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L’onestà del viaggiatore

Ogni tanto mi arrabbio. È successo domenica quando qualcuno ha cambiato canale per vedere Alle falde del Kilimangiaro, trasmissione che ho smesso di guardare molti anni fa (perché, diciamocelo, mi sono un po’ stancata di vedere le stesse cose di sempre e di ascoltare banalità nazionalpopolari).

Questa volta, però, mi sono soffermata perché l’argomento del video in questione rigurdava il Rajasthan: ero curiosa di sentirne i racconti e rivederne i luoghi. Dopo pochi minuti, però, ero in bilico tra l’essere allibita e inferocita. Vero è che uno stesso viaggio viene vissuto in maniera diversa da ognuno, altrettanto vero però è che certi aspetti sono oggettivi e non si possono (e devono) presentare in maniera diversa dalla realtà. Non si può dire, ad esempio, che Delhi non sia una città trafficata e inquinata. Si può dire che, nonostante ciò, è piaciuta, ma non la si può descrivere come un’oasi di pace.

Il popolo indiano è estremamente generoso, hanno detto. A volte sì capita, ma non nel caso in cui vogliono farti un tatuaggio all’hennè a Pushkar, promettendoti felicità eterna. In quel caso, alla fine del servizio, ti chiedono soldi…e nemmeno pochi. Ma perché non dirlo?

Gli indiani sono persone spirituali, che si dedicano ai propri dei con devozione in cerimonie suggestive. Vero, ma diciamo anche che le cerimonie si svolgono in una totale bolgia, durante le quali bisogna fare attenzione a buttarsi nella mischia perché si rischia di venire travolti con noncuranza. E non sottovalutiamo nemmeno il fatto che, nonostante lo yoga, l’ayurveda e la meditazione, gli indiani si infiammano molto facilmente non guardando in faccia a nessuno.

Amo l’India e spero di vederne presto altre regioni, ma mi piace essere onesta. Non trovo corretto raccontarne solo gli aspetti positivi, è giusto che i viaggiatori imparino dalle esperienze altrui…soprattutto quelle negative. Pretendo troppo?

Questi, ad esempio, sono i miei consigli sul Rajasthan.

Foto web

Per tutti gli Dei

Coloro che giungono per la prima volta davanti alla porta della mia casa si meravigliano per la presenza di un occhio di Allah in ceramica, un rosso amuleto cinese, una casa degli spiriti thai e un portafortuna curdo fatto di ceci e velluti.

Si può facilmente intuire il mio interesse per le divinità e le superstizioni degli altri popoli, il più delle volte circondate da una storia tanto affascinante e coinvolgente da spingermi a portarne un po’ con me.

In Rajasthan, per la maggior parte di religione induista, sono rimasta colpita da Lord Ganesh, meglio conosciuto come il Dio Elefante. Nato dall’unione tra Shiva e Parvati nel quarto giorno del mese di Bhadrapat – il sesto mese del calendario lunare induista – è necessario chiedere la sua benedizione prima di gettare le fondamenta di una casa o di iniziare una nuova attività.

Una delle tante leggende, che narrano dell’origine della sua famosa testa di elefante, dice che Parvati, essendo molto orgogliosa del bel viso del pargolo, chiese a Saturno di dargli uno sguardo. Successe però che appena questi guardò il bimbo, gli ridusse il volto in cenere. Brahma, il creatore dell’Universo, disse allora a Parvati di sostituire la testa del bambino con quella del primo essere che le fosse capitato sotto mano per farlo tornare a vivere. La prima testa che la madre addolorata trovò fu quella di un elefante.

Il veicolo attraverso cui Ganesh si manifesta è il topo, che, a differenza sua, è in grado di passare attraverso ogni piccolo passaggio e simboleggia la capacità del Dio di superare ogni ostacolo. Questo è uno dei motivi per cui i topi sono considerati sacri e ad essi sono dovuti molti onori all’interno del Tempio di Deshnoke.

Lord Ganesh ha due mogli, Siddhi (successo) e Ridhi (prosperità): adorando il Dio automaticamente si entra nelle grazie delle sue consorti.

E’ abitudine onorarlo durante le cerimonie religiose, ma anche quotidianamente cercando la sua benedizione. Viene infatti raffigurato sulla carta da lettere, sulle prime pagine di un libro, all’ingresso delle case e dei negozi.

