Quattro tazze di tempesta: il potere magico del tè in un romanzo

Quattro tazze di tempesta è un romanzo che racconta due cose di cui non potrei privarmi: le amiche e il tè. Senza le prime non avrei potuto superare le mie di tempeste e, senza il secondo, non saprei come scaldarmi in inverno e accendere la fantasia mentre scrivo.

Conosco Federica Brunini da qualche anno, ormai, e la ritrovo in tanti dettagli dei personaggi di questo libro. Dettagli che rimarranno tra me e la scrittrice, naturalmente, ma che forse mi hanno fatto sorridere o commuovere qualche volta di più.

La storia

Viola cerca rifugio dal dolore per la perdita del marito nel Sud della Francia, dove gestisce una piccola sala da tè insieme alla fidata collaboratrice Azalée e la dolce cagnolina Chai. Ogni anno, in occasione del suo compleanno, le tre amiche storiche - Chantal, Mavi e Alberta - si riuniscono nella sua splendida casa, circondata dai campi di lavanda, per condividere storie di amori, di vita e... qualche tempesta. Quattro donne che hanno fatto scelte diverse e che si completano a vicenda. Ma come in ogni rapporto, arriva il giorno in cui il cielo si oscura e i tuoni fanno tremare i vetri della sicurezza e dell'affetto, mentre le foglie di tè si spargono per terra come i cocci di un piatto rotto per rabbia e dolore.

Un tè per amico

Limpido o torbido, verde paglierino, scuro come la terra bruciata al sole, rosso come le foglie d'autunno, caldo come il fuoco di un camino, ma anche freddo come un brivido. Il tè, quello buono, è una bevanda preziosa e antica dalle mille proprietà e Federica, in Quattro tazze di tempesta, ne parla come di un amico che sa consigliare e consolare. Ne esistono migliaia di tipi differenti, così come esistono donne dalle infinite sfaccettature. Il tè, come la donna, è accogliente, sa confortare e far meditare: ogni tazza è un infuso di cuore. Il mio tè preferito? Il Green Litchi, che nel libro viene utilizzato nel dolce di compleanno di Viola: torta al cioccolato bianco con ripieno di vaniglia e, appunto, tè verde al litchi.

Il libro

Questo romanzo racconta il mondo femminile con tutte le sue sfaccettature e incongruenze. Travolge come una marea, ma avvolge come un abbraccio. È una lettura che scorre veloce fino all'ultimo capitolo, quando il lettore frena all'improvviso per non permettere che finisca così in fretta. Attraverso le tante metafore, insegna molto sulle donne e alle donne: perseguire i propri sogni, imparare ad apprezzarsi sempre, avere fiducia in se stesse (e negli altri), il potere del perdono e dell'amicizia. Nulla di banale, sia chiaro. Tutto è raccontato con la sensibilità di una donna che ha saputo affrontare il mondo e la semplicità che pochi, come Federica, sanno trasformare in profondità e intimità.

Una tempesta, prima o poi, travolge tutti. Tanto vale imparare a ballare tra vento e nuvole. E se si è in compagnia di buone amiche, ci si riesce anche meglio.

Quattro tazze di tempesta | Autore: Federica Brunini | Editore: Feltrinelli (collana: I narratori) | Pagine: 224 | Prezzo: 15 €

Infine, se vi piace sperimentare, non perdete Le Ricet-tè: gustosi menu a base di tè, sempre scritto da Federica Brunini, dove trovare ricette ispirate al romanzo.


Barrette frutta e cereali: ricetta per farle a casa

Comode da avere in borsa durante le trasferte, nutrienti ma sane e, soprattutto, buonissime. Le barrette frutta e cereali sono una golosità adatta a tutti, ma non è sempre facile trovarne di buone. Alcune sono troppo secche, altre includono ingredienti che non ci piacciono mentre altre ancora sono carissime. Ho pensato quindi di provare a realizzarle in casa secondo i miei gusti e necessità.

Secondo l'ayurveda, che seguo da un paio di anni ormai, devo mangiare pià cereali integrali, frutta secca ed essiccata. Ho cercato in rete un po' di metodi e ricette, fino a elaborarne una che soddisfasse salute e gusto.

barretta cereali

Ingredienti per 10/12 barrette: 200 g fiocchi di avena integrale, 100 g mandorle (ma anche noci), 80 g di frutta essiccata (bacche di goji, mirtilli, uvetta...), 2 cucchiai di semi di girasole, 2 cucchiai di semi di zucca, 5 cucchiai circa di miele di acacia.

