Tag Archive for india

Ricette indiane | Papad o papadam

In ogni zona hanno il proprio nome, ma si tratta comununque delle medesime cialde croccanti profumate di spezie. Che siano i papad del nord dell’India o i papadam del sud, si mangiano come spuntino o in accompagnamento all’aperitivo, servite a volte con una rinfrescante salsa a base di yogurt e menta. Si trovano già pronte da friggere, come queste in foto trovate in un mercato di Udaipur,  ma se voleste cimentarvi nella preparazione e tuffarvi nell’atmosfera indiana, ecco la ricetta.

ingredienti: 300 gr di farina di lenticchie, acqua, 1 cucchiaino di sale, 2 cucchiai di olio di semi, 1 cucchiaino di peperoncino in polvere, mezzo cucchiaino di pepe nero, mezzo cucchiaino di bicarbonato di sodio. (Si possono aggiungere altre spezie a piacere: semi di cumino, curcuma, cardamomo…)

Versare la farina di lenticchie in una ciotola insieme all’olio di semi, al sale, al bicarbonato di sodio, al peperoncino, al pepe e a qualche cucchiaio d’acqua. Mescolare fino a ottenere un composto compatto e liscio da mettere in frigorifero a riposare per circa mezz’ora. Stendere la pasta con un mattarello e ricavare dei dischetti di medie dimensioni.

Friggere le papad in olio di semi di arachidi profondo e servirle calde con eventuali salse a parte.

Sapori indiani | Riso pulao: dolce e profumato

Il termine pilaf deriva dal turco pilâv, che a sua volta proviene dal persiano pilau che, infine, proviene dal sanscrito pulāka.

Uno dei primi riferimenti letterari al pilav si trova nelle storie di Alessandro Magno nel descrivere l’ospitalità battriana (la Battria era un provincia orientale dell’Iran). Si pensa che i soldati dell’esercito di Alessandro abbiano portato la tradizione del pilaf in Macedonia, da dove si è poi diffusa in tutta la Grecia.
Nel corso degli anni, con varianti e innovazioni, è stato introdotto in Israele e in tutto il Medio Oriente. Ai tempi dell’Unione Sovietica il piatto si diffuse in tutte le repubbliche sovietiche viaggiando verso est. Il riso pulao è, insomma, la versione indiana del pilaf.

Profumato di spezie e addolcito dalla frutta è uno dei piatti che ho maggiormente apprezzato in Rajasthan, nonostante il terribile caldo di agosto.

Ingredienti: 2 cipolle, 220 g di ghee (burro chiarificato), 2 stecche di cannella, 2 spicchi d’aglio tritati, 10 bacche di cardamomo intere, ½ cucchiaino pepe in grani, 2 tazze di riso basmati, ½ cucchiaino di zafferano, sale qb, 120 g di uva passa, 60 g di mandorle spellate leggermente dorate nel burro, acqua bollente, 1 banana per guarnire

Sciogliere il ghee in una pentola, unire le cipolle, l’aglio e le spezie rosolando finché le cipolle saranno trasparenti. Aggiungere il riso, mescolare lentamente e rosolare su fiamma bassa per altri 5 minuti. Unire lo zafferano sciolto nell’acqua, il sale e l’acqua bollente necessaria a coprire il riso di circa un dito oltre il suo livello. Mettere il coperchio e cuocere in forno a 160 °C finché l’acqua sarà completamente assorbita e il riso cotto. COndire con l’uva passa, le mandorle e la banana tagliata a fette.

Rakhi: la festa indù dei fratelli

Rakhi è la festa dei fratelli, tradizione induista perpretrata soprattutto in India del nord.

Tra le numerose storie tramandate a riguardo della sua nascita, quella più interessante riguarda l’episodio del poema epico Mahabharata, in cui si racconta di quando il principe Pandava perse la moglie Draupadi per una scommessa legata al gioco d’azzardo. Il principe Kaurava cercò allora di denudarla pubblicamente, ma Draupadi venne salvata dal fratello Krishna, che le coprì il corpo con un sari senza fine salvando la sua dignità.

In occasione di questa festa, che si celebra in agosto, le sorelle regalano braccialetti rossi più o meno elaborati ai fratelli, che ricambiano promettendo aiuto e protezione.