Ganesh rappresenta l’unione del microcosmo con in macrocosmo, della goccia d’acqua con l’oceano, dell’anima singola con la divinità e se vi dovesse capitare di trovarvi in mezzo ad una chiassosa marea umana, potrebbe essere il giorno del suo compleanno.


For all the Gods

Those who arrive first at the door of my house are amazed by the presence of a ceramic eye of Allah, a red Chinese amulet, a Thai spirit house and a good luck Kurdish charm made of chickpea and velvets.

You can easily guess my interest in the gods and the superstitions of other peoples, most often surrounded by a history as fascinating and compelling it prompted me to bring a little ‘with me.

 

In Rajasthan, for the most part of Hindu religion, I was struck by Lord Ganesh, better known as the Elephant God. Born from the union between Shiva and Parvati in the fourth day of Bhadrapat – the sixth month of the Hindu lunar calendar – you need to ask for his blessing before laying the foundations of a house or start a new business.

One of the many legends that tell about the origin of his famous elephant head, says that Parvati, being very proud of the beautiful face of the little child, asked Saturn to give him a look. It happened, however, that as soon as he looked at the baby’s face reduced to ashes. Brahma, the creator of the universe, then said to Parvati to replace the baby’s head with the first she could find to come him back to life. The first one the mother found was of an elephant head.

 

The vehicle through which Ganesh manifests is the mouse, which, unlike his, is able to pass through each small passage and symbolizes the ability of God to destroy any obstacle. This is one reason why the rats are considered sacred and they are due to many honors in the Temple Deshnoke.

Lord Ganesha has two wives, Siddhi (success) and Ridhi (prosperity): worshiping the God automatically enters you into the good graces of his wives.
It’s an habit honor him during religious ceremonies, but also every day looking for his blessing. It is shown on the letterhead, on the first pages of a book at the entrance of houses and shops.

Ganesh is the union of the microcosm in the macrocosm, the water drop with the ocean, individual soul with the divinity, and if  happen to you to be in the middle of a rowdy human tide, could be the day of his birthday.

Parole sull’India

O vecchi castelli

carcasse fatiscenti,

degradanti contenitori

di fasti antchi,

perché vi svuotate

anche dei vostri fantasmi?

La sabbia del deserto

spostata dai venti

va a colmare,

polvere di tempo,

i vuoti abissali degli uomini

e delle cose.

- Angelo Roberto Campiselli- Jesailmer 1991

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Jaipur, caos a colori

Pensavo di aver già visto tutto il caos possibile ma Jaipur supera ogni immaginazione. Il giorno del mio arrivo coincide con il compleanno di Krishna e la gente invade le strade in massa, ho l’impressione però che negli altri giorni non sia tanto differente.

La chiamano la città rosa perché agli inizi del 1800 il maharajah fece dipingere i muri degli edifici di colore rosa per accogliere un’ambasciata inglese. Si dice che da allora ogni tre anni le mura vengano ridipinte ma, nella realtà, il colore è praticamente scomparso.

Il centro della città vecchia è un grande bazar lungo le cui vie è bello vagare alla ricerca di un prezioso sari, di un gioiello raffinato, di spezie ed aromatiche miscele di tè.

Il profumo che pervade l’aria è quello della gialla curcuma con cui vengono insaporiti i piatti ed il paan, le foglie di betel condite che vengono comunemente masticate come digestivo.

C’è una grande confusione ed il fastidio viene amplificato dal caldo e dalla musica che viene incessantemente diffusa tramite altoparlanti sistemati in tutto il centro cittadino.

Nonostante ciò l’Hawa Mahal, il Palazzo dei Venti, non può non incantare. Costruito in arenaria color mattone assomiglia ad un alveare. Le sue mille finestre venivano utilizzate dalle donne di corte per osservare la vita quotidiana che si svolgeva lungo le vie sottostanti senza essere scorte da nessuno.

Il City Palace, adiacente al tempio di Krishna, è una zona protetta in cui trovare un po’ di pace. Un palazzo straordinario in arenaria rossa nel cui cortile spiccano le due gigantesche urne in argento che il maharajah Madho Singh II utilizzò ai primi del 1900 per trasportare l’acqua del Gange per fare il bagno.

Poco distante dalla città è situato lo scenografico Forte di Amber, dove è bene giungere all’alba per ammirarlo illuminato da luce dorata.