Mescolare in una ciotola capiente i fiocchi, la frutta essiccata, le mandorle tritate grossolanamente e i semi. Aggiungere il miele e mescolare fino a ottenere un impasto il più omogeneo possibile. Se dovesse rimanere troppo asciutto, aggiungere un po' di miele. Riscaldare il forno a 160°C. Coprire una teglia con carta da forno precedentemente bagnata e stendere l'impasto di frutta e cereali, livellando bene con una spatola. Infornare per 15/20 minuti. Una volta trascorso il tempo, togliere dal forno e tagliare le barrette con un coltello affilato e bagnato. Attendere il completo raffreddamento prima di dividere le barrette. Conservare in frigo.

Queste barrette frutta e cereali sono ottime da abbinare a un tè bancha: fresco, dolce e leggermente erbaceo, non coprirà i sapori riuscendo, anzi, a esaltarli. Grazie a Camellia - Il tempo del tè di Torino per il suggerimento.


Il tempo del sambuco

È il tempo del sambuco. Uno di quei giorni illuminati da qualche fioco raggio di sole, ma profumato di fiori che fa pensare che tutto possa migliorare, che ci sia ancora speranza. Sono trascorsi giorni ritmati da lacrime, ma anche da sorrisi; da sguardi assenti, ma anche da lampi vivaci negli occhi; da amore incondizionato. Quando mi aspetta una lunga attesa tendo ad aguzzare i sensi: vedo cose che in un altro momento non avrei notato, ascolto discorsi che normalmente avrei ignorato, respiro odori per imprimere nella mente quenti momenti.

sambuco

Se dovessi scegliere un colore per queste ore senza tempo, penserei al bianco che per me significa tristezza, ma anche serenità. Bianco come le lenzuola di cotone spesso che piacciono a te, bianco come il cielo coperto da uno strato sottile di nuvole, bianco come i fiori di sambuco. Nessun suono, invece, mi ricorderà i giorni impazienti. Solo il silenzio che mancava e che avrei voluto per te, per me. Oppure sceglierei la tua voce, che è sempre bella da ascoltare.

Ora è tutto nuovo e questi fiori, che simboleggiano la compassione, hanno contribuito a rendere i ricordi meno amari.

I fiori di sambuco - dalle prorpietà diuretiche, antibatteriche e antinfluenzali - si mangiano freschi fritti in pastella o si usano secchi per le tisane, tra gli altri usi, ma io li ho utilizzati per preparare il vemouth. Ho messo in infusione nel vino bianco fermo cannella, anice stellato, china in corteccia, foglie di arquebuse, bacche di cardamomo e fiori di sambuco essiccati. Dopo due settimane di riposo, ho filtrato e dolcificato con zucchero Muscovado. Non chiedetemi le dosi, sono uno spirito libero e non sopporto né di omologarmi alle ricette altrui né di creare qualcosa che non sia unico e irripetibile.

 


Merca sarda: sapori di un'isola fiera

 

Ci sono piatti che raccontano storie di tempi lontani, quando la vita era più complicata e ci si doveva ingegnare. anche per conservare i cibi. La merca sarda ne è un esempio e rappresenta la fierezza di un'isola dove le tradizioni sono una cosa seria.

Origini della merca sarda

Tipica della zona di Cabras, a poca distanza da Oristano, nota per lo stagno d'acqua dolce più grande della Sardegna, dove si possono ammirare anche dei favolosi fenicotteri rosa. Qui, un tempo, si andava a pesca con barche dalla forma appuntita realizzate con erbe palustri secondo una tecnica risalente ai Fenici.

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Sempre ai Fenici risale la merca sarda: ricetta a base di muggini avvolti nella salicornia e lasciati maturare in salamoia. Un metodo di conservazione tanto antico quanto efficace. Con lo stesso nome, si identifica anche una preparazione a base di formaggio. Merca, infatti, indica semplicemente un alimento conservato sotto sale.

Ancora oggi la preparazione a base di pesce è facilmente rintracciabile nell'oristano ed è tipica della Festa di San Salvatore, che si svolge la prima domenica di settembre.

 

Festa di San Salvatore

Ogni anno si svolge questo evento, in ricordo di un episodio avvenuto nel 1506 quando un gruppo di pescatori di Cabras riuscì a difendere dai pirati la statua di San Salvatore, trasportandola di corsa lontano dal villaggio. Si narra che i Mori, vedendo in lontananza il polverone sollevato durante la fuga, pensarono all'attacco di un esercito da cui fuggirono immediatamente.

