Blu Marocco: non solo Chefchaouen

Il blu è uno stato d'animo. Camminare in un ambiente dipinto di questo colore è come galleggiare senza gravità, ma con i piedi saldi a terra. Il blu si insinua nei pensieri, nelle parole, sulla pelle tingendo tutto con le sfumature del cielo e rendendo limpida la mente. In Marocco non è difficile lasciarsi ammaliare dai colori, sono ovunque, ma solo il blu ha poteri magici: riesce a toccare le corde dell'anima come una musica bene eseguita. Il più famoso dei paesi blu marocchini è Chefchaouen, ma non è certo il solo.

 

Chefchaouen: come nuotare

 

Una perla di montagna, che fino a pochi anni fa era considerata sacra e, perciò, inaccessibile ai non fedeli. È inutile cerca di capirne la conformazione: l'unico modo per scoprirla è perdersi per i suoi vicoli, salire scale, affacciarsi nei cortili, sedersi a guardare e fermarsi a conversare con gli abitanti. Qui, un uomo alto e dalla pelle segnata dal sole mi ha detto di vedere nei miei occhi un'anima gentile e sincera. Queste e altre parole, dette con una voce calma e profonda, hanno risuonato a lungo nella mia testa, strappandomi un sorriso inaspettato ogni volta. Anche se è un piccolo paese merita una giornata di visita e, magari, anche una notte. Per ammirarla poi alle prime luci dell'alba.

 

Essaouira o Mogador

 

Turistica e brulicante, va affrontata senza pregiudizi. Non bisogna farsi intimidire dai procacciatori un po' insistenti all'ingresso della kasbah, ma lasciarsi guidare dall'istinto in cerca di bellezza. Solo così si riuscirà ad allontanarsi dal porto sicuro dei negozi di souvenir per trovare quelli degli artigiani, che lavorano legno e ferro, o piccoli ristoranti deserti dove si verrà accolti come ospiti tanto attesi in una giornata di festa. Nel mercato, invece, non si possono non assaggiare le olive, i datteri ripieni di noci e i pesci appena pescati, grigliati al momento. Sotto i Portoghesi Essaouira si chiamava Mogador e ancora oggi esiste un punto di blu che porta quel nome: bello come il mare dei Tropici si trova da acquistare anche in polvere, come pigmento.

 

Larache: un tormentato passato

 

Contesa per lungo tempo, Larache è oggi il risultato delle tante dominazioni. Domina la costa dall'alto di una terrazza sull'Oceano e, a prima vista, può sembrare una città un po' abbandonata a se stessa. Eppure, lasciando la parte più moderna e addentrandosi nella vecchia kasbah, si scopre un mondo vivo e colorato di blu dove le donne portano ancora a cuocere il pane nel forno comune e i bambini giocano per strada indisturbati. Sono i dettagli che fanno innamorare di questo angolo di Marocco ignorato dai turisti. Basta saperli cogliere.

 

Asilah: elegante medina

 

Bianca e blu come un'isola greca, la medina di Asilah è troppo perfetta per essere vera. Eppure, i bastioni portoghesi, le antiche porte e gli edifici in stile islamico e andaluso, ne fanno un vero gioiello. Non tutto è blu come a Chefchaouen, ma piano piano il colore delle anime serene pare si sia impossessando anche di questo paese.

 


Meknes, discreta regalità

 

Sono le 8 di mattina quando attraverso una delle porte di accesso alla medina di Meknes, ma tutto tace. I negozi sono chiusi, i vicoli deserti; si vede solo qualcuno che, con fare pigro e assonnato, torna verso casa con un sacchetto pieno di pane fumante. Cammino guardandomi intorno, sorpresa da tanta calma: non ho mai visto una medina completamente vuota. Eppure c'è un fascino speciale, che mi fa girare un angolo e poi un altro, fino a capire che qui la vita scorre lenta e le attività non aprono fino alle dieci.

Le alte mura proteggono dal sole, mentre il labirinto di stradine crea vortici d'aria abbassando la temperatura. Meknes è stata la prima importante opera della dinastia alawita ed è considerata un esempio di città fortificata nel Maghreb. Gli edifici in stile ispano-moresco, risalenti al 1600, attirano lo sguardo così come le tante fontane, che colorano le imponenti pareti di pietra.