La salita è ripida ed il modo più divertente, ma non il più confortevole, per percorrerla è a dorso di elefante. Qui gli eserciti tornavano per mostrare al popolo il bottino di guerra mentre le donne osservavano attraverso le finestre velate.

E’ un forte militare ma ha le fattezze di un sontuoso palazzo finemente decorato. Tutto intorno, i chilometri di mura che seguono sinuose le morbide colline assomigliano al profilo di un drago.

Per ritemprarsi a fine giornata niente di meglio del thali, un pasto completo servito in un unico piatto di acciaio. Prevede porzioni di lenticchie e verdura, sia brodose che asciutte, pane e riso in quantità, chutney e yogurt. Tra i dolci, il mio preferito è il kulfi, una sorta di gelato, allo zafferano e frutta secca. La spezia risulta aromatica e persistente ma, al tempo stesso, delicata mentre la frutta dà un goloso tocco croccante.

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Un sacro specchio d’acqua

L’ora del tramonto è sempre la più affascinante ma qui a Pushkar, nome che significa lago creato da un fiore, assume un significato mistico. Il paese che si articola intorno alle acque sacre che accolsero le ceneri dei Gandhi, sembra irreale così pervaso di pace e tranquillità.

Qui si possono trovare freaks occidentali, che camminano scalzi sulla terra battuta con lo sguardo spento, in cerca di sballo ma soprattutto centinaia di pellegrini e storpi che allo specchio d’acqua scintillante chiedono solo un po’ di salute.

I ghat, le scalinate che conducono fino alla riva, sono 52 e bisogna accedervi in silenzio, a piedi nudi e senza fotocamere. E’ commovente percepire il sentimento di profondo rispetto che qui si prova gli uni verso gli altri. Nessun morbosa curiosità nell’osservare le donne a seno nudo che si rivestono dopo l’abluzione. Mi emoziona profondamente sentire il suono gentile delle preghiere di quel signore dalla lunga barba bianca che, seduto nella posizione del loto sul gradino più basso, getta delicatamente fiori freschi in acqua mentre tiene gli occhi chiusi.

Il profumo che più mi ricorda Pushkar è quello dell’incenso, speziato o fruttato ma sempre caldo ed avvolgente come un abbraccio di un caro amico.

Lungo la strada principale ma solo per due ore al giorno, quando il sole diventa più clemente, un signore con il turbante espone la sua colorata arte. Un giorno di tanti anni fa, racconta, pregando al tempio del dio Ganesh chiese a quale tipo di tecnica si dovesse ispirare e la risposta venne automatica: a Picasso. Da allora Sardar Kishan Singh si fa chiamare Kikasso ed esprime la sua arte in variopinti dipinti ispirati a Picasso ed a Ganesh, che l’ha aiutato a trovare la sua strada.

Purtroppo a Pushkar tutti i templi sono interdetti ai non induisti, ad esclusione di quello del dio Brahma. Narra la leggenda che la moglie legittima del dio, adiratasi per essere stata sostituita, abbia maledetto il marito facendo in modo che potesse essere venerato esclusivamente in un luogo. Per questo motivo il tempio di Pushkar è l’unico in tutta l’India a lui dedicato.

Per trovarlo basta seguire il fiume di persone che, armate di offerte di ogni genere, si dirigono verso la ripida scalinata che conduce al luogo di culto. Anche qui non si possono scattare fotografie ed è un vero peccato. Questo tempio infatti, dall’architettura simile agli altri del Paese, si distingue per essere di colore blu e rosso anziché del classico bianco. E’ protetto da alte mura che, da fuori, non fanno scorgere nemmeno un particolare. All’ingresso, invece, una simpatica tartaruga in argento lavorato giace sul pavimento che conduce alla porta del santuario centrale. Il pavimento in marmo attorno la tartaruga è coperto con centinaia di monete d’argento che portano inciso il nome del donatore.

Sembra incredibile ma anche l’India custodisce delle oasi di pace.

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Udaipur. Musica e benessere

Adagiata sulle rive di tre laghi dalle acque cerulee, Udaipur è incorniciata dalle morbide colline degli Aravalli, la bassa catena montuosa che attraversa il Rajasthan e fu costruita dal Maharajah Udai Singh, da cui prende il nome. Arrivare qui è come raggiungere un’oasi nel deserto, per le acque e per il clima piacevole anche in un mese torrido come agosto.

