San Diego dai mille sapori
Quattro giorni oltre Oceano sono pochi lo so, ma per me è stata una buona occasione per mettere piede per la prima volta negli USA.
Calma, rilassatezza e giovialità sono ciò che mi hanno da subito colpita di San Diego, oltre all’onnipresente profumo di fiori. Prati perfettamente tagliati, fiori colorati, alberi potati: tutto curato nei minimi dettagli. Sarà per il fatto che San Diego è una città soprattutto militare, ma ovunque regnano silenzio e ordine, nonostante le migliaia di macchine.
Muoversi a piedi è purtroppo impossibile a causa delle distanze enormi ed è un peccato, perché normalmente mi piace visitare le città vagando senza meta, osservando luoghi e genti, sperando di scovare una storia interessante da raccontare.

Lo devo ammettere, sulla questione gastronomia sono partita molto prevenuta. Devo invece ammettere che la California non è solo hamburger e junk food, ma pesce fresco, verdure e cucina di classe, se si va nei luoghi giusti.
Il Croce’s Restaurant, ad esempio, si trova nel quartiere Gaslamp, che prende il nome dai lampioni alimentati a gas che lo illuminavano a fine Ottocento. Zona nota un tempo per la prostituzione e il gioco d’azzardo, oggi, con i suoi locali alla moda, è il cuore vitale di San Diego. Ingrid Croce è la deliziosa proprietaria dell’omonimo ristorante e jazz Club. È la vedova di Jim Croce, noto musicista morto in un incidente aereo nel 1973, che di questo locale ha fatto un luogo per ricordare il marito, per accogliere sorridente ogni ospite, per mangiare bene (da ricordare l’anatra confit e lo spicy margarita, realizzato con cumino e peperoncino) e, naturalmente, per ascoltare buona musica.

L’Ocean Restaurant, invece, è il ristorante dell’Hotel Coronado, un sontuoso ed elegante albergo, rinomato tra star del cinema e uomini d’affari. Affaccia sull’Oceano, a pochi passi dalla spiaggia, per offrire un ambiente rilassato e piacevole. Per cena: ostriche, pesce crudo leggermente marinato e capesante grigliate accompagnate da mais stufato. Da bere: un Viognier, vitigno tipico delle valli del Rodano, ma rigorosamente di produzione californiana.
Budapest da non perdere: il museo di Hopp Ferenc
Quando visito una città do priorità ai mercati, perché raccontano la vita reale di un popolo, all’artigianato locale perché mi piace vedere le persone all'opera e all'esplorazione casuale, in cerca di luoghi poco conosciuti.
A Budapest, visitata qualche anno fa, ho scovato un piccolo museo di arte orientale che gli ungheresi considerano, per qualità di pezzi esposti, paragonabile al British Museum o al Louvre, soprattutto perché questo è realizzato esclusivamente grazie alla collezione privata di Hopp Ferenc.
Chi era Hopp Ferenc?
Nato nel 1833, in veste di ottico e proprietario del negozio di fotografia Calderoni, compì il giro del mondo ben cinque volte, di cui l’ultimo all’età di ottant’anni.
Alla fine del diciannovesimo secolo, grazie alle maggiori opportunità di spostamento, molte persone iniziarono a compiere i grand tour, il giro del mondo.
Il negozio di Ottica Calderoni, venne fondato nel 1821 ed era situato all’angolo tra Vàci ùt e Deak Ferenc tèr. Presto divenne il negozio maggiormente specializzato e fornito di attrezzature fotografiche di Budapest. Durante i suoi numerosi viaggi Ferenc, amava scattare fotografie esponendole, al suo ritorno, in mostre di successo e nel 1985 fu pubblicato, in suo onore, un libro fotografico con molte delle immagini da lui scattate anche se, purtroppo, negli anni moltissime sono andate distrutte.

A quell’epoca la porta verso Oriente era rappresentata da Port Said, il porto nel Canale di Suez che venne aperto nel 1869 e che costituì un collegamento fondamentale per i commerci. Hopp Ferenc comprò il necessario per il viaggio, un elmetto in midollo, delle sigarette e partì per il suo primo giro del mondo nel 1882.
In India trascorse due mesi, arrivando a Calcutta e visitando Darjeeling, Agra, Benares e Jaipur per poi andare nel sud del Paese. Durante la prima visita in India, acquistò circa 300 oggetti di piccole dimensioni, probabilmente per le sue limitate finanze e per l’inesperienza nelle spedizioni; per la maggior parte oggetti riconducibili alla vita quotidiana e solo pochi relativi alla religione.