Da allora, la corsa degli scalzi è un appuntamento annuale irrinunciabile, che rappresenta un momento di coesione e tradizione. La festa, però, non si svolge solo la domenica ma inizia la settimana precedente quando i canti delle donne in processione arrivano fino alla chiesa del villaggio di San Salvatore, che rappresenta il punto di unione tra il culto pagano e quello cristiano. In quel momento il paese, già stato set di un film western, si anima e iniziano i preparativi per la festa.
Il culmine delle celebrazioni si ha con la corsa degli scalzi, che percorrono i nove chilometri che separano il villaggio del Santo da Cabras.

Consigli di viaggio

Quando andare: A mio parere, la Sardegna è splendida fuori stagione. A primavera il profumo dei fiori riempie l'aria, mentre a fine estate si può godere di una piacevole temperatura del mare, senza l'affollamento delle spiagge. Inoltre a inizio settembre si può assistere alla Festa di San Salvatore.

Prenotazione traghetti: Fuori stagione è più facile trovare tariffe convenienti per i traghetti, che potete verificare su questo sito www.traghetti-sardegna.it

Dove dormire: Conoscete gli alberghi diffusi? A Oristano ce n'è uno molto carino con SPA e accoglienza quattrozampe. Aquae Sinis

 


Cucina turca: in nome del kebab

La Turchia è un Paese enorme e, in quanto tale, presenta aree geografiche molto diverse tra loro. Dal punto di vista gastronomico, però, le varie preparazioni simili su tutto il territorio perché si tratta di cucina dalle antiche tradizioni, risalenti all'occupazione dei Selgiuchidi, prima, e degli Ottomani dopo. Quella turca è considerata tra le migliori cucine al mondo e solo i vegetariani potranno avere qualche difficoltà nell'apprezzarla, anche se negli ultimi anni viene posta maggiore attenzione anche verso chi non mangia carne e pesce. Il maiale ovviamente è bandito dalla tavola, essendo i turchi di religione musulmana. Le spezie vengono molto utilizzate e alcune, come il sumac, sono poco conosciute oltre confine. Alimenti presenti in ogni pasto sono il riso e il pane, utilizzati per accompagnare i piatti principali. Il pane, nelle zone rurali, viene ancora cotto nel comunitario tandır - il tradizionale forno a legna - che ogni villaggio possiede.
La cucina turca offre grandi possibilità: si va dai grandi ristoranti ai piccoli banchetti per strada, dove degustare il rinomato street food. Inutile dire che sono da evitare i locali per turisti, anche se in realtà mangiare male nel Paese dei sultani risulta davvero difficile.

La cucina turca e il kebab

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Il termine kebab (kebap in turco) indica i piatti che, in un modo o nell'altro, contengono carne. Le preparazioni , sempre accompagnate da verdura cruda o cotta, differiscono molto tra loro. Mentre in Italia si trova quasi esclusivamente il classico Döner - lo spiedo verticale - in città come Marsiglia è possibile trovarne anche altri tipi.

Nell'interessante infografica di Alpitour sulle vacanze nel Mediterraneo all’insegna del gusto, infatti, è annoverato anche questo piatto, mentre di seguito vi racconto nello specifico cosa la Turchia ha da offrire a tavola.

Tandir kebab: Carne di agnello cotta nel forno di terracotta.
Kebabı Patlıcan - Kebab di melanzana: Le melanzane utilizzate sono della varietà Kemer, tipica turca. Vengono cotte alla brace su spiedi alternandole a grossi pezzi di carne.
Arap kebabı (Arab Kebab): Carne non macinata ma tritata al coltello stufata con cipolle e pomodori. Il tutto condito con abbondante prezzemolo.
Iskender kebab: Carne arrosto del döner kebab servita su un letto di pane soffice simile alla nostra focaccia, salsa di pomodoro e abbondante yogurt. (È uno dei miei preferiti)
Adana kebab: Carne tritata condita con cipolle e spezie, cotta alla brace su grossi spiedi piatti simili a spade.
Döner kebab: Il più conosciuto. Grosso rotolo composto da strati di carne di manzo o pollo cotto verticalmente, in modo che il grasso, colando, la mantenga morbida.
Şiş kebab: Spiedini di carne a pezzi, Può essere di manzo o pollo (tavuk).
Köfte: Polpette, cotte in genere alla brace, realizzate con carne abbastanza grassa, cipolla e molte spezie non piccanti.
Cig köfte: Polpette di carne cruda, servite nel piatto o come panino. Esistono dei locali specializzati nel loro servizio.
Kokoreç: Grosso spiedo prodotto con gli intestini dell’agnello arrostiti, che un tempo veniva venduto su carrelli spinti a pedali per la strada. Oggi invece si trovano tipici ristoranti specializzati, che sono aperti tutta la notte.

