre stato menzionato. Lo raffigura Manet nell’opera Coppia al “Pere Lathuille”. Il caffè’ non manca nemmeno in uno dei numerosi schizzi di Scipione Vannutelli, disegnatore ed apprezzato pittore romano attivo nella seconda meta’ dell’Ottocento. Raffinato ed elegante è il caffè dipinto dall’impressionista francese Renoir in “Alla fine della colazione”.
Personalmente posso dire di aver imparato ad apprezzare questa bevanda solo da qualche anno, quando un sommelier, con accurata delicatezza, mi ha insegnato ad assaporarlo amaro. Non ha preteso che eliminassi lo zucchero da subito ma mi ha consigliato di versare nella tazzina un po’ di zucchero e di non girarlo con il cucchiaino. Avrei dovuto muovere la tazzina in senso circolare in maniera che lo zucchero togliesse solamente l’amaro di fondo ma non ne alterasse l’aroma. Per qualche tempo così ho fatto poi, senza nemmeno accorgermene, ho iniziato a berlo completamente amaro e devo dire che non potrei più farne a meno.
Quando ho visitato Budapest sono rimasta colpita piacevolmente dai suoi bistro. L’Ungheria conserva una tradizione di caffè letterari che non hanno nulla da invidiare a quelli viennesi. Fin dai primi dell’Ottocento intellettuali, scrittori ed artisti avevano l’abitudine di incontrarsi nei caffè. In alcuni, talvolta, avevano sede addirittura le redazioni di riviste periodiche. Dopo un declino subito nella seconda metà del Novecento, oggi hanno riacquistato fascino ed importanza per gli ungheresi.
Moltissimi sono i bistro dal sapore coloniale, con divani in pelle, grandi ventagli in foglie di palma, mensole piene di libri di ogni genere e musica rilassante in sottofondo. Sono luoghi dall’atmosfera elegante in cui riposarsi e riscaldarsi durante le rigide giornate invernali. Senza rinunciare a un delizioso e aromatico caffè che, ho scoperto, non sono capaci a fare solamente gli italiani.
Londra da assaggiare: birra, formaggio e fish and chips
Come ogni grande città Londra provoca gioie e dolori, facendosi amare o detestare da chi ne percorre le vie. Io per lei nutro un amore viscerale, un sentimento tanto forte da far dimenticare ogni angheria subita. Così ho deciso di trascorrere nella città britannica un’intera settimana, invece del solito fugace week-end, che mi lascia sempre la sensazione di non aver concluso la sua conoscenza. A Londra è possibile fare colazione con il sole, pranzare con la pioggia e cenare con il vento che, come la cementite spennellata sulla tela di un pittore, prepara la metropoli a qualcosa di nuovo: basta essere pronti.
Parlando di gastronomia, una delle cose che non conoscevo è la Cask Ale o Birra a caduta. Si tratta di un tipo di spillatura, che ha esaltato il sapore della birra lungo la sua secolare storia. Tradizionalmente in ogni villaggio esisteva un microbirrificio, che produceva la birra per la comunità conservandola in cantina in botti di rovere, da cui veniva spillata direttamente (senza l’aggiunta di CO2 nei fusti, da cui deriva la schiuma).
Non tutti i pub la servono, ma è da provare. Per la scelta è bene farsi aiutare dall’oste, che facilmente ve ne farà assaggiare un goccio prima di servirvi. A parte la sensazione strana di bere una birra senza schiuma e non refrigerata, è un’esperienza del gusto unica. Godetene sorso dopo sorso, assaporandone ora l’amaro che si sprigiona solamente in gola, ora la freschezza dell’erba appena tagliata, per viaggiare con palato e fantasia nelle verdeggianti campagne inglesi.
Come accompagnamento, la tipica cucina britannica, ovviamente. L’Inghilterra non è famosa per i suoi piatti; si dice che non abbia una tradizione culinaria propria e che, comunque, non sia degna di essere paragonata ad altre. Io credo solo che offra poca varietà di preparazioni, ma penso altrettanto che se vengono degustate nel posto giusto meritino comunque un posto d’onore. Da provare il fish and chips da Kerbisher & Malt: piccolo locale che assomiglia a una pescheria ad Hammersmith. Interamente piastrellato e tinto di bianco e blu, offre pochi tavoli e una cucina preparata al momento. Questo ristorante è molto rinomato in città, ma trovandosi un po’ fuori dal centro è frequentato quasi esclusivamente da londinesi.
Un ingrediente tipicamente britannico, e che è facile da trovare nelle deliziose jacked potato, è il blue stilton: formaggio erborinato a pasta dura. Per potersi chiamare stilton questo formaggio deve essere prodotto nelle regioni del Derbyshire, Nottingam o Leicestershire secondo un rigoroso processo. Ha un gusto pungente ma non troppo forte ed è abitudine inglese consumarlo a fine pasto accompagnato da un Porto di qualità…o da una birra, naturalmente.
New York is a state of mind
New York vuole farsi amare in ogni modo. Il nostro incontro è stato inizialmente condizionato dalla mia diffidenza. Ho visto altre metropoli prima di lei, che mi avevano affascinato molto e non credevo che un’americana potesse essere al pari delle europee, eleganti per natura, e delle asiatiche, dal chiassoso fascino esotico. Come una donna consapevole della propria bellezza, New York si è dimostrata capricciosa. Ma il suo fascino sta anche in questo.
