Archive for Curiosità

Lokum: morbide caramelle da sultani

La storia dei lokum, dolce specialità turca, risale alla fine del 1700 quando Ali Muhiddin Hacı Bekir, pasticcere dell’antica corte di Istanbul, sentì il sultano lamentarsi di essersi rotto un dente a causa di una caramella troppo dura.

Al pasticcere, che proveniva da una città situata sulle montagne anatoliche, vennero subito in mente le rose della sua regione ed entrò deciso in cucina con in mente una ricetta. Iniziò a mescolare dolcemente cinque tazze d’acqua con altrettanto zucchero semolato, portando lo sciroppo a ebollizione facendo attenzione che lo zucchero si sciogliesse lentamente, senza fretta e alla giusta temperatura. In un altro tegame, sciolse due tazze di amido di mais e un cucchiaino di cremor tartaro in acqua fredda, fino ad ottenere una sorta di pastella a cui aggiunse lo sciroppo preparato in precedenza, della profumata acqua di rose e un po’ di succo di limone.

Fece poi cuocere il tutto per circa un’ora e mezza, fino a quando non ottenne una consistenza gelatinosa che si staccasse facilmente dalle pareti del tegame. A quel punto prese una teglia di forma rettangolare, la unse d’olio di mandorle, ci versò la sua creazione, ne livellò la superficie con cura e la lasciò raffreddare una notte intera. Il giorno successivo, impaziente, ne tagliò dei cubetti con un coltello affilato, li cosparse di impalpabile zucchero a velo e finalmente poté assaggiare la sua invenzione.

Si portò un boccone alle labbra e con sua grande gioia capì di aver creato una caramella facile da gustare, morbida, che non lasciasse in bocca schegge di zucchero o parti dure difficili da mordere. Una vera delizia per denti e palato. Infatti il nome che assegnò a questa specialità fu Rahat lokum, letteralmente “confortevole delizia”. Naturalmente la nuova ghiottoneria ebbe subito un grande successo, soprattutto a palazzo, e Ali Muhiddin divenne una celebrità.

Museo del gusto di Frossasco: un mondo buono

Sabato scorso, nell’ambito dell’iniziativa Invasioni Digitali durante la settimana della cultura, ho partecipato alla visita del Museo del Gusto di Frossasco, in provincia di Torino. Uno di quei posti che, nonostante lo avessi sotto casa, mi si è rivelato come un tesoro nascosto.

È una realtà unica in Italia che conduce il visitatore in un viaggio attraverso tradizioni, eccellenze gastronomiche e storia stimolando i sensi e il desiderio conoscenza del mondo del cibo e del vino.

Oltre l’esposizione, però, c’è molto di più. Cucine moderne con postazioni singole, una innovativa sala utilizzata per le degustazioni di vino e olio e gli eventi, che intendono divulgare la cultura del cibo territoriale e internazionale.

Il museo è aperto la domenica mentre, per partecipare alle iniziative, è necessario iscriversi entro le ore 12 del giorno precedente telefonando al numero: 349 6001270. Questi gli appuntamenti in programma:

  • domenica 12 maggio (ore 15.30): Transatlantic> poesia e cinema attraversando gli Oceani.
  • domenica 26 maggio (ore 15.30): Waldorf Astoria> la New York di Frank Sinatra.
  • domenica 9 giugno (ore 15.30): Un tè alla moda> viaggio attraverso lo stile.
  • domenica 16 giugno (ore 15.30): Chez Maxime> la piccola pasticceria e la chanson nella Parigi di fine secolo.
  • venerdì 21 giugno (ore 21): Sogno di mezza estate> magia e musica nella notte del solstizio.

E poi ce n’è uno in arrivo sul tè alla menta e la pasticceria marocchina, che attendo con ansia.

La Maggiorana: una storia di donne

La storia d’amore tra Erica e la cucina è nata molto tempo fa quando, ancora bambina, seguiva la mamma, allieva Cordon Bleu, nei suoi corsi.

La sua è una famiglia nota a tutti a Torino. Ermenegildo Maggiora, il nonno di Erica, riuscì negli anni ’60 a fare biscotti di qualità vendendoli a un prezzo accessibile a persone umili come lui. E’ stato un grande innovatore nella produzione, distribuzione e, soprattutto, nel marketing dei biscotti, che divennero un piacere quotidiano per tutti. Il nome della scuola di cucina di Rivoli, in provincia di Torino, dedica il nome proprio alla famiglia, ma con un tocco aromatico.

In un ambiente elegante immerso nel verde, si svolgono corsi tematici ed eventi raffinati sotto gli occhi attenti di Erica e sua figlia Camilla, che ha scelto di seguire la madre in questa passione. La scuola è nata nel 1973 (mio anno di nascita, tra l’altro) quando Elena Maggiora la allestì in uno dei laboratori dismessi dell’antico biscottificio. L’attività di Elena si interruppe nel 1982 fino a quando la figlia Erica, nel 1999, non le ha dato nuova vita.