Altri piatti

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Gözleme: Una specie di piadina realizzata con una pasta tirata a mano su grandi taglieri di legno e riempita con ingredienti vari come spinaci, feta, carne, uova, formaggio, patate e cotta su una piastra di metallo rovente. Il nome deriva dalla parola turca göz che significa occhio.
Pide: Non è una copia della pizza italiana, ma un un piatto autoctono e tradizionale. La pasta è lievitata, ma addizionata di yogurt e uova. Condita con carne, formaggio e verdure, viene cotta nel forno a legna. Ha la forma tipica a canoa e ne esiste una versione aperta, che assomiglia a un occhio, e una chiusa tipo calzone. Viene servita a piccoli tranci, da mangiare con le mani.
Mantı: Ricordano nella forma i ravioli, ma vengono riempiti con carne macinata, cipolle e prezzemolo e serviti con una salsa a base di yogurt e burro fuso.

Meze: Una ricca selezione di antipasti a base, più che altro, di verdura e legumi.

Per conoscere profondamente un Paese è necessario sperimentarne anche la gastronomia e conoscere la cucina turca è utile anche per entrare in sintonia con un popolo profondamente generoso e ospitale.

La Turchia ti incuriosisce? Magari ti interessa leggere questo libro. ;-)


Grasse: inebriante borgo provenzale

Il forte profumo nell'aria, indica che si è a poca distanza da Grasse. Le fragranze percepite sono inequivocabili; rosa, fresia e cedro sono un esempio, ma è il gelsomino quello che spicca più di tutti. Famoso sopratutto perché fa parte delle ottanta essenze che compongono il celebre Chanel N°5, è il fiore più delicato da lavorare perché facilmente deteriorabile. Per imparare qualcosa di più sul mondo dei profumi si può visitare il Musée International de la Parfumerie oppure scegliere una delle tre maison storiche, come ho fatto io. Tra Molinard, Galinard e Fragonard, ho scelto quest'ultima perché era un po' il motivo principale della mia fermata sulla strada per Marsiglia.

 

Profumi Fragonard a Grasse

 

La maison fu fondata nel 1926 da Eugene Fuchs, che chiamò l'azienda come il conterraneo pittore francese Jean-Honore Fragonard. Le fragranze sono tutte prodotte in azienda che, oggi, è guidata da Agnès, Françoise e Anne, quarta generazione della famiglia fondatrice. Ogni anno vengono selezionate nuove essenze per arricchire la collezione dei profumi e la breve visita gratuita vi farà immergere in un mondo fatto di alambicchi ed essiccatori, che non avreste immaginato.

Al primo piano della fabbrica storica, invece, si può ammirare la più ricca collezione di flaconi, documenti e cofanetti legati al mondo del profumo. Gli oggetti arrivano da tutto il mondo, frutto di numerosi viaggi. All'ingresso, naturalmente, si viene accolti da una fontana realizzata dalla scultrice Beatrice Guichard, che profuma di May Rose, la tipica rosa di Grasse.

Nello splendido negozio, dopo essermi lasciata guidare nella conoscenza della produzione Fragonard, ho scelto per me un'acqua di profumo al sandalo e cardamomo. Il richiamo delle spezie e dell'Asia è sempre irresistibile.

 

Il borgo

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Grasse è piccola e deliziosa. Arrocata su una collina, mantiene la sua struttura medievale ed è piacevole passeggiare per le sue vie, dominate dai balconi con le ringhiere a merletto, animate dalle brasserie e dai brocante. Il profumo di croissant si mescola a quello dei fiori e non assaggiare qualcosa è impossibile. A cena, la scelta tra i tanti bistro è semplice e non ci si può privare di un calice di vino rosè provenzale da accompagare a del buon foie gras.

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Marsiglia e la cucina etnica: a ogni pasto un Paese diverso

Ho fatto una breve fuga a Marsiglia durante il week end di Pasqua in cerca di bellezza, relax mentale e aria di mare. Oltre a questo, ho trovato anche tanta buona cucina, ma tutta proveniente da lontano. Essendo una delle città più multietniche di Francia, ho deciso di mangiare a ogni pasto in un Paese diverso per onorare il suo spirito accogliente. Già Dumas definiva Marsiglia il punto d'incontro di tutto il mondo e non posso che dargli ragione.