Di Meknes mi piace l'eleganza, che si percepisce nel modo di fare nelle persone e nella bellezza delle case signorili dove i commercianti espongono ancora le merci. Ne ammiro l'instancabile laboriosità, che si fonde con la capacità di rallentare per socializzare. Mi attirano i profumi: carne cotta alla brace nei forni comuni, spezie, dolci, miele e olio d'oliva. Mi incantano gli oggetti artigianali come il ferro battuto tipico della città, impreziosito con centinaia di fili d'argento o i tappeti, così diversi dai kilim anatolici.

Mi siedo a bere un tè senza zucchero e mi faccio attraversare dai suoi vapori che profumano di menta, mentre attendo che la vita inizi a scorrere nei vicoli come l'acqua in un fiume in piena. Per adesso gli unici svegli sembrano i gatti, che vivono per strada ma sono ben accuditi. Acquisto del savon noir, un tappeto viola con i simboli delle tribù e mi regalano una mano di fatima in ferro e filigrana.

Sarebbe stata una giornata perfetta, se non avessi dovuto discutere con un mercante-furfante. Ma questa è una storia che voglio dimenticare.

 


Sri Lanka e ayurveda: erbe e giusta alimentazione per curare corpo e mente

I ricordi dello Sri Lanka non si affievoliscono, anzi, si rafforzano alimentati da una strana nostalgia. Sono pochi i Paesi che, tornando a casa, mi hanno lasciato il desiderio di tornare a breve e l'antica Ceylon è uno di quelli. Sarà per i sorrisi e per il calore del popolo, per l'atmosfera di pace che si respira nei templi, per l'onnipresente profumo di incenso o per la bontà del suo famoso tè, non lo so. So per certo, però, che non riesco a smettere di pensarci e che, come spesso mi accade, l'unico modo per combattere la nostalgia è scriverne. (Il reportage completo lo trovate qui >>> Samsara)

Un aspetto che mi ha incuriosita già prima della partenza è quello che riguarda l'ayurveda. Seguo questo stile di vita da oltre due anni e volevo capire le differenze tra l'ayurveda praticata in India e quella dello Sri Lanka.

 

Regole base dell'ayurveda

 

 

Per millenni l’ayurveda è stata considerata la più antica delle medicine, fino all’avvento dell’Impero Britannico che la bandì fino al 1980, anno in cui il Congresso Nazionale dell’India le attribuì nuovamente uno status ufficiale.
L’alimentazione ayurvedica ha lo scopo, insieme alla pratica dello yoga e ai massaggi, di prevenire le malattie nei soggetti sani e di curarle negli individui malati cercando di raggiungere e mantenere l'equilibrio energetico di ciascuno. Questo tipo di alimentazione comprende sei gusti: dolce, acido, salato, piccante, amaro, astringente e ognuno serve a equilibrare i tre dosha (tipologia di individuo). Mangiando nel modo corretto si digerisce meglio, il sangue scorre correttamente e così via. Una volta capito a quale dosha appartiene il proprio organismo attraverso un facile test, ci si organizza per trovare la salute anche a tavola. Le spezie da utilizzare sono numerose e tutte deliziose: curcuma, cumino, cardamomo, peperoncino…ma ricordate che ogni madre di famiglia, ogni cuoco di ristorante o di bancarella ha la sua ricetta personale, non ne esiste una valida universalmente. In India mangiare non è solo alimentarsi: è un modo di curarsi oltre a essere anche un rito, un’arte. Lo stesso vale per lo Sri Lanka, dove però sono maggiormente legati alla terra e alla raccolta diretta delle piante da utilizzare come medicina.

 

La cucina ayurvedica in Sri Lanka

 

Il famoso chef cingalese Sepablis Silva, direttore della promozione culinaria presso il Mount Lavinia Hotel di Colombo, durante uno showcooking ha sottolinea i principi di una sana alimentazione:

  • Qualità degli ingredienti e assenza di ogni prodotto artificiale o chimico.
  • Utilizzo di molti vegetali e poche proteine animali.
  • Impiego di ghee (burro chiarificato) e molte spezie; soprattutto peperoncino.
  • Ricerca dell'equilibrio dei sapori.