Il viaggio proseguì in Cina, che nel diciannovesimo secolo era un Paese chiuso e molto difficile da visitare, e di lei scrisse ”Hong Kong, è il più bel porto che abbia visto. Shangai ha l’attività commerciale più frenetica. Beijing è la più polverosa, ha il numero maggiore di mandarini, è la più confusionaria, ha le vie più larghe ma con la pavimentazione peggiore”. Dopo la Cina, fu la volta di Giappone, Indonesia, Malaysia, Thailandia. Da questi Paesi riportò numerose statue di Buddha nelle sue tipiche posizioni iconografiche: seduto, in piedi o sdraiato. Nella maggior parte delle immagini di Buddha seduto si nota una mano che tocca la Terra, che simboleggia la tentazione di Buddha e la sua vittoria sul demone Mara. A ricordo del Giappone, numerose stampe dai colori sgargianti e oggetti di finissimo artigianato.
Un viaggio attorno al mondo, questo museo, attraverso gli oggetti meravigliosi, le foto tridimensionali che Ferenc scattava già allora con una speciale fotocamera ed un allestimento, tematico in ogni stanza, realizzato veramente ad arte. Nell’incanto di questo luogo, la villa in cui il viaggiatore ha vissuto, ho provato grande simpatia e anche un po’ d’invidia per questo incredibile globetrotter che ha fatto più di un secolo fa, quello che spero di poter fare anch’io, almeno una volta.
Natale in Olanda: sapori e qualche curiosità
Ho scoperto l'Olanda solo da qualche anno e me ne sono subito innamorata. Per prima ho visitato Rotterdam, affascinante e vitale città del design, poi la più nota e molto frequentata Amsterdam, di cui ho amato i musei e le passeggiate lungo i canali. Successivamente ho conosciuto l'elegante Utrecht, la blu Delft e l'aristocratica Den Haag – meglio conosciuta come l'Aja – e, ogni volta, mi è rimasto il desiderio di tornare ancora molte volte.

Come in tutto il Nord Europa, anche in Olanda il Natale è molto sentito. La neve, che normalmente scende copiosa, rende tutto ovattato creando l'atmosfera perfetta.
In questo periodo le bancarelle lungo le strade vendono dolci delizie che gli olandesi comprano prima di rientrare a casa dal lavoro. Un esempio sono gli oliebollen – letteralmente “palle di olio” - che assomigliano ai nostri bomboloni fritti, ma di dimensioni più piccole. Vengono farciti con uvetta e ribes e cosparsi di zucchero a velo. Per tradizione, durante le festività natalizie gli oliebollen vengono serviti con caffè bollente. Ottimi caldi, sono buoni anche freddi con un'aggiunta di zucchero a velo.
In verità, la festività che in Olanda viene maggiormente celebrata è San Nicola, che ricorre nella notte tra il 5 e il 6 dicembre in onore del santo protettore dei bambini.
Nacque vicino all'attuale città turca di Antalya tra il 280 e il 342, ma non si conoscono molti dettagli sulla sua vita. Se ne sa talmente poco che la sua figura è diventata nei secoli leggendaria. Questo personaggio, infatti, in Olanda si chiama Sinterklaas e arriva dalla Spagna – dove vive nel resto dell'anno - a metà novembre a bordo di un cavallo bianco, Amerigo, e riparte il 5 dicembre, dopo aver riempito di dolci e regali le scarpe che i bimbi lasciano fuori dall'uscio di casa.
Un'altra specialità che non può mancare a dicembre in Olanda sono i kerstkransjes - che letteralmente significa piccole ghirlande di Natale -; sono tradizionali biscotti al sapore di vaniglia decorati con mandorle e modellati in varie forme. In generale, però, in tutte le varianti presentano un buco centrale per poter essere appesi all'albero.
I kipperragut, infine, sono una sorta di voul-a-vent ripieni di carne, che troneggiano su tutte le tavole natalizie olandesi. Deliziosi come antipasto e facili da preparare.
E ricordate: Brengt St. Nicolaas ijs, dan brengt Kerstmis regen. Ovvero: se San Nicola porta ghiaccio, Natale porta pioggia. Quindi, preparate sciarpa e ombrello!
Twinings: il tè della regina d'Inghilterra
Il bello del passeggiare senza meta in una città come Londra è, tra le altre cose, quello di ritrovarsi a fare una breve sosta per cambiare l’obiettivo della fotocamera proprio davanti allo storico negozio della Twinings. L’azienda è stata fondata nel 1706 in questo piccolo shop sullo Strand che, ancora oggi, è l’unico al mondo ad offrire la gamma completa dei prodotti.