 

Un po' di storia

 

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La città è storicamente importante grazie al suo porto, il primo della nazione, che ancora oggi rappresenta il cuore pulsante del centro urbano. L'architettura dei palazzi antichi ne fa una piccola Parigi, mentre le case color pastello del quartiere Le Panier la rendono tipicamente provenzale. Il nucleo più antico si trovava sull’altura a nord ovest del vecchio porto estendendosi poi sulle colline intorno, con pianta irregolare. Fu distrutta dai tedeschi nel 1943, ma è diventata comunque il porto maggiore del Mediterraneo. Si gira facilmente e piacevolmente a piedi, ma per vedere il tramonto più bello dovete raggiungere la collina su cui si erge Notre Dame de la Garde salendo 162 scalini.

 

Dove mangiare a Marsiglia

 

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Premetto che quando viaggio difficilmente mi informo prima sui ristoranti da scegliere, mi piace fidarmi del mio istinto. Anche in questo caso ho scelto io in base al desiderio momentaneo e non sono rimasta delusa.

Cucina turca: Sul Cours Belsunce è pieno di piccoli locali dove assaggiare le specialità turche. Non parlo del classico Döner kebab, ma di köfte, adana, Şiş kebab e il mio preferito: l'Iskender kebab, a base di carne arrostita, burro, pomodoro e yogurt. Tra i tanti, ho scelto il ParIstanbul e ne è valsa la pena!

Cucina cambogiana: Profumata e delicata al tempo stesso, la cucina khmer è un patrimonio da valorizzare. Un pasto cambogiano prevede quasi sempre una zuppa e tra le più tipiche ci sono la samla machou banle, a base di pesce, la samla chapek, di maiale allo zenzero, e la samla machou bangkang, di gamberetti. Da provare anche il tradizionale curry, più delicato di quello indiano e meno piccante del thailandese. Il ristorante Apsara si trova al 151 di Rue Sainte (sul percorso per andare a Notre Dame della Garde) ed è chiuso la domenica.

Cucina giapponese: Nel cuore del quartiere Le Panier c'è un piccolo e colorato ristorante giapponese dove, a pranzo, preparano un ottimo ramen. Gestito solo da donne, sia francesi che giapponesi, è piccolo ma molto accogliente. Da bere c'è scelta tra i tradizionali tè, ma anche sake e shōchū. Il Tako San si trova in Rue du Petit Puits, 36.

Cucina marocchina e francese: Sempre a Le Panier c'è un locale davvero speciale: un po' negozio di abbigliamento, un po' concept store e un po' ristorante. Semplice ed elegante, propone in vendita oggetti e tessuti realizzati in Marocco e abiti chic. Da mangiare pochi piatti: formaggi, salumi, insalate ma anche una saporita tajine d'agnello e lenticchie. Il caffè, tra l'altro, qui è davvero ottimo. Si chiama Awash e lo trovate in Rue De Lorette 54-56.


Tè pregiati dal Giappone: gyokuro

Stava seduta sotto al portico, sulla sedia a dondolo, a osservare la neve che scendeva copiosa. Nella sua mente si divertiva a immaginare qualcosa di diverso dalla realtà, in quei grandi fiocchi bianchi che fluttuavano leggeri nell’aria. Sulle gambe aveva una coperta arancione di pura lana e intorno al collo una sciarpa di seta verde con piccoli disegni d’oro, che le accarezzava il viso. Tra le mani, invece, stringeva una tazza di ceramica raku, che le ricordava un tempo ormai passato. Con le dita accarezzava le crepe formate dal tempo e le parti più lisce al tatto, create dal particolare tipo di cottura. Ogni tanto chiudeva gli occhi per sentire il profumo del tè: verde e delicato come le piaceva fin da piccola. Questo, però, era speciale e molto pregiato. Lo aveva comprato in una piccola bottega in città, scegliendolo tra i molti altri solo per l’aroma che si era sprigionato quando la commerciante aveva aperto il barattolo in cui era conservato. Se ne era innamorata subito e non si era preoccupata del prezzo. Il tè ha una propria storia che riesce a raccontare solo alle giuste persone e nel momento perfetto. Proprio come quel giorno, mentre la neve non smetteva di scendere.

Gyokuro, uno dei tè pregiati del Giappone

 

Il tè gyokuro, anche conosciuto come rugiada preziosa, viene raccolto in primavera dopo che le foglie hanno riposato il giusto periodo – circa tre settimane – sotto grandi teli. In questo modo si arricchiscono di clorofilla, restando verdi come aghi di pino. Ha un gusto delicato, un basso contenuto di tannini ed è ricco di vitamine. È un tè da bere nelle grandi occasioni, un po’ come lo champagne. I giapponesi, infatti, ne bevono le qualità migliori solo un paio di volte l’anno. In tazza è di un leggero colore giallo, limpido e luminoso come un’alba estiva. Da queste foglie viene prodotto il famoso matcha.

