Meknes, discreta regalità


 

Sono le 8 di mattina quando attraverso una delle porte di accesso alla medina di Meknes, ma tutto tace. I negozi sono chiusi, i vicoli deserti; si vede solo qualcuno che, con fare pigro e assonnato, torna verso casa con un sacchetto pieno di pane fumante. Cammino guardandomi intorno, sorpresa da tanta calma: non ho mai visto una medina completamente vuota. Eppure c’è un fascino speciale, che mi fa girare un angolo e poi un altro, fino a capire che qui la vita scorre lenta e le attività non aprono fino alle dieci.

Le alte mura proteggono dal sole, mentre il labirinto di stradine crea vortici d’aria abbassando la temperatura. Meknes è stata la prima importante opera della dinastia alawita ed è considerata un esempio di città fortificata nel Maghreb. Gli edifici in stile ispano-moresco, risalenti al 1600, attirano lo sguardo così come le tante fontane, che colorano le imponenti pareti di pietra.

Di Meknes mi piace l’eleganza, che si percepisce nel modo di fare nelle persone e nella bellezza delle case signorili dove i commercianti espongono ancora le merci. Ne ammiro l’instancabile laboriosità, che si fonde con la capacità di rallentare per socializzare. Mi attirano i profumi: carne cotta alla brace nei forni comuni, spezie, dolci, miele e olio d’oliva. Mi incantano gli oggetti artigianali come il ferro battuto tipico della città, impreziosito con centinaia di fili d’argento o i tappeti, così diversi dai kilim anatolici.

Mi siedo a bere un tè senza zucchero e mi faccio attraversare dai suoi vapori che profumano di menta, mentre attendo che la vita inizi a scorrere nei vicoli come l’acqua in un fiume in piena. Per adesso gli unici svegli sembrano i gatti, che vivono per strada ma sono ben accuditi. Acquisto del savon noir, un tappeto viola con i simboli delle tribù e mi regalano una mano di fatima in ferro e filigrana.

Sarebbe stata una giornata perfetta, se non avessi dovuto discutere con un mercante-furfante. Ma questa è una storia che voglio dimenticare.