Twinings è stato il primo a introdurre il tè in Gran Bretagna e da quasi 200 anni è fornitore ufficiale della casa reale inglese. L’azienda, inoltre, fa parte dell’associazione di produttori che si basano su principi di commercio equo ed etico.
Il tè accompagna ogni momento della giornata di ogni inglese: il preferito è l’Assam, tè nero da servire, con un po’ di latte, in tazze di fine porcellana. In accompagnamento dolci e tramezzini salati, ma solo durante il rito delle 5 del pomeriggio.
Il negozio al 216 dello Strand è piccolo e accogliente, con l’arredamento in legno e il bar al fondo, che rimane un po’ riservato. In esposizione le duecento miscele, distribuite ormai in tutto il mondo. Alla sua apertura era noto come “Golden Lion” perché, non esistendo ancora i numeri civici, il fondatore pensò di scegliere come simbolo aziendale un leone d’oro, rimasto poi emblema del marchio.
Per preparare un buon tè all’inglese procedere in questo modo:
- Bollire l’acqua in un pentolino e versarla in una teiera.
- Riscaldare la teiera facendo girare l’acqua bollente al suo interno e riversarla nel pentolino.
- Mettere nella teiera le foglie di tè (1 cucchiaino a testa + 1 per la teiera)Versare l’acqua nella teiera e lasciare in infusione per alcuni minuti.
- Il latte, se gradito, si aggiunge nella propria tazza prima di versarvi il tè.
È buona norma non lasciare la teiera vuota dopo aver servito tutti gli ospiti. Il tè si beve avvicinando tazza e piattino alle labbra, non ci si china mai verso essi. Una volta bevuto un sorso, la tazza va appoggiata sul tavolo, mai tenuta in mano.
Quello del tè è un rito da godere con calma perché come qualcuno disse “ Il tè è sapere liquido”.
Curiosità: lo splendido clipper Cutty Sark, in esposizione a Greenwich e ristrutturato dopo il recente incendio, è stato costruito nel 1869 per vincere la gara del tè sulla rotta tra la Cina e Londra.
Viaggi e cibo: mangiare bene senza paura
Il nome del mio blog spiega inequivocabilmente il mio stile di viaggio. Eppure, mi si chiede ancora:”Ma come fai con il cibo? Non stai male a mangiare quelle cose?“. Viaggi e cibo, per me, sono un binomio indissolubile ed è evidente quanto mi piaccia la cucina etnica, così come la curiosità che metto davanti a un ingrediente sconosciuto o a un piatto tradizionale, ma capisco che non tutti abbiano il coraggio di assaggiare tutto ciò che capita. Nonostante ciò, però, mi irrigidisco quando sento giudizi e commenti su qualcosa che non si conosce (se non lo hai assaggiato non puoi sapere che sapore ha) o, peggio, quando i pregiudizi offuscano le menti. Di recente, ad esempio, qualcuno mi ha detto che è inutile degustare i vini turchi perché tanto lì non sanno vinificare. (Vi svelo un segreto: i turchi vanno a studiare in Francia e in Australia, dove i vini li sanno fare eccome).
Sarà fortuna (non del principiante) ma non ho mai avuto malesseri dovuti al cibo e, anche se magari verrò smentita durante il prossimo, imminente viaggio a Hong Kong e in Thailandia, vi racconto come mi comporto io.
Mangiare nei mercati
Nella maggior parte dei Paesi i mercati sono i luoghi più vitali e colorati dove trovare ottimo cibo. È quasi sempre preparato al momento e a vista, in modo che chi compra possa verificare la freschezza degli ingredienti.
Scegliere ristoranti frequentati dai locali
In questo modo eviterete brutte sorprese. I ristoranti dove si mangia peggio sono, ovviamente, quelli per turisti, che propongono piatti improbabili e dalla dubbia qualità.
Improvvisare
I ristoranti e le bancarelle più affollate sono il posto dove si trova il cibo migliore. Quindi evitate di scegliere dove mangiare su una guida turistica ed esplorate il luogo, lasciandovi guidare dall’istinto. Se poi alla fine avrete mangiato male pazienza, almeno potrete prendervela solo con la vostra mancanza di accortezza e non per aver seguito un cattivo consiglio. Nel caso in cui, invece, cerchiate ristoranti quotati o che preparino un piatto particolare è bene informarsi prima.
Non cercare la pizza ai Caraibi
Inutile dire che se cercate pizza e spaghetti all’estero pagherete un conto salatissimo avendo mangiato male. Inutile poi lamentarsi. Ma poi: perché privarsi di un fresca insalata di papaya o un riso pulao per qualcosa che mangiamo ogni giorno quando siamo a casa?