I suoi sotteranei misteriosi e fetidi mi hanno un po’ delusa. Pensavo infatti che tenesse di più alla propria salute, mentre ruggine e sporcizia non sono degne di una dama come lei. Ci vuole tutti ai suoi piedi, così può guardarci dall’alto dei suoi grattacieli facendoci l’occhiolino ogni tanto e richiamando la nostra attenzione con una luce, un riflesso, un colore…
Essere snob è nel suo carattere ed è anche per questo che ci siamo capite. Io l’ho osservata curiosa, lei mi sorvegliava preoccupata. Eppure, New York, ti ha divertito scoprire di che pasta fossi fatta e della mia capacità di passare da un ristorante alla moda nell’Upper East Side a uno scantinato di Chinatown per mangiare i noodles più buoni.
A questa Grande Mela ho dato solo un piccolo morso: è troppo grande e travolgente per conoscerla e capirla al primo incontro, dovrò tornare. Non so quando sarà, ma di certo so cosa vorrò vedere. La patina glitterata della Fifth Avenue non fa per me e non subisco il fascino delle firme o delle grandi catene. Preferisco luoghi come Harlem, forse un po’ monocolore ma autentica e con un’allegra musica in sottofondo.

Insomma, New York, non ti ho capita ancora bene e ti sembrerò un po’ frettolosa, ma posso già dire di amarti.
Olanda | Visitare l’Aia con il tram n.1
Non chiamatela L’Aia, se volete farvi capire dagli olandesi. I locali, infatti, la conoscono come Den Haag e nessuno sa spiegare perché fuori dall’Olanda solo questa città cambi nome in base alla lingua.
In ogni modo L’Aia è una destinazione che non avevo mai preso in considerazione, ma che mi ha piacevolmente sorpresa. È vivace, allegra ed elegante. Sarà per il fatto che alcuni membri della famiglia reale abitano qui o per la quantità di negozi raffinati, ma L’Aia ha un carattere unico.
Il modo più semplice e comodo per visitarla è saltare a bordo del tram n. 1, che la attraversa interamente conducendo i passeggeri fino al mare, da un lato, e a Delft, dall’altro. Ricordate che ogni volta che salite e scendete dal tram dovete vidimare il biglietto alla macchinetta automatica a bordo.
Il parlamento
In pieno centro cittadino il palazzo del Parlamento spicca per maestosità. È circondato da un lago che, all’ora giusta della giornata, lo illumina di caldi raggi dorati. Il complesso architettonico che lo ospita si chiama Binnenhof e risale al XIII secolo quando, sul medesimo terreno, venne fatta costruire la residenza di un conte. Intorno alla corte, con il tempo, si svilupparono numerosi altri edifici come la sala del trono o la torre dove ha sede l’ufficio del Primo Ministro olandese.
Alle spalle del Parlamento, poi, si stagliano fieri alcuni grattacieli moderni sorti nella zona maggiormente colpita durante la Seconda Guerra Mondiale. Antico e moderno si fondono con armonia per guardare insieme al futuro.
I cortili
Un po’ in tutte le città olandesi si possono trovare cortili segreti, che custodiscono storie e misteri. Anche Utrecht ne ha e l’Aia non è da meno.
Al numero 41-61 di Park Street, ad esempio, dietro a una porta verde qualunque si trova la corte Rusthof, uno dei superstiti ospizi di beneficenza. Fu fondata nel 1841 da da Elizabeth Green Prinsterer – van der Hoop che utilizzò i soldi avuti in eredità dal padre per aprire questo luogo aperto solo alle donne dove venivano insegnati loro alcuni mestieri manuali come il cucito. Attualmente, dopo un restauro avvenuto nel 1986, la casa è destinata alle donne single di oltre 55 anni con un reddito basso.
Il cortile è considerato un vero monumento cittadino con il suo giardino fiorito e l’orto, e rappresenta comunque un interessante spaccato della storia e della società.
Scheveningen
Proseguendo con il tram n. 1 fino al mare si arriva nella località di Scheveningen, che dista solo sei chilometri dal centro cittadino. Una lunga, lunghissima spiaggia invita a camminare respirando salsedine e ascoltando le conchiglie scricchiolare sotto i piedi. È mare del Nord, certo, senza il colori mozzafiato dei Tropici o del Mediterraneo, ma l’energia del mare è sempre la stessa, basta riconoscerla e assorbirla.
Affacciato sul piccolo porto abitato da splendide barche, al 43 di Dr. Lalykade, c’è una tappa obbligata per gli amanti del pesce e dei frutti di mare: Catch by Simonis. Un bel ristorante con terrazza sul mare, in estate ovviamente, dove vale davvero la pena di cenare almeno una volta durante la vacanza all’Aia. Sushi, grigliate, crostacei e zuppe accompagnati da una buona selezione di vini, serviti anche a calice. I prezzi, oltretutto, non sono affatto proibitivi. Ricordate però di prenotare perché è molto frequentato.
Le vie cittadine
L’Aia è facilmente visitabile a piedi, viste le sue dimensioni ridotte, perciò scendete dal tram alla fermata più vicina al centro e camminate. Perdetevi con in naso all’insù per cogliere i dettagli Liberty dei palazzi o per osservare le insegne bizzarre. Sedetevi a uno dei tanti caffè per riscaldarvi, se è inverno, e per godere un po’ della rilassatezza tipica degli olandesi. La domenica mattina, in particolare, li troverete a consumare un sostanzioso brunch in compagnia o a leggere il giornale sorseggiando un tè. Per lo shopping del week end, invece, dovete aspettare il pomeriggio della domenica quando i negozi riaprono.
Se invece siete comodi sul tram n. 1, guardate scorrere il paesaggio fino ad arrivare a Delft, la città della ceramica blu.
Un consiglio
Se posso darvi un consiglio, prenotate una visita della città con Remco Dörr, una guida davvero speciale che saprà raccontarvi e farvi apprezzare ogni aspetto dell’Aia. Lo potete rintracciare a questa email: tours@denhaag.com




