Campane e illuminazione

In origine venivano utilizzate per indicare le ore, le campane nei templi buddisti sono diventate nel tempo un veicolo per trasmettere il risveglio dell’illuminazione. Di forme e materiali diversi in base al Paese di origine, diffondono un suono benefico e propedeutico al raggiungimento della pace interiore. Nei templi in India, a volte, è il solo rumore che si sente.


Quilon di Londra: un viaggio sensoriale

Nessuna preparazione magica, nessuna tecnica ricercata, ma cucina della tradizione. Il Quilon, ristorante indiano stellato Michelin di Londra, conduce i commensali attraverso un viaggio dei sensi. La vista viene soddisfatta dai colori vivaci dei piatti, l’olfatto è stimolato dal profumo delle spezie, mentre le dita, accarezzando il legno e la pietra con cui è arredato il locale gratificano il senso del tatto. Per il gusto è un trionfo di sapori e consistenze: si va dal vellutato pollo al cocco ai cracker croccanti di legumi, dalla leggerezza della zuppetta di pomodoro alla sontuosità dei curry di pesce e agnello. Coriandolo, cumino e cardamomo sono le spezie regine, che offrono un assaggio di Kerala e di Malabar, riportando alle atmosfere narrate nel libro Passaggio in India – ispiratore dell’omonimo film.

I piatti serviti in questo ristorante sono il frutto del vero amore per la cucina, di quello che spinge chef Sriram, già da ragazzino, a curiosare e sperimentare, assorbendo la profonda conoscenza del cibo indiano dalle creazioni del padre. Ha poi studiato, ricercato e viaggiato lungo il percorso che l’ha condotto fino alla stella Michelin. Premiato per la capacità di mantenere la tradizione, lo chef soddisfa il proprio desiderio di innovazione utilizzando ingredienti inusuali per la cucina indiana, come il merluzzo.

La fantasia conduce chef Sriram a realizzare dolci straordinari, che concludono un pasto già eccezionale. Soffici creme a base di yogurt e una mousse di cioccolato dall’effetto scoppiettante tutta da gustare, che sorprenderà anche il palato più esigente.

Una cena al Quilon non è un lusso irraggiungibile. La carta offre molte opzioni di scelta, mentre il menu degustazione permette di provare i piatti cardine con circa 60 euro. Infine, se apprezzate il vino bianco amabile e profumato, provate lo Chenin Blanc, Sula, prodotto a Nashik in Maharashtra, per rimanere in un’atmosfera interamente indiana.

Dove: Quilon

Per tutti gli Dei

Coloro che giungono per la prima volta davanti alla porta della mia casa si meravigliano per la presenza di un occhio di Allah in ceramica, un rosso amuleto cinese, una casa degli spiriti thai e un portafortuna curdo fatto di ceci e velluti.

Si può facilmente intuire il mio interesse per le divinità e le superstizioni degli altri popoli, il più delle volte circondate da una storia tanto affascinante e coinvolgente da spingermi a portarne un po’ con me.

In Rajasthan, per la maggior parte di religione induista, sono rimasta colpita da Lord Ganesh, meglio conosciuto come il Dio Elefante. Nato dall’unione tra Shiva e Parvati nel quarto giorno del mese di Bhadrapat – il sesto mese del calendario lunare induista – è necessario chiedere la sua benedizione prima di gettare le fondamenta di una casa o di iniziare una nuova attività.

Una delle tante leggende, che narrano dell’origine della sua famosa testa di elefante, dice che Parvati, essendo molto orgogliosa del bel viso del pargolo, chiese a Saturno di dargli uno sguardo. Successe però che appena questi guardò il bimbo, gli ridusse il volto in cenere. Brahma, il creatore dell’Universo, disse allora a Parvati di sostituire la testa del bambino con quella del primo essere che le fosse capitato sotto mano per farlo tornare a vivere. La prima testa che la madre addolorata trovò fu quella di un elefante.

Il veicolo attraverso cui Ganesh si manifesta è il topo, che, a differenza sua, è in grado di passare attraverso ogni piccolo passaggio e simboleggia la capacità del Dio di superare ogni ostacolo. Questo è uno dei motivi per cui i topi sono considerati sacri e ad essi sono dovuti molti onori all’interno del Tempio di Deshnoke.