Silva ha viaggiato nei luoghi più remoti del Paese per cercare ingredienti tipici, ma ormai sconosciuti, da studiare e utilizzare per la cura delle malattie. Il rispetto che dimostra per il cibo è commovente e ha tenuto a spiegare che quando si cucina è necessario essere concentrati, grati, esprimere amore e sorridere: solo così un piatto potrà essere davvero buono e benefico.

Nota importante

Per quanto informarsi sulle proprietà di spezie e alimenti in generale sia ormai semplice, l'ayurveda è una medicina a tutti gli effetti. È facile incappare in persone non qualificate che si definiscono operatori ayurvedici senza averne davvero le competenze, perciò se intendete intraprendere questa via, qualunque sia la motivazione, rivolgetevi a qualcuno che sia anche medico. Se vi servono indicazioni su Torino e Milano, sarò felice di fornirvele.


Un selfie a Istanbul: la storia in una foto

Ezel abita a Bursa. Lavora in un'azienda tessile che produce capi d'alta moda, utilizzando particolari tecniche di lavorazione. Lei è una designer che crea il prodotto prima nella sua mente, a volte prima nei suoi sogni, e poi ne segue la produzione fino alla fine. Le piacciono soprattutto gli indumenti realizzati in seta e lana tramite follatura: una lavorazione che fonde la lucentezza della seta e il calore della lana in un unico oggetto di rara bellezza.
Le piace indossare capi colorati, a volte eccentrici, soprattutto quando deve partecipare a una serata speciale: con il suo lavoro non mancano certo le occasioni per esibire il suo gusto per l'eleganza. Eppure, quando si reca a Istanbul in visita alla famiglia, preferisce evitare un abbigliamento troppo vistoso per rispetto agli anziani genitori. In realtà loro sono sempre stati orgogliosi di lei e del ruolo che ha nel mondo del lavoro, ma non avevano mai avuto il coraggio di dirlo apertamente, come spesso accade nelle famiglie tanto tradizionaliste.
Così Ezel, quando torna nella sua città natia, vive giornate più modeste e meno frenetiche. Se capita nel periodo del ramazan, poi, si gode insieme ad amici e parenti l'iftar – il pasto serale dopo il digiuno -, nonostante per lei la religione non sia più di un occhio di Allah appeso alla porta di ingresso del suo appartamento.
Ogni ritorno a Istanbul è un'occasione per trascorrere un po' di tempo con il nipotino Kerim: un piccolo ometto vivace e talmente affezionato alla zia da non volersene staccare per tutto il periodo della visita.
Insieme vanno in una delle tante pasticcerie lungo il Bosforo a bere çay e mangiare baklava, il tradizionale dolce a base di pasta fillo, mandorle o pistacchi e tanto miele, mentre guardano i pescatori che affollano le banchine.

Il luogo, però, dove Kerim preferisce andare con Ezel è la Torre di Galata: è capace di restare a guardare la torre alta oltre sessanta metri dalla piazzetta sottostante per un'intera mezzora, soprattutto quando viene inondata con una luce di una tonalità tra l'arancione e l'oro. Ezel, una volta, gli aveva raccontato che un viaggiatore ottomano aveva spiccato il volo dalla cima della torre con ali artificiali, per raggiungere il quartiere di Scutari. Ma non gli aveva mai detto che fine avesse fatto.
Con la curiosità negli occhi rimane fermo, con il naso all'insù fino a che dice, con le parole di un bambino ancora troppo piccolo per essere totalmente chiaro nell'esposizione: “Zia, facciamoci una foto così mi posso ricordare di te fino alla prossima volta.” Ezel, come sempre, prende il suo telefono e scatta con Kerim un selfie, che finirà nell'album iniziato il giorno della sua nascita.