Abbandonare ogni pregiudizio
Questa, in realtà, sarebbe la prima cosa. I pregiudizi inquinano l’esperienza sotto ogni punto di vista e se si viaggia con la mente chiusa, tanto vale risparmiare i soldi e restare a casa. Se non avessi azzardato un assaggio, non avrei scoperto le ottime noci di ginko biloba della foto. Senza aprlare dell’aglio alla griglia!
On the road nelle Langhe
Viaggiare on the road, per me, è una vera passione. Così, quando Ford Italia mi ha chiesto di fare un test drive della nuova EcoSport non ho potuto far altro che accettare con entusiasmo. In una splendida giornata di sole novembrino, abbiamo messo in moto l'auto e siamo partiti per raggiungere l'Università di Scienze Gastronomiche a Pollenzo, nelle Langhe.
Guidare senza fretta osservando il paesaggio che scorre intorno, permette di dedicare del tempo a se stessi e di prendersi il lusso di fermarsi a scattare una fotografia o a respirare l'aria pungente del mattino. Quando poi la meta è un luogo ricco di storia e magia, il viaggio è ancora più interessante.
Pollenzo, l'Università e la Banca del Vino
Pollenzo è un piccolo borgo sulle rive del fiume Tanaro, che divide il territorio del Roero dalle Langhe. L'antica Pollentia, di origine romana, fu fondata alla fine del II secolo a. C. e includeva un teatro, l’anfiteatro, alcuni templi e acquedotti.
Nel 1762 divenne proprietà di casa Savoia e, nel 1832, iniziarono i lavori di ristrutturazione dell’intero borgo, per decisione di re Carlo Alberto. Furono realizzate quattordici cascine, l’edificio dell’Agenzia, la torre affacciata sulla piazza della chiesa e infine la parrocchia di San Vittore, dall'insolito stile neogotico rintracciabile solo a Pollenzo.
L’Agenzia fu sede economico-finanziaria della tenuta e, nei desideri di re Carlo Alberto, sarebbe diventata una cascina-modello dove condurre esperimenti per il miglioramento nella redditività delle attività agricole.
Alla fine degli anni Novanta qui, grazie all'iniziativa di Slow Food, fu deciso di recuperare l'intera struttura dove nacquero, nel 2004, l'Università di Scienze Gastronomiche, l'Albergo dell'Agenzia e la Banca del Vino.
Quest'ultima, in particolare, è nata per creare un archivio della migliore produzione vinicola, promuovendo la cultura del vino in Italia. Nelle splendide cantine ottocentesche, dove emergono alcune parti dell'antica Pollentia, sono stoccate circa trecento etichette nazionali selezionate da una commissione di esperti. Qui le bottiglie possono invecchiare in casse di legno nella sicurezza dell'habitat perfetto: 16°C con l'80% di umidità. I vini selezionati, inoltre, sono posizionati in modo da ricreare un ideale viaggio nell’Italia del buon bere accompagnati da pannelli esplicativi in doppia lingua, italiano e inglese. Presso la Banca del Vino si svolgono degustazioni prenotabili anche online.
Nota: La Ford EcoSport è un nuovo SUV compatto, comodo e maneggevole. Mi è piaciuta la seduta regolabile, che permette di alzarla a un'altezza utile a vedere meglio la strada. Motore silenzioso e fluido, così come il cambio sequenziale. Spazioso ma non troppo ingombrante, soprattutto perché non ha più (c'è solo come optional) la ruota di scorta sul portellone.
Nota bis: Non sono un'esperta di auto, ma viaggio molto on the road e guido qualsiasi tipo di auto, compresi grossi fuoristrada nel deserto. Insomma, qualcosa ne capisco. ;-)
Bangkok | Jim Thompson e la seta
Un luogo affascinante tanto quanto la storia di cui è testimone. La casa di Jim Thompson si trova nella zona più commerciale di Bangkok ma, una volta varcato il grande cancello di legno, ci si ritrova in un'oasi tranquilla appartenente a un'altra epoca. James H. W. Thompson fu un imprenditore originario del Delaware, che visse un'esistenza davvero avventurosa. Intraprese gli studi di architettura, ma durante la Seconda Guerra Mondiale decise di arruolarsi come volontario nell’esercito americano, spinto dalla voglia di viaggiare e conoscere il mondo. Venne assegnato a quella che divenne la CIA e come agente segreto, dopo aver operato in Europa e Asia, si ritrovò a Bangkok alla fine della guerra con la resa del Giappone. Deciso a rimanere nella città thailandese, dove intravedeva possibilità di sviluppare attività economiche, torno negli USA con l'intenzione di convincere la moglie a seguirlo. Invece, una volta tornato a casa, trovò una richiesta di divorzio che lo convinse a trasferirsi stabilmente a Bangkok. Pare che inizialemente si dedicò all'attività alberghiera, ma quando visitò l'Isaan, dove si produceva seta grezza grazie alla massiccia presenza di gelsi, decise di recuperare un'arte già esistente nel Paese ma quasi in estinzione.