Quando sono in viaggio mi viene fatto notare che sorrido spesso, cosa che generalmente mi permette di entrare in contatto più facilmente con le persone. Così è stato anche con Virendra Bansal, un gioviale signore seduto di fronte al suo negozio di anticaglie. La simpatia reciproca è immediata e nel giro di poco invita noi tutti ad andarlo a sentire suonare a casa sua, la mattina seguente. Ci accoglie mentre beve un fumante masala chai e, prima di iniziare a suonare, racconta che in Rajasthan sono solamente in due a suonare il Sarod, uno strumento che produce suoni attraverso il pizzicamento delle sue corde. E’ realizzato in pelle e legno e produce una musica un po’ ipnotica ma piacevole e rilassante. Se si ascolta il suo suono ad occhi chiusi si possono distinguere quattro strumenti differenti che creano un’atmosfera magica, in questa terra di principi e tesori.

I palazzi, le musiche che si sentono nell’aria, le strade brulicanti di persone ed animali, la vita quotidiana che non si ferma mai mi fanno desiderare un luogo di pace, al riparo da tutto e tutti.

Udaipur offre il posto ideale, all’interno dello Shiv Niwash Palace e del lussuoso hotel ospitato all’interno delle sue mura. All’ingresso della SPA veniamo accolti da una sorridente e giovane ragazza che, dopo averci fatti accomodare in ufficio, mostra i pacchetti benessere offerti dalla struttura. Senza la minima esitazione scegliamo quello tradizionale indiano che prevede un massaggio completo corpo, lo scrub con sale integrale ed oli essenziali e lo shirodara. Il nome significa ‘colata sulla fronte’ perché, mentre si resta sdraiati sopra un particolare tavolo in legno, viene colato sul terzo occhio, al centro della fronte, un litro di olio medicato. Ad occhi chiusi mi concentro sull’effetto rilassante del trattamento e mi godo gli aromi che di diffondono nella stanza. L’olio utilizzato è quello di sesamo, il suo profumo è caldo, avvolgente, sa ti tostatura e fiori gialli estivi, le cui essenze sono esaltate dal sole. Mi ricorda l’ambra per l’odore ma anche per il suo colore, scintillante se colpito dalla luce. Esco da quell’ambiente tranquillo in uno stato di totale beatitudine, che però sparisce appena esco dalle mura del palazzo ed inizio a camminare verso il mio hotel. Ma si sa, l’India è così.

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Natura e devozione

Il paesaggio è in continuo mutamento. La vegetazione si fa sempre più rigogliosa grazie alla pioggia che sta interessando la zona da molti giorni ormai. Anche la temperatura sta cambiando, le montagne sono vicine. Percorrendo la strada che porta al Monte Abu, mi incanto a guardare, dalla capsula climatizzata in cui mi trovo, i commercianti con i piedi nel fango, le persone che si lavano alla fontana pubblica coprendosi abilmente le parti intime con teli di cotone e le numerose scimmie che mangiano tranquille sugli alberi.

Non sono molti i turisti stranieri che arrivano fin quassù, soprattutto nella stagione delle piogge. Il torrente che scorre sotto è infuriato e, guardarlo dall’alto della stretta strada tutta curve, è inquietante.

Il Monte Abu è noto per il Dilwara Temple, un intricato quanto stupefacente complesso di strutture realizzate con il marmo più liscio e candido che abbia mai visto. Mi piace accarezzarlo, per sentirne ogni venatura ed intarsio. Decori e sculture che rimangono un dono per coloro che sfidano il tempo e l’ambiente non particolarmente piacevole per vederli di persona, non si possono infatti fotografare. Il giainismo, religione seguita dalla maggior parte dei rajastani e cui i templi sono dedicati, è un movimento riformista dell’induismo che prevede due sette: i vestiti di bianco ed i vestiti d’aria, che girano completamente nudi. Sono vegetariani e venerano ogni forma di vita, tanto da lasciare sulla facciata del tempio Dilwara enormi, davvero giganteschi nidi di vespe un po’ preoccupanti da vedere così da vicino.

Gli unici turisti giungono dal vicino Guajarat attirati dall’alcool, di cui nel loro Stato ne sono vietati vendita e consumo, oppure coppie in viaggio di nozze, anche se di questi ultimi non ne capisco le motivazioni.

Ad agosto è facile incontrare gruppi di persone a piedi che portano un vessillo. Sono pellegrini in marcia per raggiungere Pokran, una cittadina situata in pieno deserto ad un centinaio di chilometri da Jesailmer, nota per i test nucleari effettuati alla fine degli anni 90.