[La storia della foto in apertura è nata per richiesta e curiosità dell'amico Andrea, che ringrazio per lo spunto]


Le Petit Restaurant Japonaise: cultura e cucina tradizionale jap a due passi da Torino

*** Aggiornamento 2023 ***

Adesso Les Petit è un vero ristorante e si trova in piazza Conte Rosso ad Avigliana, in pieno centro storico

Piccolo, minimale ed elegante come solo un giapponese potrebbe fare. Le Petit Restaurant Japonaise di Piossasco, a pochi passi da Torino verso Pinerolo, è proprio così e cenare seduti al suo unico tavolo è un'esperienza che bisogna provare per poterla davvero comprendere.

Aperto solo da due mesi, è nato grazie alla volontà di Simone Oberto e sua moglie Naomi di diffondere la vera cultura tradizionale giapponese, che passa dalla conoscenza delle abitudini fino ad arrivare alla cucina casalinga. Non solo tempura e teriyaki, quindi, ma soprattutto sapori autentici che difficilmente si troverebbero nei tanti ristoranti giapponesi sparsi per Torino (e spesso fake).

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Come mai un solo tavolo al Le Petit Restaurant Japonaise? Perché al momento - ma speriamo per poco - è ospitato in casa della coppia. Un tavolo da otto posti, ma dove si può andare anche solo in due. Il solo peccato è che non lo facciano condividere con estranei: sarebbe interessante conoscere persone nuove con cui scambiare opinioni sul Giappone.

Tra un sushi di fassona leggermente scottata e un gyoza, ho bevuto con molto piacere un sake delicatamente aromatico e per nulla aggressivo in quando ad alcol. Ho scoperto la salsa di soia agli agrumi e la bontà del Genmaicha, tè verde con riso.

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Simone, che ha vissuto 10 anni a Tokyo, e sua moglie, originaria del sud del Paese, riescono a riproporre la piacevole accoglienza giapponese e a trasmettere l'amore per quella terra.

Cenare al Le Petit Restaurant Japonaise è una vera esperienza gastronomica, che si declina in due menu degustazione - da 3 e 5 portate e da scegliere al momento della prenotazione - al costo di 35 e 50 euro, bevande comprese.

Per prenotare, chiamate il 340 962 4553 e armatevi di pazienza: difficilmente troverete posto a breve.


Breve guida gastronomica di Parigi tra cioccolato, tè e terrazze

 

Parigi non è mai stata tra le mie città preferite. La trovavo grigia e poco vivace: un po' vieillot, per dirla alla francese. Eppure oggi, vivendola a fondo per più di un fugace weekend, ho imparato a conoscerla e ad apprezzarne i molteplici aspetti. É sempre bello avere l'occasione per cambiare idea!

Tra i tanti giri fatti tra palazzi dalle architetture singolari, parchi lussureggianti, musei avveniristici e spettacoli teatrali, mi sono dedicata al cibo (strano, lo so ;-) ) e qui trovate una piccola guida gastronomica di Parigi. Posti provati personalmente e dove tornerei domani.

Le terrazze su Parigi

C'è un modo migliore per ammirare la città della luce se non dall'alto dei suoi tetti? Se poi alla vista è abbinato anche dell'ottimo cibo, la felicità è assicurata.

Due indirizzi da provare, che propongono menù a prezzi accettabili (soprattutto se si parla di cucina di livello e se si pensa che siamo a Parigi), sono La Maison Blanche e Les Ombres.

La prima si trova a due passi dagli Champs-Élysées. É un locale elegante, ma non ingessato dove ci sente subito a proprio agio. La cucina è raffinata ma non troppo elaborata, in modo da lasciare il gusto di apprezzare i singoli ingredienti. Se si sceglie un tavolo in terrazza (in inverno è riscaldata) si avrà una splendida vista sulla Tour Eiffel e le sue migliaia di lucine scintillanti. Si può ordinare alla carta o scegliere tra i due menù degustazione, a 95 e 125 euro.

Les Ombres è situato, invece, sul tetto dello splendido museo Quai Branly. Ovunque ci si sieda, in terrazza o all'iterno, si avrà la sensazione di toccare la Tour Eiffel con un dito. Il menù viene rinnovato ogni due settimane ed è ispirato al carattere multietnico del museo sottostante. La degustazione parte da 71 euro.