Per gustare al meglio e non rovinare il tè gyokuro è necessario prepararlo correttamente: acqua a 50°C, 2 cucchiaini per tazza, 90 secondi di infusione. E una nevicata, per sognare il monte Fuji.

Ph jotot.com


Parigi insolita: home restaurant e auto vintage

"Se amate la vita amerete la Francia", si diceva all'inizio di Caccia al Ladro di Alfred Hitchcock, e credo che la frase ben si addica anche alla sola Parigi.

È una città viva, che ha saputo andare avanti a testa alta anche dopo i recenti attentati e che vuole, ostinatamente, far vedere al mondo quanto è bella.

Se volete vedere una Parigi insolita, dovete provare un paio di esperienze che vi faranno entrare a contatto con le persone e vi mostreranno le vie e i palazzi in un modo diverso.

 

VizEat: cenare a casa di sconosciuti

 

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In Italia c'è molta polemica intorno agli home restaurant. I ristoratori sono arrabbiati perché vedono potenziali concorrenti all'orizzonte; le persone comuni, invece, lamentano la mancanza di una legislazione in fatto di norme sanitarie. In Francia sembra essere diverso. Pare che il pubblico abbia accolto molto bene VizEat e l'opportunità di ospitare e farsi ospitare intorno a una tavola conviviale, con l'opportunità di conoscere nuove persone e mangiare qualcosa di diverso. In pratica, dopo essersi registrati, si cerca un evento e ci si prenota. La cosa interessante è che si può scegliere tra social dinner in tutto il mondo, così se si ha in programma un week end a Barcellona, ci si può prenotare da casa prima di aprtire. Io e il mio gruppo abbiamo avuto la fortuna di cenare da Diane, che oltre a essere una meravigliosa ospite dalla vita avventurosa, ha anche una casa con una terrazza dalla strepitosa vista su Parigi su cui alleva le api. Così, tra un calice di champagne, un pollo al curry e moltissime risate abbiamo parlato di noi e sognato di poter restare lì ancora un po'. Il cibo, per me, non conosce frontiere e questo è un ottimo modo di approfondire una cultura e, perché no, farsi nuovi amici.

 

Parigi da vedere a bordo di una 2CV

 

2CV

Stanchi di camminare e correre su e giù per le scalinate della Metro? Oppure, semplicemente, avete voglia di godervi la Ville Lumière in un modo insolito? Un tour a bordo di una 2CV è, forse, la scelta più divertente che potreste fare. Il progetto 4 roues sous 1 parapluie è nato nel 2003 per dare un nuovo servizio ai turisti che vogliano assaporare l'arte di vivere francese.

Ma come è nata la 2CV?

Le origini della piccola auto francese risalgono alla metà degli anni Trenta, quando Pierre-Jules Boulanger venne chiamato a sistemare i bilanci della Citroën, che nel 1934 aveva rischiato la bancarotta per realizzare la rivoluzionaria Traction Avant. Boulanger riuscì nell'intento e arrivò il momento di concedersi una vacanza in Auvergne.

In questa fertile regione della Francia scoprì che eran oin pochi a possedere un'auto e allora prese il suo taccuino nero e scrisse "Voglio quattro ruote sotto a un ombrello, in grado di trasportare una coppia di contadini, cinquanta chili di patate e un paniere di uova attraverso un campo arato, senza rompere un uovo"; aggiunse che avrebbe dovuto essere economica, affidabile e semplice. Tornò in azienda, consegnò le direttive al progettista a cui affidò il compito di creare un'auto sostitutiva dei due cavalli che ogni contadino usava in campagna. Così, nel 1939, nacque la TPV (trés petite voituretrés) ma per scegliere il giusto prototipo ce ne vollero 250. Nel 1940, però, le nuvole nere della Seconda Guerra Mondiale oscuravano i cieli d'Europa, le truppe naziste aggiravano la linea Maginot e valicavano il confine con la Francia. Così, lo stesso Boulanger decise di far distruggere tutti i prototipi della TPV perché non cadessero in mani naziste. Si sarebbe scoperto solo negli anni Ottanta che tre prototipi sopravvissero, nascosti sotto al tetto di paglia di un edificio del centro prove Citroën. Nel 1945 Boulanger pensò a dare alla futura 2CV un aspetto più gentile, convocando il designer italiano Flaminio Berton. Il successo fu travolgente e il resto è storia.