Lord Ganesh ha due mogli, Siddhi (successo) e Ridhi (prosperità): adorando il Dio automaticamente si entra nelle grazie delle sue consorti.

E’ abitudine onorarlo durante le cerimonie religiose, ma anche quotidianamente cercando la sua benedizione. Viene infatti raffigurato sulla carta da lettere, sulle prime pagine di un libro, all’ingresso delle case e dei negozi.

Ganesh rappresenta l’unione del microcosmo con in macrocosmo, della goccia d’acqua con l’oceano, dell’anima singola con la divinità e se vi dovesse capitare di trovarvi in mezzo ad una chiassosa marea umana, potrebbe essere il giorno del suo compleanno.


For all the Gods

Those who arrive first at the door of my house are amazed by the presence of a ceramic eye of Allah, a red Chinese amulet, a Thai spirit house and a good luck Kurdish charm made of chickpea and velvets.

You can easily guess my interest in the gods and the superstitions of other peoples, most often surrounded by a history as fascinating and compelling it prompted me to bring a little ‘with me.

 

In Rajasthan, for the most part of Hindu religion, I was struck by Lord Ganesh, better known as the Elephant God. Born from the union between Shiva and Parvati in the fourth day of Bhadrapat – the sixth month of the Hindu lunar calendar – you need to ask for his blessing before laying the foundations of a house or start a new business.

One of the many legends that tell about the origin of his famous elephant head, says that Parvati, being very proud of the beautiful face of the little child, asked Saturn to give him a look. It happened, however, that as soon as he looked at the baby’s face reduced to ashes. Brahma, the creator of the universe, then said to Parvati to replace the baby’s head with the first she could find to come him back to life. The first one the mother found was of an elephant head.

 

The vehicle through which Ganesh manifests is the mouse, which, unlike his, is able to pass through each small passage and symbolizes the ability of God to destroy any obstacle. This is one reason why the rats are considered sacred and they are due to many honors in the Temple Deshnoke.

Lord Ganesha has two wives, Siddhi (success) and Ridhi (prosperity): worshiping the God automatically enters you into the good graces of his wives.
It’s an habit honor him during religious ceremonies, but also every day looking for his blessing. It is shown on the letterhead, on the first pages of a book at the entrance of houses and shops.

Ganesh is the union of the microcosm in the macrocosm, the water drop with the ocean, individual soul with the divinity, and if  happen to you to be in the middle of a rowdy human tide, could be the day of his birthday.

Oggetti per ricordare

Credo di avere già detto che durante i miei viaggi non compro souvenir, ma pezzi di storia. Mi piacciono quegli oggetti che abbiano da raccontare di vite passate, come i kilim, che sono lo specchio della cultura e del luogo in cui vengono prodotti.

Toccare un oggetto vecchio – non necessariamente antico – è come essere teletrasportati indietro nel tempo e nello spazio per imparare qualcosa di nuovo, fosse anche solo un’emozione.

Passeggiando per Pushkar, città santa del Rajasthan, mi è capitato di vedere in esposizione una serie di campane tibetane di straordinaria bellezza. Ce n’erano di diversi tipi: lucide e decorate ed alcune brunite, un po’ ammaccate e dal bordo irregolare.

La campana tibetana è un antico strumento musicale composto da una lega di sette metalli, che corrispondono ai sette principali pianeti.

Vengono utilizzate durante la meditazione ed alcuni tipi di massaggio, perché le onde prodotte risvegliano parti del corpo rimaste silenti, producendo un diffuso positivo a livello cellulare. In linea generale, più la campana è grande e svasata più il suono risulta grave, avendo effetto sui chakra bassi, e viceversa.

Il suono, prodotto muovendo il batacchio sul bordo della campana, varia in base alla proporzione dei metalli contenuti nella lega, dalla forma e dallo spessore. I metalli utilizzati sono l’oro (Sole), l’argento (Luna), il mercurio (Mercurio), il rame (Venere), il ferro (Marte), lo stagno (Giove) e il piombo (Saturno).