Dal mondo

Vietnam: Vicino al Pantheon, in una zona molto giovane e vivace, c'è un piccolo ristorante a gestione familiare dove viene servita la cucina della tradizione. Si sceglie tra pochi piatti, che cambiano in base alla reperibilità degli ingredienti. Zuppe, involitini e noodles non vi deluderanno. Al Saigon Pantheon è meglio prenotare perché i coperti sono pochi.

Medio Oriente: Per assaggiare i veri falafel mediorientali dovete andare nel Marais. Un indirizzo? Mi-Va-Mi in rue des Rosieres, 23. Armatevi di pazienza, perché l'attesa potrebbe essere lunga.

Corea: Questo è un poò fuori dalle classiche zone turistiche, ma il quartiere Plaisence è comunque adiacente a Montparnasse. Dokkebi, in Rue Raymond Losserand 121 (a due passi dalla Metro Plaisence) propone classica cucina coreana con tanto un variegato mix di verdure fermentate da accompagnare alla portata principale. Io ho mangiato la bibimbap, ma servono anche il più tradizionale dei piatti: il BBQ. Il costo? Quasi meno che in Corea: 20 euro per una cena davvero soddisfacente.

Cioccolato

Patrick Roger oltre a essere un cioccolatiere d'eccellenza, è uno scultore. Nei suoi negozi trovate le classiche tavolette dei più svariati CRU, le praline e, appunto, le sculture. Su di lui c'è poco da dire, il suo cioccolato è solo da assaggiare. A Parigi ci sono molti punti vendita.

Una tazza di tè

Adoro il tè. Trovo che ogni infuso abbia una storia sempre diversa da raccontare. Così mi piace andare alla ricerca di negozi, che abbiano varietà particolari, e luoghi di bellezza dove degustarlo.

Al Palais des thés nel Marais si trovano aromatici blend come tè in purezza. Il più particolare? Il Milky Oolong: originario della regione cinese del Fujian, viene lavorato con i vapori del latto, che gli conferiscono un sapore particolare e dolce.

Nel cortile del Musée de la vie romantique, invece, si può sedere a uno dei tavolini in ferro battuto circondati da uno splendido roseto a bere del tè. Non aspettatevi un servizio elegnate, anche se l'ambiente lo richiederebbe, e nemeno una grande selezione di tè, ma il girdino è talmente bello che da solo vale la pena di venire fino a qui. É aperto solo con il bel tempo e l'ingresso è diretto senza passare per la biglietteria del museo. Si trova in Rue Chaptal, 16 a Pigalle.

Per un tè alla menta accompagnato da golosi dolcetti al miele, infine, bisogna andare nella sala da tè della Grande Moschea di Parigi: passato l'uscio, vi sembrerà di essere in un riad marocchino.

 


Cappella del Barolo: un lampo di colore nelle Langhe

Un weekend nelle Langhe è sempre una buona idea, soprattutto in autunno quando le colline si tingono di rosso. Se però le foglie sono ancora verdi e avete voglia di un lampo di colore nella vostra domenica, la Cappella del Barolo può essere una buona tappa.

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Fu costruita nel 1914 per volere di un contadino per dare alle persone, che lavoravano nelle vigne circostanti, un riparo in caso di forti temporali. Viene chiamata "Cappella" ma non è consacrata né mai diventata meta di pellegrinaggio. Con il tempo, però, la struttura andò in rovina e così rimase fino al 1976 quando i fratelli Ceretto, dell'omonima azienda vinicola, acquistarono una vigna nelle vicinanze. Un giorno, proprio davanti alla cappella, incontrarono l'artista David Tremlett con cui pensarono di ristrutturarla. Tremplett pensò a decorare l'interno, mentre Sol Lewitt intervenne sulle pareti esterne.

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C'è chi nelle sinuose onde colorate vede le colline circostanti, altri probabilmente riconoscono solo casuali geometrie. In ogni modo, rimane un luogo di bellezza e meditazione, stimolata dal vuoto interno e dai colori vivaci che fanno pensare a un villaggio del Sud America.