Consigli per il soggiorno

Per dormire potete scegliere l'elegante The Molitor Hotel, un po' fuori mano ma vicino alla Metro con cui potrete muovervi in comodità. Inaugurato nel 1929 era famoso per le sue due piscine olimpioniche e l'atmosfera avant-garde. Chiuso nel 1989 e dichiarato monumento storico, l'edificio divenne il luogo prediletto dagli artisti. Oggi è un grande albergo di cui l'arte è parte integrante e che include la SPA Clarins più grande d'Europa.

Per cenare, poco distante dall'hotel sempre nel 16° arrondisement, c'è la Grand Cascade: 1* Michelin. Uno splendido padiglione del 1850, a pochi passi dalla Grande Cascata del bois de Boulogne dove gustare una cucina raffinata sotto la maestosa rotonda o sulla splendida terrazza.

Info generali: Atout France | Paris Official

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Parigi gourmet: a scuola da Alain Ducasse

Non mettevo piede a Parigi da 13 anni e quello di allora fu un viaggio piuttosto faticoso. Ero convalescente da una brutta frattura alla gamba destra e, nonostante il fisioterapista mi avesse sconsigliato di partire, non ho ceduto allo sconforto (e al dolore) partendo per un week end nella Ville Lumière.

Da quel lontano 2003 non ho più pensato di tornare, ma adesso sono felice di aver trascorso tre intensi giorni in quella Parigi che, nonostante i recenti tormenti, continua a splendere.

Tra le tante esperienze vissute, quella che forse mi ha più emozionata è stata la lezione nella scuola di Alain Ducasse, genio della gastronomia francese.

Chi è Alain Ducasse?

Autore di una cucina essenziale, propone una versione dell'alta cucina che si ispira alla natura e al rispetto delle risorse. Per Ducasse una buona cucina è fatta per il 60% dalla qualità degli ingredienti e per il 40% dalla tecnica (a cui io aggiungerei anche un po' di amore per il cibo), rappresentando quello che è per me il mangiare bene.

È il primo chef al mondo a possedere tre ristoranti in tre città diverse insignite con tre Stelle Michelin: Le Louise XV, all'interno dell'Hotel de Paris a Monaco, l'Alain Ducasse di Parigi e il Jules Verne sulla torre Eiffel. Nonostante tutte queste stelle, non bisogna scordare che Alain Ducasse è cresciuto in una fattoria ed è lì che le materie prime sono diventate il cuore della sua cucina. "Bisogna consumare con maggiore etica, utilizzare meno proteine animali", spesso dice, aggiungendo che è necessario proteggere la biodiversità e combattere le multinazionali. Per lui gli chef devono rappresentare il proprio territorio, utilizzando alimenti di stagione e i giusti vini. Così la cucina del futuro viene immaginata etica, salutare ma ricca di gusto.

La scuola di cucina

scuola ducasse

Entrando nei settecento metri quadri della scuola situata nel 16° arrondissement di Parigi si viene colti da un po' di timore reverenziale. Almeno questo è quello che prova una come me, per cui Ducasse è una sorta di figura mitologica. Aperta nel 2009, è diventata un punto di incontro per gli appassionati di cucina (come accade anche da Bocuse a Lione) che vogliano essere chef per almeno un giorno. Lo spazio, ideato dal designer Pierre-Yves Rochon, è composto da quatro cucine, un negozio dove reperire tutti gli strumenti utili in cucina e una cantina di vini. I corsi proposti sono moltissimi e sono adatti a tutte le esigenze: a partire da 90 euro si possono imparare i segreti dei grandi chef. Ogni corso, infatti, è approfondito e insegna trucchi, metodi e astuzie. Lo staff è tutto estremamente qualificato e incarna il proverbiale savoire faire di Ducasse.

La lezione è stata molto divertente (anche grazie allo strepitoso gruppo di blogger e giornalisti di cui facevo parte) e ho finalmente imparato a sfilettare il pesce.

Grazie ad Atout France e a Paris Official


Lione | A scuola da Paul Bocuse

 

Sognate di diventare chef o semplicemente volete imparare a realizzare qualche piatto in maniera magistrale? Se pensate di trascorrere una vacanza a Lione potete partecipare a uno dei corsi organizzati nel nuovissimo Institut Paul Bocuse, per carpire i segreti del più famoso chef di Francia, inventore della nouvelle cuisine.

Il 5 novembre 2012 è stata inaugurata nel cuore di Lione la sede di questa università privata parificata che, al termine del ciclo di studi, vanta il 100% di occupazione per i propri allievi.