Scegliere una campana non è solamente una questione visiva. Se avessi dovuto decidere tra le molte esposte basandomi esclusivamente sull’estetica, ne avrei probabilmente acquistata una decorata e perfettamente liscia. Mentre quando il commerciante ha iniziato a farle vibrare, ho capito il suono era tutto. E’ stata la campana a scegliere me. Quando infatti ha iniziato a suonare quella giusta mi sono sentita attraversata da un’energia e un’emozione difficili da spiegare, in un solo istante ho compreso che quell’armoniosa melodia era perfetta per me ed il mio corpo, con tutte le imperfezioni dell’oggetto in sé, che certamente è stato accarezzato da molte mani.

Questo video mostra la differenza di suono tra le campane oltre al suo effetto pacificante.

[youtube http://www.youtube.com/watch?v=wuR1Mo-rMbo]

Objects to remember

I think I have already said that during my trips I don’t buy souvenirs, but pieces of history. I like those things that have to tell about past lives, such as kilims, which are the mirror of the culture and of the place where they are produced.

Touch an old object – not necessarily ancient – is like being teleported back in time and space to learn something new, maybe just an emotion.

Walking in Pushkar, the holy city of Rajasthan, I saw in a shop a series of Tibetan bells of extraordinary beauty. There were various: some polished and decorated, others burnished, a little ‘dented with an irregular edges.

The Tibetan bell is an ancient musical instrument made from an alloy of seven metals, corresponding to the seven major planets.

They are used during meditation and some types of massage, because the waves produced awaken parts of the body remained silent, producing a positive spread on a cellular level. In general, more the bell is great the sound more severe, affecting the lower chakras, and vice versa.

The sound produced by moving the clapper on the edge of the bell, varies according to the proportion of the metals contained in the alloy, the shape and thickness. The metals used are gold (Sun), silver (Moon), mercury (Mercury), copper (Venus), iron (Mars), tin (Jupiter) and lead (Saturn).

Choose a bell is not only a visual issue. If I had to decide among the many exposed for the aesthetics only, I would have probably purchased a decorated and perfectly smooth one. When the merchant has begun to make them vibrate, I realized the sound was all over. Was the bell to choose me. When it started playing I felt a great power and an emotion, difficult to explain. In a moment I understood that the harmonious melody was perfect for me and my body, with all the imperfections of that object, which certainly has been cherished by many hands.

Parole sull’India

O vecchi castelli

carcasse fatiscenti,

degradanti contenitori

di fasti antchi,

perché vi svuotate

anche dei vostri fantasmi?

La sabbia del deserto

spostata dai venti

va a colmare,

polvere di tempo,

i vuoti abissali degli uomini

e delle cose.

- Angelo Roberto Campiselli- Jesailmer 1991

Leggi anche i miei racconti sul Rajasthan

Dopo un viaggio in India se ne fa un altro

No, non sto per partire per un nuovo viaggio in India ma, dopo qualche mese dal mio ritorno, ho dimenticato la stanchezza, il caldo soffocante, lo snervante suono dei clacson ed ora sarei pronta a tornarci. Ma l’India è così, me lo avevano detto in molti. Ti può stancare moltissimo ma se ti colpisce al cuore, non potrai più scordarla e presto ti mancherà.

Dopo aver raccontato il mio viaggio e le mie emozioni, mi sono ritrovata a riflettere su ciò che ho imparato durante questo lungo mese. Ho osservato con attenzione le persone che mi hanno sempre affascinata per gli occhi profondi, i sari colorati e la calma che esprimevano. Pensavo che nella patria dello yoga tutto fosse rituale e rilassato.

La gestualità, si sa, è diversa in ogni parte del mondo e non sempre è di facile interpretazione. In India, ad esempio, per rispondere di sì, che va bene, scuotono la testa formando una specie di otto che lascia un po’ perplessi, sulle prime.

Quando si rivolge una domanda a qualcuno, inoltre, bisogna formularla in maniera che possa rispondere semplicemente in maniera affermativa o negativa. Per un indiano, infatti, non saper rispondere ad una domanda rappresenta quasi un disonore e, piuttosto che tacere, potrebbe rispondere a caso, magari dando indicazioni errate. Non si tratta di un dispetto, sono semplicemente diverse abitudini culturali.