Ideò così la Thai Silk Company e decise di impostarla più come una cooperativa che come un'industria. Gli operai lavoravano soprattutto dalle loro case ed erano pagati in base a quanto producevano; Thompson, inoltre, manteneva un rapporto diretto con le famiglie perché periodicamente si recava ai domicili per controllare la qualità della seta prodotta. In questo modo riuscì ad aiutare moltissime famiglie povere e soprattutto le donne, che avevano modo di lavorare e pensare alla famiglia.
Con il tempo, divenne un appassionato della cultura thailandese, tanto da collezionare molte opere d'arte e creare una straordinaria casa dove esporle. Nel 1958, infatti, iniziò a creare la costruzione di una casa ricostruendo sei abitazioni tradizionali portate, ad esempio, da Ayutthaya. Nella realizzazione di questo luogo cercò l'autenticità architettonica, aggiungendo qualche tocco personale.
Dopo la scomparsa di Jim Thompson, avvenuta in circostanze misteriose in Malesia nel 1967 (Fu rapito? Si è suicidato? Ha scelto di sparire?), la casa è diventata un museo dove ripercorrere le sue orme, passeggiando tra pregiate statue, colorati arazzi e spledide cercamiche. La visita è guidata, ma al termine nessuno vi impedirà di godere del lussureggiante giardino e sognare di vivere tra quelle mura impregnate di avventura. La casa di Jim Thomposon si trova in Soi Kasemsan Road 2, adiacente a Rama I Road.
Consiglio di lettura
La casa di Jim Thompson mi ha fatto tornare in mente un libro bellissimo e poetico letto qualche anno fa. Si intitola Seta ed è stato magistralmente scritto da Alessandro Baricco. Ne è stato tratto anche l'omonimo e piacevole film diretto da François Girard.
Macao, caos e biscotti
Macao era una destinazione rimasta troppo a lungo nel cassetto dei desideri. Uno di quei posti che immaginavo di vivere a fondo e con la calma che contraddistingue le mie esplorazioni. Già prima di partire, però, troppe persone mi avevano detto di non dedicarle più di una giornata perché non ne valeva la pena. Così ho fatto e l'ho visitata in una giornata, rientrando la sera a Hong Kong e ringraziando con il pensiero chi mi aveva avvertita.
Macao si affaccia sulla parte meridionale del Mar Cinese e si trova sul lato occidentale del Fiume delle Perle. L'arrivo via mare - circa due ore di barca veloce da Hong Kong - è tanto scenografico quanto complicato. Tra i tanti controlli dell'immigrazione e riuscire a capire come raggiungere il centro, ci va un po' di tempo per decidere dove dirigersi.
Se, come me, non si è interessati al gioco d'azzardo e alle mille gioiellerie di cui è disseminata la città, l'unica zona godibile è la parte interna dalle origini coloniali. Piazza del Senado è il cuore di tutto: ristoranti, caffetterie e negozi sono dislocati in questa zona pedonale. Da qui non resta che vagare, curiosando nelle botteghe e assaggiando le specialità locali.
Macao è stato il primo e l’ultimo paese in Asia a essere colonizzato dagli europei. I portoghesi, infatti, vi si stabilirono nel XVI secolo e lo abbandonarono nel 1999.
Oggi è una regione amministrativa speciale della Repubblica Popolare Cinese, governata secondo il principio di “un paese, due sistemi”. Nonostante non sia più una colonia, la lingua ufficile è ancora il portoghese, insieme al cantonese, e le influenze europee sono evidenti nelle piastrelle azzurre che indicano i nomi delle strade, nella pavimentazione stradale e nei rigogliosi giardini.
Si dice che Macao sia un Paese di lunga vita: qui l'età media è di 84,4 anni e, nella classifica mondiale, occupa il secondo posto dopo Monaco. Pare che questo sia dovuto alla rapida crescita economica, anche se una grossa fetta delle entrate proviene dal gioco d'azzardo (Macao ha superato Las Vegas in quanto a fatturato).
Per nulla rapita dalle imponenti e pacchiane architetture dei casinò, ho trascorso il tempo a osservare dettagli, rifugiandomi a volte nella tranquillità dei templi. Per le strade c'era troppo caos creato da persone di fretta, senza interesse vero per ciò che avevano intorno.