L’attrazione principale del luogo è la fiera che si tiene ogni due anni nei mesi di Bhado e Magh, agosto e febbraio secondo il calendario gregoriano, ed è frequentata da pellegrini provenienti anche da altri Stati. L’evento dura undici giorni e si svolge in onore di Ramdeo Baba, venerato da indù e da musulmani. Uno dei momenti salienti del festival è uno spettacolo di danza chiamato Terahtal a cui le donne partecipano con entusiasmo.

Del Monte Abu ricorderò sempre il tempo trascorso sotto la veranda della Connaught House, il bell’hotel in cui abbiamo dormito, a scrivere mentre un muro d’acqua mi impediva di ammirare la valle davanti a me ed il profumo del frangipani mi riempiva le narici.

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Blu cielo

Le dune costeggiano la strada per giungere qui ed un’antilope salta allegra, incurante del pericolo che la circonda.

A guardarla dall’alto del Mehrangarth Fort, Jodhpur sembra la tavolozza di un pittore particolarmente interessato alle sfumature che ricordano il colore del cielo in una limpida giornata invernale. Il Forte è imponente e pare la naturale continuazione della roccia sottostante. All’interno i cortili silenziosi, animati solamente dalle rondini che volano tranquille, hanno qualcosa di paradisiaco.

C’è chi dice che le case di Jodhpur siano state dipinte di blu per allontanare le mosche che, confondendola con l’acqua, non vi si poserebbero.

Se questo sia vero o meno non so dirlo ma l’impatto visivo è straordinario, specialmente quando ci si immerge nelle sue strette vie.

Le mucche si possono tenere a bada con qualche buccia di banana mentre ai motorini, ahimè, non c’è rimedio.

La pioggia ci spinge a rifugiarci nel primo negozio di spezie dove mi lascio inebriare dai mix per aromatizzare il the e dal fresco cardamomo verde. Assaggio la polpa di mango essiccata ed arriccio un po’ il naso sentendone la leggera acidità. Esco carica di nuovi ingredienti per le mie future ricette per tuffarmi in un negozio di tessuti e sari per poi lasciarmi risucchiare dalle strade che attraversano i mercati di frutta e verdura, riso, cereali e colorati legumi.

In una minuscola bottega un canuto signore lavora abilmente della ceralacca colorata per realizzare dei perfetti e bellissimi bracciali. La ceralacca è una miscela di resine e pigmenti colorati che fonde col calore e che risolidifica quando si raffredda, il suo profumo mi è sempre piaciuto tanto, sa di antico e raffinato.

Ovunque c’è fango e camminare non è agevole ma, nonostante ciò, Jodhpur è talmente gradevole e coinvolgente da stregarmi.

La sera è quasi d’obbligo cenare in tutta calma in uno dei tanti ristoranti situati sui tetti per godere delle stelle e, magari, dei fuochi d’artificio che illuminano il cielo sopra il palazzo del maharajah masticando un po’ di paan masala.

Il paan masala una miscela equilibrata di foglie di betel, lime, zucchero cristallizzato, noce di areca, chiodi di garofano, cardamomo, menta, tabacco ed altri ingredienti che possono variare. Conoscevo già questa mistura ma la variante che si trova in India è deliziosa, dolce, fresca e fortemente aromatica allo stesso tempo.

Il paan masala viene comunemente masticato ad ogni ora del giorno per rinfrescare l’alito e dopo i pasti per aiutare la digestione. Il suo utilizzo è una tradizione che risale a migliaia di anni fa. Già Krishna, come indicato nella Shrimad Bhagavatam, ne faceva uso circa 5000 anni fa.

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Storia di un sari indiano

Nacque intorno al 100 a.C ed ancora oggi il sari è uno degli indumenti più affascinanti che una donna possa indossare.

Certo, i sei metri di stoffa che lo compongono non sono il massimo della comodità ma coloro che sono abituate, per tradizione lo indossano anche per lavorare nei campi o effettuare lavori di muratura.

Il suo nome deriva dal Pracritosattika” citato nella letteratura giainista ma un’antica statuetta rappresentate un sacerdote che indossa un drappo rinvenuta negli scavi dell’Indus Valley Civilization conferma che le sue origini vanno ricercate molto indietro nel tempo.