Si trova tra La Morra e Barolo ed è raggiungibile sia a piedi, con una bella passeggiata da La Morra, che in auto.

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Consiglio gourmet

Non c'è tappa nelle Langhe che non preveda una sosta per pranzo. A Trezzo Tinella c'è una trattoria dove dovreste prenotare un tavolo se amate la cucina tradizionale piemontese (con qualche divagazione emiliana, viste le origini di uno dei proprietari) e gli ambienti familiari, dove la qualità di cibo e vino sono una priorità. Il Trés è tutto questo e forse anche qualcosa di più. Consiglio un assaggio di antipasti per iniziare, per il resto del pasto non avrete che l'imbarazzo della scelta. Io ho scelto i ravioli di zucca, ma sta per arrivare la stagione di funghi e tartufi...

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Dove: Via Roma, 6 Trezzo Tinella (Cn) | t 339 477 7971 | Orario: Gio-Ven ore 19.30; Sab 12.30 e 19.30; Dom 12.30


Polpette bresaola, zucchine, ras el hanout e ricordi d'infanzia

Nonna Flora non era una grande cuoca. Non lo era nel senso che cucinare non era per lei una passione, ma una necessità. Eppure, quando preparava i pranzi per le riunioni di famiglia dava il meglio di sé riuscendo a creare bocconi deliziosi, che attendevo di anno in anno. Gli incontri familiari, infatti, si svolgevano più che altro a Natale, quando ci incontravamo tutti a Firenze per qualche giorno. Dei piatti che la nonna preparava, ricordo con particolare piacere le polpette. Le preparava in maniera classica: di manzo al pomodoro, ma anche infarinate al limone o fritte. Da allora sono rimasta affezionata al ricordo delle polpette, che mi piacciono di ogni composizione e forma. Oggi ho deciso di farne una versione sana a base di zucchine, bresaola e ras el hanout.

Perché questi ingredienti?

Le zucchine perché sono ancora di stagione, ma potete scegliere qualsiasi altro tipo di verdura. Io insisto sui vegetali estivi perché già mi sento male all'idea che tra poco troverò solo più cavoli e cavoletti.

La bresaola della Valtellina IGP, invece, l'ho scelta per dare il giusto apporto di proteine magre: tanto gusto con poche calorie. Mi piacciono la sua morbidezza e il sapore leggermete affumicato, dato dalla stagionatura.

Il ras el hanout, invece, l'ho portato al rientro del recente viaggio in Marocco. È una miscela che, per tradizione, include il meglio delle spezie - dalle 20 alle 50 - e come base deve contenere: cardamomo, macis, galanga, noce moscata, cannella, chiodi di garofano, zenzero, pepe lungo, pepe nero e boccioli di rosa. Con la sua leggera piccantezza ha lo scopo di scaldare il corpo oltre che di dare sapore.

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Polpette bresaola Valtellina IGP, zucchine e ras el hanout

Ingredienti per circa 20 polpette: 300 g zucchine, 100 g bresaola Valtellina IGP, 1 cucchiaino ras el hanout, 1 uovo (va bene anche solo l'albume), pangrattato qb, sale, olio evo

Frullare le zucchine crude, la bresaola e le spezie. Aggiungere l'uovo e il pangrattato fino a che non si ottiene un composto morbido ma compatto. Aggiustare di sale e lasciare riposare in frigo per circa mezzora. Formare polpettine rotonde che possono essere cotte in due modi: in padella, facendole rosolare in un po' di olio evo, o in forno leggermente spennellate con olio.

Ottime come antipasto, ma anche come secondo piatto. Servire le polpette calde accompagnate da un buon calice di vino: io abbinerei un Gewürztraminer o un Negroamaro rosè.


La Digue, la più bella delle Seychelles

"Vittorio, io non vado in bicicletta da... boh, non ricordo nemmeno da quando."

"Ma sì dai, non si dimentica mica!"

"Sarà, però tu vai piano e stammi vicino."

Così è iniziata la visita a La Digue, piccola e splendida isola delle Seychelles.