Tra i sapori che mi sono rimasti impressi c'è quello dei tradizionali biscotti di mandorle, un souvenir molto amato dai turisti. Assomigliano alle tortine della fortuna cinesi e quasi ogni pasticceria ne offre una diversa variante. Nacquero nel 1920 ed ebbero subito una grande successo di pubblico. Ancora oggi esistono dei negozi che li producono da oltre settant'anni, come la Yee Kee Bakery e la Choi Heong Yuen Bakery.
Il procedimento per preparare questi biscotti di mandorla è semplice. È sufficiente fare un impasto con farina, strutto, zucchero e mandorle tritate, inserire il composto in stampi singoli e aggingere all'interno delle mandorle intere. Cuocere nel forno a 180C° per circa venti minuti. Anche se esistono molte aziende che producono i biscotti industrialmente, nelle pasticcerie del centro di Macao vengono ancora preparati a mano.
Monopoli: una domenica da mordere
Dormire nel centro storico di un paesino pugliese come Monopoli, significa svegliarsi al suono delle campane, soprattutto di domenica.
Si passa dal silenzio, rotto solo dal canto del mare, al rumore della festa: può trattarsi di un matrimonio o semplicemente della Messa settimanale e alzarsi per andare a vedere cosa succede è un obbligo, oltre che un piacere.

I vicoli, di un bianco abbacinante, invitano a inoltrarsi per scoprire gli angoli, i colori e le voci. Sì perché Monopoli - come credo tutti i paesi della zona - parla! Dalle finestre, infatti, escono i discorsi, le discussioni, i lamenti dei bambini e le parole d’amore sussurrate. Già fin dal mattino presto, inoltre, si sentono i profumi di quello che diventerà il pranzo della domenica in famiglia: focacce, sughi, polpette e dolci a base di mandorle. La tentazione di bussare alla porta di qualcuno per assaggiare qualcosa è tanta, ma resisto e proseguo per ammirare le imposte variopinte, i fiori, il castello che affaccia sul mare un po’ agitato e continuo a camminare sul lungomare per respirare iodio e portarlo con me nella Torino autunnale.

Vista la temperatura ancora clemente, nonostante l’autunno e le nuvole che punteggiano il cielo, per pranzo scelgo di sedermi a un tavolo in un “chiasso” - tipico cortile dove le donne, un tempo, svolgevano la maggior parte delle mansioni casalinghe per risparmiare la luce elettrica e chiacchierare con le vicine - e ordinare qualcosa di buono. Una focaccia con mozzarella e prosciutto crudo, ad esempio, o un pasticciotto leccese: un dolcetto di soffice frolla riempito di crema.
Si dice che questo goloso dolce sia nato a Galatina nel 1945 quando nella pasticceria Ascalone, un po’ per caso, si utilizzarono i resti di pasta frolla e crema pasticciera per creare un piccolo e paffuto pasticcio, che piacque subito a tutti gli abitanti della provincia e divenne presto il re dei dolci del Salento. In realtà, però, non si conoscono le vere origini del pasticciato leccese e la sua nascita resta ancora oggi un mistero. La cosa certa è che questa delizia non è reperibile al di fuori del Salento - a parte qualche raro caso - e per gustarlo non resta che prepararselo da soli.
Pasticciotto leccese

Pasta frolla: 250 gr di farina 00 ,125 gr di burro o strutto, 125 gr di zucchero, 2 tuorli d’uovo, 1 cucchiaino di lievito per dolci, un pizzico di sale
Tagliare il burro a pezzi e lasciarlo ammorbidire a temperatura ambiente. Disporre a fontana la farina setacciata, aggiungere il sale, il lievito e lo zucchero. Unire il burro e e le uova e lavorare il tutto velocemente con la punta delle dita fino a formare una palla di pasta liscia. Coprire con la pellicola trasparente e lasciar raffreddare in frigo per almeno mezzora.
Crema pasticcera: 1/2 l di latte, 125 gr di zucchero, 4 tuorli d’uovo, 50 gr di farina 00, 1/2 stecca di vaniglia o un po’ di buccia di limone grattugiata
In una pentola capiente portare a ebollizione il latte con la stecca di vaniglia o con la buccia di limone, da lasciare in infusione qualche minuto prima di rimuoverli. Mescolare zucchero e farina, aggiungerli ai tuorli sbattuti con la frusta e mescolare con il latte caldo fino a ottenere un composto omogeneo e senza grumi. Trasferire la crema in una pentola, portare a ebollizione su fuoco dolce e mescolare continuamente fino a che non si sarà addensata.