Ma se il vostro desiderio non è quello di cambiare vita, potete dedicare una serata o un week end a uno dei corsi per amatori, che si svolgono in inglese o in francese. Al costo di 130 euro circa e prenotandovi sul sito potrete scegliere di scoprire le tecniche di pasticceria o della perfetta pasta fresca. A partire da 60 euro, invece, le serate dedicate alla degustazione: formaggi, vini, caffè e foie gras.

A proposito di foie gras, la mia passione, aprendo un’ostrica e affettando i porri, una della ricette eseguite durante la privilegiata lezione mi ha incantata per l’armonia perfetta dei sapori: la Royale di foie gras e crema di castagne

foie gras

ingredienti: 150 di foie gras cotto, 20 cl latte, 20 cl panna, 2 uova intere, 3 tuorli, sale, pepe | 150 di castagne cotte, 30 gr di scalogno, 25 cl brodo di pollo, 25 cl panna, 25 gr burro, sale, pain d’épice (già pronto), 30 burro chiarificato

Scaldare il latte e la panna, frullarli con il foie gras tagliato a pezzi. Unire le uova e passare tutto nel colino conico. Schiumare e versare il tutto in terrine mono porzione. Cuocere nel forno a vapore o a bagnomaria a 180°C per 15 minuti.

Pulire e tritare le castagne, metterle in una casseruola con il burro e completare la cottura nel brodo di pollo. Frullare il composto.

Tagliare il pain d’épice a quadratini di circa 5 centimetri, spennellarli con il burro chiarificato e farli tostare in forno a 130°C.

Impiattamento: emulsionare la crema di castagne e versarla sul foie gras, decorare con qualche fettina di castagna e il pain d’épice croccante.

 


Bagel, storia e ricetta del panino più goloso di New York

La storia del bagel nasce molto tempo fa quando, all'inizio del Seicento, veniva dato in omaggio alle partorienti come augurio di buona sorte. La sua forma ad anello, infatti, simboleggiava il ciclo della vita. Di origini polacche, il bagel raggiunse tutto il mondo anglosassone grazie alla comunità ebraica ashkenazita - proveniente cioè dall'Europa dell'est -, che ne portò con sè la ricetta durante le migrazioni.

Fu a New York che si sviluppò l'arte del bagel. A inizio Novecento trecento panettieri fondarono un’associazione chiamata Bagel Bakery Local 388. Questo gruppo di artigiani decise che solo i figli dei membri avrebbero potuto continuare la tradizione. Si narra, infatti, che a quei tempi fosse più semplice laurearsi in medicina che diventare apprendista in uno dei 36 bagels shop di New York e zone limitrofe.

La particolarità di questo panino sta nella cottura, che necessità un'iniziale bollitura in acqua per poi terminare con la doratura in forno. Il bagel sta alla base della più tradizionale colazione newyorkese e per convenzione deve essere tagliato orizzontalmente, tostato e poi farcito con formaggio, salmone, pollo ma anche con burro e marmellata.

A New York - ma anche a Londra o in altre città anglosassoni - ne potete trovare di vario tipo: plain (naturale), whole wheat (integrale), onions (con le cipolle), sesame seeds (con semi di sesamo), poppy seeds (con semi di papavero), cinnamon-raisin (con cannella e uvetta) ed everything (di tutto un po’).

I miei preferiti hanno il ripieno salato e, nonostante la preparazione sia un po' lunga, ogni tanto mi piace prepararli in casa. La cosa migliore è farne un po' e congelarli, in modo da averli già pronti per la colazione dei giorni di festa. Io dalla ricetta originale ho tolto lo zucchero, che tollero male, e il malto ma se volete potete aggiungerne un po' per dare ai bagel il tipico gusto dolciastro.

Bagel - ricetta

Bagel in lievitazione

Ingredienti: 500 g di farina 00, 1/2 cubetto di lievito di birra, 2 cucchiaini di sale, 400 g circa di acqua per l'impasto, semi di sesamo per decorare, 1 tuorlo sbattuto

Sciogliere il lievito nell'acqua tiepida, aggiungere la farina, il sale e impastare fino a ottenere una pasta eslastica. Lasciare lievitare per almeno due ore (io l'ho lasciata tutta la notte). Mettere l'acqua a bollire in una petola capiente, dividere l'impasto in parti uguali e formare delle ciambelle che abbiano un buco di almeno tre dita. Bollire i bagel uno alla volta circa 5 minuti, tenendoli immersi con un mestolo, e poi adagiarli su una placca ricoperta da carta da forno. Spennellare ogni ciambella con un po' di tuorlo e cospargere di semi di sesamo. Infornare per circa 20 minuti nel forno già riscaldato a 180°C.

Bagel dopo la bollitura

Bagel cotti