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Si arriva in traghetto, con una breve traversata da Praslin, e al porto è possibile affittare una bici: La Digue è quasi interamente pedonale. Con il sole che brucia la pelle e l'aria tra i capelli, pedaliamo fino ad Anse Source d'Argent, la laguna a oriente formata grazie alla presenza di un'estesa barriera corallina. Le rocce levigate dall'acqua limpida e calda assumono forme sempre diverse.

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La Digue è poesia. Una di quelle delicate, che con poche parole riescono a delineare leggere pennellate di colore. Un haiku elegante, da leggere e rileggere per interpretarne le diverse sfumature, senza annoiarsi mai.

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Io non so cosa sia stato, se la tranquillità dell'isola o l'emozione di aver usato una bicicletta senza farmi male (non prendetemi in giro ;-) ), ma La Digue è l'isola delle Seychelles dove vorrei tornare, un giorno, per trascorrere molto più di quelle poche ore. Vorrei farmi cullare dalla sua brezza al tramonto, tuffarmi nelle acque calme di prima mattina e camminare senza meta, per conoscerne gli angoli più intimi.

Lo spirito delle Seychelles

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Assaggio, assaggio tutto. E spesso quello che mangio (e bevo) mi piace tanto. È stato il caso del'autoctono rum Takamaka, rigorosamente scuro e invecchiato. Viene prodotto a Mahé nella tenuta La Plaine Saint André con l'acqua pura proveniente da falda artesiana e canna da zucchero bio, coltivata sulla più grande delle isole. Viene distillato in tre alambicchi di rame e poi lasciato invecchiare in botti di rovere francese e americano. Il risultato è un rum di lusso, ottimo puro ma anche nei cocktail. Non può mancare al tramonto, accompagnato da chips di platano e banana.

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Ficini Torino | Che ne sai tu di un germe di grano?

A San Salvario, quartiere alla moda di Torino, c'è una panetteria da dove difficilmente potrete uscire senza aver comprato qualcosa. Ficini è nato nel 1988 e, ancora oggi, rimane fedele ai principi di qualità e genuinità sui cui si basa la nascita del buon pane. La lunga lievitazione garantisce un impasto soffice e altamente digeribile, anche quando viene usato il lievito di birra al posto della pasta madre. Qui si trova il pane sciapo di Altopascio (il mio preferito) insieme a tante altre tipologie come quello senza lievito con i semi, adatto anche a chi segue un regime alimentare vegano. L'utilizzo dei grani antichi, provenienti dalla Sicilia, garantisce ricchezza al gusto, mentre le farine macinate a pietra sono utili a mantenere le proprietà del germe di grano.

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Germe di grano, un alimento prezioso

Il germe è uno degli elementi più preziosi contenuti nel grano: nutriente e in grado di offrire molte sostanze utili al benessere dell' organismo come gliaminoacidi, gli acidi grassi, i sali minerali, le vitamine del gruppo B e la vitamina E.

Alcuni studi statunitensi affermano, inoltre, che l'assunzione regolare dei germogli di grano aiutano a migliorare la resistenza alla fatica fisica, ad aumentare la concentrazione e a rinforzare le difese immunitarie.

Da Ficini, insomma, il pane oltre a essere buono fa anche bene. Le focaccine peperoni e acciughe poi, lo garantisco, aiutano anche a risollevare l'umore. ;-)

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Panificio Ficini | Via Berthollet 30, Torino | t 0116699558  | Orario: 7/19.30 - Chiuso domenica.


Marocco, il ritorno dopo 12 anni

Tra poco più di una settimana sarò in viaggio per il Marocco. Il fuoristrada è quasi pronto - è dal meccanico per un ultimo check-up -, la tenda sul tetto è già montata e il materiale da campeggio è sempre a disposizione. Manca solo lo zaino con l'abbigliamento, ma a quello penserò all'ultimo.

