Paris je t’aime: storia di un amore arrivato all’improvviso


Paris je t’aime, recita la scritta di vernice rossa sul muro scrostato dall’umidità. Mi ricorda il film omonimo che racconta l’amore in tutte le sue declinazioni. Uno dei diciotto episodi, in particolare, mi ha colpita. In Quais de Seine si racconta dell’amore tra un parigino e una giovane musulmana, nato per caso sulle rive della Senna, dove ogni giorno si incrociano anime e sguardi, mentre le acque docili accarezzano la città.

Ma davvero Parigi si può amare incondizionatamente? Vecchi ricordi mi suggerivano il contrario: i palazzi austeri, i minacciosi gargoyle e i cieli plumbei avevano spinto Parigi in un angolo polveroso della mia memoria. Che se il sole vi si insinua si trasforma in un caleidoscopio di colori. Se ci si allontana per un attimo dalla Tour Eiffel e dagli Champs-Élysées si scopre un mondo variopinto fatto di arte, che tanto si scosta dalla sempre splendida Monna Lisa.

E poi ci sono i tetti. Ah, i tetti! Baudelaire diceva che, quando piove, i grigi tetti di Parigi si confondono con il cielo pesando come un coperchio sulla città. Ma proprio per i suoi tetti, così sinuosi e romantici, si cammina con il naso all’insù nelle giornate limpide, quando il sole li illumina e colora d’oro il cielo della sera. La magia di Parigi sta nel potere dell’immaginazione che nasce e nell’incantesimo che produce agli occhi, quando ci si fa guidare dalla frenesia di conoscerla.

C’è chi considera Parigi una vecchia brontolona e brizzolata, a cui piace rimbrottare gli ospiti meno colti, ma non è così. È luminosa e accogliente: Parigi sa farsi amare, se vuole. Solo chi la conosce a fondo, infatti, può apprezzare addirittura il profumo della metro, che sa di storia, di una Parigi che riemerge ogni volta che scendi nel suo ventre. È unico, immediato, acuto, pungente, ma allo stesso tempo avvolgente e caldo. Non è odore, è più una sensazione, che si mescola a quello del cioccolato, dei croissant e dei coquillages, una volta riemersi in strada.

Le domeniche parigine sono pervase dallo spirito bohémienne, dalla passione gourmet e dal piacere di una romantica camminata lungo la Senna, per divagare ogni tanto in cerca di nuovi amori.

La straordinaria varietà di forme e colori della flora del Jardins des Plantes, ad esempio, offre una scenografia adatta a una passeggiata, a un bacio o a una sosta per osservare i movimenti flessuosi dei praticanti di tai chi. Nato da un insieme di scienza e creatività, è l’unico giardino botanico della città e offre un viaggio nella storia evolutiva vegetale. Una piccola quiche da mangiare fredda e qualche macarons sono l’ideale per uno spuntino nel parco.

Continuando sulla Rive Gauche della Senna, è un attimo perdersi tra i grattacieli intorno alla Bibliothèque Nationale Francois Mitterand, che si moltiplica in mille riflessi, creando illusioni ottiche degne di Escher. Pochi anni fa, qui, c’era solo sabbia ma oggi c’è la Parigi che più conquista. Come Les Frigos, gli antichi frigoriferi cittadini. Prima custodirono merci deperibili e ospitarono locali commerciali poi, per rischiare la chiusura definitiva negli anni Novanta. Furono salvati dallo spirito combattivo dei parigini, che si opposero con forza riuscendo a farli diventare sede di oltre cento creativi. Tra murales variopinti – che raccontano storie, lanciano messaggi e, a volte, fanno sorridere – si fa musica, si dipinge, si cuce e si disegna. E forse si progetta anche un mondo migliore.

Seguendo il corso della Senna verso nord, e lasciando la Rive Gauche, si raggiunge quello che da lontano sembra un vascello variopinto. Avvolto com’è dalla natura del Bois de Boulogne, è difficilmente distinguibile fino a che non ci si ritrova a pochi metri di distanza. La Fondation Louis Vuitton è fatta di onde sinuose, che si riflettono nei tanti specchi d’acqua circostanti. Un insieme di linee e curve che abbracciano, disorientano e ispirano. Dalle sue terrazze, sovrastate da decine di vetri colorati, si avvista in lontananza La Defense. Oppure è Chicago? Dallo skyline non si può dire. So quello che stai pensando lettore: “va bene la modernità, ma la Parigi gotica e rinascimentale la vogliamo dimenticare?”. Naturalmente no, quella è la parte di Parigi che non cambierà mai. L’austerità intimorente di Notre-Dame, lo sfarzo di Versailles, l’eleganza del Grand Palais e l’arte classica del Louvre sono i pilastri su cui poggiano le basi e da cui hanno tratto ispirazione grandi artisti come Paul Cézanne, che a Montparnasse nel 1881 dipinse Les toits de Paris.

Parigi diede i natali anche a famosi funamboli come Philippe Petit che, prima di camminare tra le ormai scomparse Twin Towers di New York, passò tra le torri di Notre-Dame. Chissà se almeno quest’ultimo va mai a cercare idee o ad ammirare la raffinatezza delle ceramiche nella Grande Moschea, luogo di rara bellezza adiacente al Jardins del plantes, da cui abbiamo iniziato questo nostro viaggio, dove sedersi in contemplazione, in ascolto di sé mentre si sorseggia un bicchiere di tè caldo, che profuma di terre lontane, ma anche della nuova Parigi.