Partecipando a uno dei corsi od organizzando una cena a La Maggiorana, tra biscotti salati al pistacchio, sfoglie alla crema chantilly, verdure di stagione, spezie e sali esotici viaggerete in un mondo tutto femminile fatto di arte e bellezza.

 

Cucina svedese | Profumo affumicato di spezie

Non ho ancora avuto l’occasione di visitare la brasserie svedese Bjork ad Aosta, ma lei è venuta a Torino in occasione di un evento stampa per presentare la cucina svedese della tradizione.

Un team variegato, composto da chef italiani e scandinavi che periodicamente vengono a vegliare sul menù, per preparare e raccontare i piatti tipici. Il gravlaxè forse quello più noto: salmone marinato in zucchero, sale e aneto per circa 24 ore e poi servito con corccante pane di segale, lo knäckebröd.

Le köttbullar sono invece polpette leggere e soffici, la cui ricetta varia in base ai propri gusti. Quelle preparate dagli chef di Bjork erano a base di carne di maiale, mollica di pane ammollata nel latte, uova, insaporite con spezie e servite su una salsa ricavata dal fondo di cottura, accompagnate dalla marmellata di mirtilli rossi.

Infine le kanelbullar: morbide focaccine dolci con cannella. Dannose per il colesterolo, vista la quantità di burro che contengono, ma molto apprezzate dal palato goloso.

Da bere sidro di mele, sopratutto, ma anche birra scura leggermente amara, dal sentore di liquirizia.

Insomma, aromi forti di spezie e sapori tuttavia delicati. La tipica tecnica svedese dell’affumicatura è invece usata con parsimonia dallo staff di Bjork, almeno per adesso, per poter meglio adattare i piatti ai gusti italiani.

Ingredienti naturali, ricette semplici e food design: questa è la ricetta della brasserie. Non mi resta che andare ad Aosta per assaggiare tutto il menù.



Luoghi del cuore: Istanbul

Istanbul, si sa, è in cima alla lista dei miei luoghi del cuore. Per questo motivo sono molto felice che sia stata come Europiean Best Destination 2013. A cavallo tra due continenti, in bilico tra modernità e tradizione è una città che serba sorprese di ogni genere. Che la si osservi dal mare o da terra, offre una moltitudine di incantevoli scorci, come poche altre metropoli. Colori, profumi e geometrie che ammaliano chiunque la voglia conoscere a fondo. Ricordate però che lei (come la Turchia tutta) è il mio amore e non tollero che se ne parli male in nessun caso. Potete essere critici, ma non maligni o malfidenti. Non se lo merita.

Biscotti da re in una Torino d’altri tempi

Il sole tiepido accompagna una passeggiata nel centro di Torino, la mia città, che per una volta ho pensato di guardare con gli occhi del turista. Capita sempre così. Viaggiamo, percorriamo migliaia di chilometri ma poi osserviamo con occhi distratti ciò che ci sta troppo vicino.

La Mole, che si erge maestosa sulla città e le residenze reali, eleganti e scenografiche, che incorniciano piazze e vie. All’interno di Palazzo Chiablese, sontuosa dimora testimone di ricevimenti e banchetti soprattutto in epoca napoleonica, ho avuto il piacere di partecipare alla tradizionale Merenda Reale®: usanza settecentesca di trascorrere lunghi pomeriggi adagiati su comodi divani a discorrere e a inzuppare golosi biscotti in una tazza di cioccolata amara. I dolci d’accompagnamento sono molteplici e ognuno con una propria storia.

Le paste di meliga, ad esempio, sono tipiche delle valli di Cuneo e la loro ricetta è tanto antica da perdersi nel tempo. Si tratta biscotti poveri preparati nelle case contadine con le materie prime reperibili in casa. Si racconta che siano nati dalla necessità derivata dopo un cattivo raccolto che fece salire alle stelle il prezzo del frumento. I fornai, infatti, iniziarono a mescolare il fior di farina (l’attuale 00) alla farina ricavata dal mais destinata alla preparazione di dolci.

I Savoiardi, invece, nacquero nel tardo Medioevo per mano del cuoco della corte di Amedeo VI di Savoia, in occasione di uno sfarzoso pranzo in onore del re di Francia. Dopo il successo riscosso durante in banchetto i biscotti vennero consumati abitualmente dalla Reale Casa Savoia. Sono molto leggeri e friabili grazie agli albumi contenuti nella ricetta, che dovono essere montati a neve molto ferma. Durante la cottura, infatti, le bollicine d’aria dell’impasto si dilatano regalando ai Savoiardi la tipica consistenza spumosa.

Una ricetta risalente al Cinquecento ne indica la composizione:«Si fanno con poca farina, albume d’uovi e zuccaro». Tuttavia questi dolcetti arrivarono nelle zone d’influenza dei Savoia subendo alcune modifiche. In Francia lo troviamo citato nel dizionario di cucina di Dumas mentre in Sardegna perse parte delle uova assumendo una forma più appiattita. In Sicilia abbandonò gli albumi diventando più biscottato e meno soffice. Conosciuti anche con il nome di biscotti al cucchiaio, i Savoiardi si prestano per la realizzazione di dolci classici come la zuppa inglese oppure vengono serviti per accompagnare creme.