Un viaggio un po' imporvvisato, questo, a causa di una disavventura famigliare e quasi obbligato, volendo partire in macchina. Purtroppo le mete da raggiungere con la propria auto sono sempre meno (se si cerca il caldo) e, così, ho deciso che forse era arrivato il momento di tornare in Marocco. Lo stesso Paese che visitai 12 anni fa, ma che non mi colpì al cuore ma che in questo lungo tempo ha subito grandi cambiamenti. I miei genitori, da quel viaggio fatto insieme, lo hanno frequentato ogni anno per alcuni mesi e ne sono rimasti affascinati. Io non voglio porre limiti né a me, che ho intenzione di guardarlo con occhi diversi, né a lui che magari mi si vorrà mostrare con un volto nuovo.

L'itinerario in Marocco

In realtà non so esattamente dove andrò. So che non mi fermerò a Marrakech, ma che di sicuro andrò a Fes (dove ho già prenotato un riad dove incontrerò una persona speciale), a Essaouira, lungo la via delle kasbah, a Sidi Ifni, a Chefchaouen e... chissà dove mi porteranno le ruote del mio Toyota HDJ80. Ma prima di arrivare a Tangeri di sicuro farò qualche visita spagnola.

Prima di partire, però, ho una festa da organizzare. Quella per i 10 anni di matrimonio con il compagno di viaggio migliore che potessi incontrare.

A presto, ci risentiamo dalla terra africana.


Thailandia in un soufflè di pesce: Hor Mok in my mind

Soffice, cremoso e molto piccante. L'Hor Mok è un dono che la Thailandia ha voluto farmi in una calda sera d'agosto.

Trat è una cittadina quasi al confine con la Cambogia, da dove partono i traghetti per la deliziosa Ko Chang. Nonostante le piccole dimensioni è abbastanza caotica, ma la sera, quando il sole tramonta, mostra il suo cuore più calmo. Il luogo migliore per asaggiare il cibo locale è il mercato notturno, dove le bancarelle si alternano offrendo dolci, salsicce arrosto, pesce fritto e noodles in brodo.

Camminavo stanca e un po' accaldata, sorridendo a tutti quelli che accettavano di farsi fotografare, quando son stata colpita dalla bellezza di un piatto. Elegante, cromaticamente perfetto e dal profumo terribilmente invitante. Senza avere il tempo di ordinarne uno, la gioviale ragazza dietro il banco me ne ha messo uno in mano invitandomi ad assaggiarlo, con il divertimento dei vicini di ventura. A quel punto ho iniziato ad avere un po' di timore: se non mi fosse piaciuto come avrei potuto gettarlo, con tutte quelle persone in attesa di un mio responso?

peperoncini thai

Ho affondato l'indice e il pollice nella tortina, portando alle labbra un boccone: non solo era buono, ma straordinariamente equilibrato nonostante la quantità di peperoncino. Dopo le foto di rito - quelle che loro hanno voluto scattare con me - ho proseguito l'esperienza gastronomica nel mercato, ma nulla ha saputo eguagliare in gusto e bellezza l'Hor Mok.

Se non avete in programma a breve un viaggio in Thailandia per andarlo ad assaggiare, provate a prepararlo a casa. Gli ingredienti sono tutti reperibili nei negozi alimentari etnici.

Hor Mok - Ricetta

6 foglie di banano,  250 g di filetti di pesce, 1/2 tazza di pasta di curry rosso, 1 cucchiaio farina di riso, sale qb, 1 cucchiaino zucchero di palma o cocco, 2 uova, 1/2 tazza latte di cocco, 1/2 tazza salsa di pesce, coriandolo fresco, 3 peperoncini rossi thai, foglie di keffir lime

Formare dei contenitori piegando le foglie di banano e fermandole con uno stuzzicadenti. In una ciotola, mescoalre pasta di curry, farina di riso, sale, zucchero, uova e pesce tagliato a piccoli pezzi. Versare il latte di cocco in una paentola dai bordi alti, unire un po' di farina e un pizzico di sale; lasciare cuocere fino a quando non si forma una salsa spessa (deve risultare una besciamella soda). Riempire i contenitori di foglie prima con la crema di curry, poi con la salsa di cocco e guarnire con coriandolo e keffir lime tritati e peperoncini interi. Cuocere a vapore per circa 20 minuti. Servire caldo o a temperatura ambiente.