Il sari si fissa al punto vita ad una sottogonna chiamata pavada, avvolgendolo intorno al corpo e lasciando poi cadere la parte ricamata sopra la spalla. Può essere considerato simbolo dell’India in quanto nato in questo paese ma ogni stato conserva tradizioni e stili diversi sia per quanto riguarda i tessuti utilizzati e le loro lavorazioni che per quanto riguarda il modo di indossarlo.

La prima fase per la sua realizzazione è la tessitura, seguono poi la tintura e la stampa o il ricamo.

La scelta del sari non è mai facile, ce ne sono di vecchi, di nuovi, in seta, in cotone ed anche in materiali sintetici. I colori sono sempre meravigliosi ed ognuno è diverso dall’altro.

I sari antichi, un po’ consumati e sdruciti non vengono eliminati ma riutilizzati per la creazione dei kantha, patchwork di colori e tessuti differenti per trapunte, copriletto o stole. Una storia in continua evoluzione perché pare che questi nuovi oggetti cuciti a mano abbiano poteri magici. Si crede infatti che riescano a conservare le virtù ed il calore della persona che indossava i sari impiegati e, per questo motivo, vi si avvolgono i neonati in segno di benedizione e protezione.

Ne ho comprati quattro, in seta, di colori diversi ma ognuno riccamente ricamato in oro. Con quello verde smeraldo vorrei farmi realizzare un abito, per non interrompere l’antica tradizione indiana.

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Oro e argento

In Rajasthan non mancano le cittadelle fortificate, sono numerose ma non tutte indimenticabili. A Jesailmer siamo arrivati quando ormai il buio aveva fatto rallentare i ritmi della vita quotidiana.

La mattina seguente però tutto era cambiato. Le piccole vie in terra battuta brulicavano di persone ed animali. Donne che lavavano in poca acqua una grande quantità di panni, bambini che correvano, anziani che spazzavano la strada riuscendo solamente a spostare la polvere da un punto ad un altro.

Jesailmer si trova in pieno deserto del Thar ed a pochi chilometri dalla frontiera pakistana, tutto è sabbia. Il color oro dell’arenaria di cui ogni cosa è costruita ricorda immense distese di sabbia infuocata da sole.

Il forte, a differenza degli altri del Paese, è animato da alberghi, ristoranti e negozi da svaligiare, tanto è bella la merce in vendita.

L’intricato complesso di templi giainisti che si trova quasi incastrato tra le strette strade è straordinario. La lavorazione del marmo è talmente perfetta da farlo sembrare un set cinematografico dove monaci sorridenti offrono informazioni storiche ed architettoniche, in cambio di un’offerta. Quella giainista è una religione antica basata sulla nonviolenza e, per questo motivo, i suoi praticanti indossano costantemente una fascia bianca davanti a bocca e naso per evitare di uccidere anche il più piccolo microrganismo.

Jesailmer, oltre per la sua bellezza, è nota a chi desidera acquistare argento di buona qualità. Esistono delle silver house, che sono però difficili da trovare se non si viene portati da qualcuno, dove artigiani recuperano argento vecchio e lo rielaborano per realizzare gioielli di rara bellezza.

E’ chiaro che gli oggetti belli, ovunque nel mondo, hanno un costo e così anche l’argento ‘puro’ non è economico come quello che si trova in vendita per la strada.

Bisogna avere il tempo e la pazienza di guardare ogni pezzo che viene rovesciato a terra da grosse scatole e l’umiltà di apprezzarne il fine lavoro e la qualità del prodotto. Allora, il prezzo non potrà che sembrare appropriato.

Il mehindi è il disegno, realizzato con l’hennè, che le donne sposate sfoggiano su mani e piedi ogni giorno o che, le ragazze, si fanno per le occasioni speciali. Le abili mani di una signora avvolta da un sari rosso un po’ sbiadito ed orecchino d’oro al naso, ne hanno fatto uno anche a me tra qualche chiacchiera e molti sorrisi alla fine di una torrida giornata, prima di cenare sulla terrazza del caratteristico Shahi Palace Hotel.*

* Si trova ai piedi del forte ed un albergo delizioso e pulito. Le camere sono tutte in arenaria ed arredate con bei tessuti. I proprietari, due simpaticissimi fratelli, sono gli stessi dell’Oasis Haveli e dello Star Hotel poco distanti. Tutte le strutture sono consigliabili.

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