A questo punto, tirare la pasta frolla, foderare gli stampini singoli, riempire di crema pasticcera, coprire con uno strato di pasta frolla, spennellare con tuorlo d’uovo sbattuto e infornare a 200°C per circa 20 minuti. Servire i pasticcioni caldi.
Nota: Questa è la ricetta originale, che può subire diverse varianti. Io, ad esempio, ne ho mangiata una versione al cioccolato, che in molti non riconoscono come il vero pasticciotto. In fondo, però, chi mangia solo pizza Margherita in quanto originale?
Kajal, ricetta di bellezza indiana
Neri, profondi ed espressivi. Così sono gli occhi degli indiani. Possono incutere timore, ma la maggior parte delle volte esprimono simpatia, dolcezza e vivacità. Il kajal contribuisce molto all’intensità dello sguardo, ma viene utilizzato soprattutto per le sue proprietà medicamentose che aiutano a mantenere l’occhio pulito e sano. Per tradizione, gli uomini lo applicano la sera prima di andare a dormire, mentre donne e bambini lo utilizzano la mattina dopo aver lavato il viso.
In India si prepara in casa raccogliendo il deposito di fuliggine delle lampade a ghee, che viene poi mescolato con qualche goccia di olio di neem e un pizzico di canfora naturale. È adatto anche a chi ha gli occhi sensibili e soffre di allergie e, se dopo averlo messo avvertite un leggero bruciore e gli occhi lacrimano, non allarmatevi: è la naturale reazione chimica provocata dalla canfora, che stimola la ghiandola lacrimale e aiuta mantenere l’occhio in salute.
Per prepararlo servono: ghee (o burro fuso) per il lumino, uno stoppino di cotone, olio di ricino o neem, un piatto di rame, ottone o acciaio. Per la preparazione, guardate il video qui sotto.
Curcuma: l'oro in una spezia
Ho un interesse profondo per le spezie, ma mi sono davvero appassionata durante la lettura del libro di Chitra Benerjee Divakaruni “La maga delle spezie”. Sono passati molti anni dalla prima volta che lo lessi, ma ogni tanto sento il bisogno di rileggerne qualche parte per rinfrescare la mia conoscenza sull’argomento. Attraverso il racconto di Tilo, la vecchia proprietaria indiana di una bottega di Oakland in California, si viene guidati alla ricerca del sapore più squisito o del sortilegio più sottile. Questo romanzo è la sua storia: dallo sperduto villaggio da dove viene rapita, fino in America dove attraverso la magia delle spezie aiuta chi si è lasciato l’India alle spalle. Uno dei capitoli che preferisco è quello dedicato alla curcuma:”Sollevando il coperchio del contenitore accanto alla porta della bottega, se ne percepisce subito l’odore, anche se ci vuole un attimo prima che il cervello ne registri l’aroma sottile, lievemente amaro come quello della nostra pelle, e quasi altrettanto familiare. Accarezzatene la superficie con la mano, e la serica polvere gialla vi infarinerà il palmo e i polpastrelli. Polvere d’ala di farfalla”. Non pensate che sia una descrizione estremamente poetica?
La curcuma (turmeric, in inglese) è considerata la più speciale delle spezie. In India, il principale Paese produttore, è utilizzata da sempre nella medicina ayurvedica per le sue virtù preventive e terapeutiche, soprattutto come cicatrizzante e antinfiammatorio. In Occidente viene spesso chiamata “zafferano indiano” ma, a parte il colore, non hanno nulla a che fare l’una con l’altro. La curcuma è la spezia base del curry ed è fortemente aromatica. In Italia è reperibile più che altro in polvere mentre è più difficile trovarla fresca.
Come si usa
Gli utilizzi sono molteplici e non solo in cucina per le sue proprietà benefiche. In Oriente, ad esempio, viene utilizzata nella messa in opera di vari rituali. Durante le cerimonie indù, viene utilizzata la polvere miscelata ad acqua per creare l’immagine del Dio Ganesh. Nel sud dell’India è usanza che la famiglia dello sposo regali alla sposa una collana Thali; normalmente creata da un gioielliere con il simbolo della famiglia, talvolta viene temporaneamente sostituita con una fatta di radice di curcuma essiccata. In Micronesia, come testimonia Friedrich Ratzel in “La storia del genere umano” nel 1896, la curcuma veniva usata - e avviene ancora oggi - per tingere il corpo, indumenti ed utensili durante le cerimonie.