Se, come ho fatto io, si viaggia in auto con autista è bene imparare subito a non seguire esattamente i consigli di quest’ultimo. Sarà sempre molto gentile ed affabile, perché è sua natura, ma cercherà anche di portarvi negli hotel che preferisce ed in cui può usufruire della camera gratuita per gli autisti. Non sempre è un male ascoltare le sue indicazioni, l’importante è non farsi suggestionare da racconti improbabili.

A volte può capitare di imbattersi in qualche venditore troppo insistente. Partendo dal presupposto che sono lì per guadagnarsi da vivere e che li preferisco di gran lunga a chi pretende l’elemosina, se non si è interessati alla merce non è bene mettersi a discutere con loro, bisogna ignorare le insistenze senza innervosirsi. Sembrano essere pacifici ma vi assicuro che in alcuni casi fanno un po’ paura.

La corrente salta spesso e volentieri e, in più, non è difficile che negli hotel (anche quelli di categoria) le prese non siano funzionanti. Perciò, quando si mette in carica qualche strumento è bene controllare che la batteria stia veramente caricando. Non sarebbe piacevole ritrovarsi con fotocamera scarica davanti al Taj Mahal.

Assaggiate tutto quello che vi attira. Non facendolo perdereste, oltre a molti cibi buoni, la possibilità di conoscere un lato importante di un Paese.

Infine, cedere alla curiosità degli indiani e prendersi il tempo per dialogare con loro. Sono persone gentili e come per noi l’India è un altro mondo, noi per loro siamo diversi ed arriviamo da lontano. Vogliono conoscere noi e le nostre abitudini, spesso scattando molte fotografie che custodiranno come preziosi ricordi di amici lontani.

Leggi anche gli altri post su la mia India

Taj Mahal, in the name of love

E’ l’alba quando percorro a piedi gli ultimi cinquecento metri che conducono ad una delle porte d’accesso ai giardini che circondano il Taj Mahal. A quest’ora il grande gigante bianco è avvolto dalla nebbia che gli dà un aspetto alquanto surreale.

Mi avvicino piano per poter godere di ogni dettaglio ed angolazione, osservo in rispettoso silenzio il mausoleo che venne fatto costruire dall‘Imperatore moghul Shah Jahan in onore della sua amata, morta a 39 anni mettendo alla luce il loro quattordicesimo figlio.

Il sole inizia ad illuminarlo poco alla volta facendo risplendere le cupole ed i minareti, leggermente inclinati verso l’esterno.

Le scritte in arabo intorno ai portali sembrano raffigurare una danza leggera mentre le incisioni a sbalzo, che raffigurano eleganti motivi floreali, fanno di ogni angolo un vero incanto.

Seduta sul marmo liscio, guardo l’edificio ma non riesco a credere che sia davvero lì davanti ai miei occhi. Eppure l’ho toccato. E’ maestoso ma al tempo stesso di un’eleganza commovente, sembra avvolto da un’aura magica come se potesse scomparire da un momento all’altro.

All’interno, dove mai nessuno ha potuto effettuare foto o video, tutto è semplice. Un cenotafio, protetto da una gabbia in marmo traforato che sembra un merletto, intorno al quale tutti si muovono lenti con totale reverenza, quasi senza respirare. Il corpo dell’amata principessa giace ad un livello sottostante, orientato in modo da essere esattamente nello stesso punto in cui si trova il sovrastante sepolcro vuoto.

Potrei rimanere a contemplare il Taj Mahal per ore tanto è il senso di pace e tranquillità che riesce ad infondermi.

L’emozione vera e propria, però, subentra qualche ora dopo averlo lasciato. Quel fremito di commozione che prende allo stomaco e che fa rendere improvvisamente conto che quel monumento all’amore non solo esiste ma ne ho anche respirato da vicino l’atmosfera da fiaba.

Come è successo quando ho visto Petra, ho guardato il Taj Mahal fino all’ultimo, felice di averlo conosciuto e dispiaciuta per dover lasciare così tanta bellezza.

Mentre cammino per allontanarmi da lì penso al progetto incompiuto dello Shah Jahan che avrebbe voluto costruirne uno uguale per sé al di là del fiume ma di marmo nero, yin e yang per sempre insieme nel nome dell’amore.

Leggi anche gli altri post su la mia India