Se parteciperete a una Merenda Reale® a Torino, però, l’esperta di galateo Barbara Ronchi della Rocca saprà deliziarvi con molti altri racconti.

Rakhi: la festa indù dei fratelli

Rakhi è la festa dei fratelli, tradizione induista perpretrata soprattutto in India del nord.

Tra le numerose storie tramandate a riguardo della sua nascita, quella più interessante riguarda l’episodio del poema epico Mahabharata, in cui si racconta di quando il principe Pandava perse la moglie Draupadi per una scommessa legata al gioco d’azzardo. Il principe Kaurava cercò allora di denudarla pubblicamente, ma Draupadi venne salvata dal fratello Krishna, che le coprì il corpo con un sari senza fine salvando la sua dignità.

In occasione di questa festa, che si celebra in agosto, le sorelle regalano braccialetti rossi più o meno elaborati ai fratelli, che ricambiano promettendo aiuto e protezione.

Somè Dogon: saporito dono di una terra difficile

Quello in cui vivono i Dogon è un territorio difficile e, al tempo stesso, stupefacente. Il Mali è così, dicono, perché io non ho ancora avuto modo di vederlo con i miei occhi. Ho assaggiato però i suoi sapori al Salone del Gusto 2012, scoprendo che anche un’arida falesia fatta di rocce rosse, come quella tra Mopti e Timbuctù, tra cui sono sono state costruite case di terra cruda, ci sono campi produttivi. Gli orti tradizionali comprendono una zona dedicata agli alberi da frutta, come mango e karitè, una per i cereali e un’altra per ortaggi e legumi.

La terra qui è del colore del cioccolato e lo stesso sole da cui viene bruciata è utilizzato per essiccare ogni fiore, foglia o frutto che le donne trasformano in aromatici somè: i tipici condimenti maliani.

Oggi sono Presidio Slow Food e ne esistono di diverso tipo e sapore. Il kamà è fatto di foglie di acetosella; il purkamà è una polvere prodotta con le foglie di un albero locale, il nerè; il djabà punan è polvere di scalogno tostato in olio di arachidi; il gangadjou pouna è gombo essiccato, l’oroupunna è fatto con foglie di baobab e, infine, il wangue-somè è una polvere a base di aglio sale e peperoncino.

Il mio preferito è quello a base di scalogno: molto aromatico, rimanda all’odore della terra a cui è fortemente legato. I somè sono alla base della cucina del Mali, ma sono facilmente utilizzabili anche nei nostri piatti. Provate ad aggiungerli a una pasta aglio olio e peperoncino, oppure a una zuppa di legumi: il gusto sarà assicurato.

Purtroppo non so consigliarvi dove acquistarli (io li ho presi al Salone), ma se volete potete rivolgervi al responsabile del Presidio: Mamadou Guindo – pdcomamadou@yahoo.fr

Musei: patrimonio o rovina?

Questa foto è stata scattata all’interno del British Museum a Londra. Museo che sognavo di visitare da tempo per vedere sopratutto il padiglione dedicato all’Asia. Una volta lì però sono stata assalita da un dubbio: i musei rappresentano davvero un patrimonio o sono solo la rovina dei siti a cui sono stati sottratti i reperti? Buddha, statue giainiste, sigilli cinesi e libri di preghiera esposti in teche asettiche per poter essere osservati dalle migliaia di visitatori che transitano da lì.

Il British Museum è stato fondato nel 1753 con lo scopo di raccogliere l’ingente collezione letteraria di Sir Sloane, un medico scienziato che rincorreva l’idea di un museo universale. Negli anni gli spazi si sono ampliati per accogliere oggetti e reperti; molti lasciti, è vero, ma certamente anche molte cose trafugate chissà dove.

La British Library, con la sua atmosfera d’altri tempi, è straordinariamente affascinante mentre il resto, nonostante la bellezza dei reperti e della struttura in sè, mi ha lasciato un po’ di tristezza. Preferisco sempre e in ogni caso vedere le cose nel loro luogo di origine o, nel caso necessitino di una particolare tutela, almeno in un museo nel Paese di appartenenza.

Pensate che il mio pensiero si sbagliato?

Aghi d’argento

Prezioso come un gioiello di rara fattura, era il preferito degli imperatori. Aghi d’argento leggeri come piume e profumati come l’aria di primavera, che brillano come le stelle nel cielo nero di Cina. Il calendario lunare ne determina la raccolta, solo una volta all’anno, e per gustarne l’aroma fresco e delicato è bene lasciare i suoi germogli liberi di esprimersi per almeno 10 minuti. Il bianco è così: elegante e solitario. Non ama essere abbinato a nulla che possa metterlo in secondo piano.

Lavorato al vapore da mani gentili quando le sue foglie sono tenere come boccioli di rosa, può assumere forme diverse. In realtà esistono varietà differenti di tè bianco, ma a nulla serve parlarne: è il palato di ognuno che deve scegliere il proprio, toccandone un ago e assaggiandolo magari a occhi chiusi, in una giornata felice.