In Occidente, invece, è facile trovarla negli alimenti codificata come E100, utilizzata come additivo per proteggere i prodotti commestibili dalla luce solare. In chimica, infine, per effettuare un test di alcalinità si tinge della carta con una tintura composta da curcuma e una sostanza basica; in questa maniera si osserva come il giallo iniziale della miscela diventi marrone rossastro per poi, essiccandosi, diventare violetto.
Ricette
La curcuma è una spezia facile da usare, ma vi lascio un paio di ricette particolarmente utili all'organismo.
The purificante: Se avete mangiato o bevuto troppo e sentite la necessità di disintossicarvi, bevete quest’infuso altamente benefico e purificante, oltre che delizioso.
ingredienti: 2 tazze d’acqua, 1/2 cucchiaino di zenzero in polvere, ½ cucchiaino di curcuma in polvere, 1 cucchiaio di sciroppo d’acero o zucchero di palma, il succo di ½ limone. Portare l’acqua a bollore, aggiungere poi le erbe in polvere e fare bollire per 10 minuti. Mettere il the in una tazza filtrandolo e aggiungendo il succo d’acero e di limone. Bere caldo.
Succo estratto di ananas e curcuma fresca: Le proprietà immunostimolanti della curcuma sono note in tutta l'Asia, mentre l'ananas oltre a essere antiffiammatorio è anche immunomodulante, regolando l’attività del sistema immunitario. L’ideale per chi, come me, ha delle difese troppo forti che possono provocare allergie.
ingredienti: 1 ananas maturo, qualche pezzo di radice fresca di curcuma. Pulire l’ananas e tagliarlo a pezzi molto piccoli, altrimenti i filtri dell’estrattore si intaseranno. Lavare le radici di curcuma, ma non pelarle, e tagliarle a fettine. Passare tutto nell’estrattore e bere un po’ di succo ogni giorno. Nota: la curcuma, a differenza dello zenzero, ha una polpa un po’ grassa che può ungere il meccanismo e tingere i materiali. Se volete semplificarvi la vita potete aggiungerla in polvere direttamente nel succo di frutta.
Hong Kong e l'arte del feng shui
Hong Kong è una città dal carattere complicato. La sera, quando si riflette luminosa sull'acqua tranquilla, si mostra rilassata: il traffico è meno opprimente e i suoni sembrano attutiti dalle tenebre. Di giorno, invece, travolge con la sua irruenza, irritando chi è in cerca di un po' di pace lungo le strade cittadine.
Eppure, Hong Kong pare essere felice; forse grazie al feng shui secondo cui è stata costruita. Questa antica pratica cinese, il cui nome letteralmente significa "vento e acqua", permette di posizionare oggetti ed edifici in armonia con la Natura, in modo da attirare la buona sorte. Nonostante stiamo parlando di una città molto moderna, i suoi abitanti sono profondamente convinti che il feng shui attragga prosperità e allontani la sfortuna. Così, prima di costruire un palazzo, decidere la planimetria di un ufficio o di acquistare una nuova casa, viene interpellato un consulente.
Nulla è fatto a caso a Hong Kong: i leoni davanti al grattacielo della HSBC ne sono un esempio. Le statue sembrano puramente decorative, invece sono state sistemate appositamente per favorire gli affari. Tra l'altro Stephen e Stitt - così si chiamano i leoni - hanno una storia molto travagliata. Durante la Seconda Guerra Mondiale sono stati prima colpiti dai proiettili, come si può vedere sul fianco di Stephen, e poi spediti in Giappone per essere fusi. Avvistati per caso e riconosciuti da un soltato americano, sono stati salvati e rispediti in patria. È buona abitudine, per attirare a sè un po' della loro fortuna, sfregargli il naso.
La città stessa ha una posizione considerata perfetta per il feng shui. Il territorio su cui sorge simboleggia ul luogo in cui ogni cosa viene portata a buon fine. Inoltre, le catene montuose del sud della Cina assomigliano ai movimenti di un drago che confluiscono in Hong Kong, proteggendola mentre guarda indietro al suo cuore antico. Infine, le acque del Victoria Harbour portano stabilità e prosperità.
Per ammirare Hong Kong in tutto il suo splendore, è bene salire al Victoria Peak che può essere raggiunto con la storica cremagliera risalente al 1888 oppure con il bus numero 15. Io consiglio di prendere la prima per salire e il secondo per scendere, in modo da avere una visione più completa della zona. La terrazza da cui ammirare il panorama si trova all'ultimo piano di una torre che include un centro commerciale e dei ristoranti. Avrei preferito meno folla, ma da un punto così scenografico e una città così popolosa, non si può pretendere l'impossibile.





























